Quello che Giorgia Meloni spera di ottenere dall’Europa
Poter spendere di più sull'energia con gli stessi margini previsti per la difesa: ma è molto improbabile che ci riesca

Domenica la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inviato una lettera alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Nella lettera rinnova la richiesta di poter aggirare le attuali regole finanziarie dell’Unione, per fronteggiare la crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente.
Il testo si basa su un assunto principale: e cioè che, così come la sicurezza militare, «oggi anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea». Perciò gli strumenti eccezionali messi a disposizione dalla Commissione Europea per consentire agli stati di finanziare le politiche di riarmo dovrebbero essere consentiti anche per «difendere famiglie, lavoratori e imprese da una nuova emergenza energetica che rischia di colpire duramente l’economia reale».
La proposta di Meloni è la seguente: «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National Escape Clause [ci arriviamo, ndr] già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica in corso». Oltre alla proposta, c’è una sorta di condizione, o di vaga minaccia di ritorsione: «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo italiano spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma SAFE alle condizioni attualmente previste».
In altre parole: Meloni dice a von der Leyen che se la Commissione Europea non consentirà all’Italia una flessibilità di spesa per l’energia analoga a quella autorizzata per la difesa, il governo potrebbe non avviare il programma di riarmo così come l’aveva concordato con la Commissione.
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Ma andiamo con ordine. Nel marzo del 2025 la Commissione Europea aveva approvato il cosiddetto piano di riarmo, composto da due parti principali: i prestiti europei del SAFE (Security Action for Europe) e la clausola di salvaguardia, o escape clause, che consente agli Stati membri di indebitarsi oltre i limiti previsti dal Patto di stabilità fino all’1,5 per cento del proprio prodotto interno lordo (PIL) per quattro anni, a patto di destinare quelle risorse a programmi di difesa.
Il governo di Meloni non ha richiesto la clausola di salvaguardia, ma ha definito un piano di spesa e investimenti da 14,9 miliardi di euro da finanziare attraverso il SAFE. A gennaio la Commissione ha approvato il piano, ed entro il 30 maggio il ministero dell’Economia dovrà autorizzare i piani di spesa dei vari progetti. Sono prestiti europei, finanziati con debito comune europeo, che garantiscono tassi di interesse più vantaggiosi rispetto ai titoli di Stato italiano e scadenze lunghissime, fino a 45 anni. Insomma: per l’Italia sono convenienti.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a sinistra, e il ministro della Difesa Guido Crosetto in Senato, il 9 aprile 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Da un mese a questa parte, però, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, e insieme a lui Meloni, hanno iniziato a mettere in discussione questi programmi, sovrapponendo un po’ le questioni di difesa a quelle energetiche, e avanzando richieste un po’ confuse alla Commissione. Entrambi hanno prima evocato una sospensione generale del Patto di stabilità, ovvero l’attivazione della clausola generale di salvaguardia, prevista dall’articolo 25 del Patto. Servirebbe a consentire a tutti gli Stati membri di indebitarsi in via eccezionale oltre i limiti previsti dalle regole, per far fronte a esigenze straordinarie. L’ultima volta che è successo è stato durante la pandemia di Covid, tra il 2020 e il 2023, e proprio a quel precedente ha fatto riferimento Meloni.
La Commissione ha però sempre escluso categoricamente questa ipotesi, finora, ricordando che il ricorso a questo articolo sarebbe giustificato solo «in caso di grave congiuntura negativa nella zona euro o nell’Unione nel suo complesso», cioè solo a fronte di una recessione, una drastica riduzione del PIL continentale. Nel 2020, l’anno in cui fu attivata la clausola di salvaguardia generale, l’economia europea si contrasse tra il 6 e il 7 per cento. Al momento, le previsioni per il 2026 stimano una crescita del PIL europeo intorno all’1 per cento.
Tuttavia le conseguenze della guerra in Iran pongono un’incognita enorme su queste previsioni. La convinzione di Giorgetti e Meloni si poggia proprio sull’aspettativa che col prolungarsi del blocco dello stretto di Hormuz l’economia europea peggiorerà drasticamente, e che dunque altri paesi potrebbe associarsi alla richiesta italiana. In ogni caso, l’ambiziosa pretesa di attivare la sospensione generale del Patto di stabilità è stata messa da parte.
Come dimostra la lettera inviata a von der Leyen, ora Meloni punta a un altro obiettivo, più modesto, cioè che venga autorizzata una clausola di salvaguardia nazionale per l’Italia: non attraverso l’articolo 25 del Patto di stabilità, ma attraverso l’articolo 26, quello per cui uno Stato membro può essere autorizzato per un certo periodo e di fronte a circostanze eccezionali a spendere più del previsto, dunque al di fuori dei vincoli di bilancio concordati con la Commissione.
Nell’avanzare questa richiesta, Meloni sovrappone di nuovo le spese per l’energia a quelle militari. Chiede che quella stessa clausola di salvaguardia straordinaria prevista dal piano di riarmo possa essere applicata per la crisi energetica: dunque fino all’1,5 per cento del PIL. Sono poco più di 30 miliardi, e sono comunque soldi che l’Italia dovrebbe spendere di tasca sua, per così dire, cioè indebitandosi. Ma la Commissione non conteggerebbe questo deficit straordinario nei saldi di finanza pubblica presi in esame per valutare il rispetto dei parametri di bilancio ordinari. È la cosiddetta flessibilità: l’indebitamento del paese è reale, e va a peggiorare il bilancio dello Stato, ma per un po’ la Commissione Europea non ne tiene conto.
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Domenica, dopo che la lettera di Meloni a von der Leyen era stata resa nota, un portavoce della Commissione, Olof Gill, ha ribadito che neppure questa richiesta può essere accolta, spiegando che al momento la clausola di salvaguardia nazionale non rientra tra le opzioni messe a disposizione degli Stati membri per affrontare la crisi energetica. La risposta non è stata di per sé sorprendente, visto che la Commissione aveva in vari modi ripetuto questo concetto, nelle scorse settimane.

Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, nella sede della Borsa statunitense a Wall Street, il 28 aprile 2025 (Richard Drew/AP Photo)
E qui sta la logica della contromossa di Meloni, quella sorta di minaccia di ridurre la portata del programma SAFE. Ma è una contromossa che si giustifica soltanto sul piano politico, mentre su quello finanziario è insostenibile. Il SAFE, infatti, non ha nulla a che vedere con le deroghe al Patto di stabilità. Prevede dei prestiti agevolati da parte della Commissione, non una clausola di salvaguardia. Dal punto di vista europeo, dunque, una eventuale compensazione tra spese straordinarie in deroga al Patto di stabilità per l’energia e richiesta di prestiti per il SAFE appare abbastanza impropria.
Sul piano politico, invece, questa iniziativa ha diverse ragioni, innanzitutto propagandistiche. Il governo sa che c’è molto malcontento popolare, anche tra gli elettori di destra, per l’aumento delle spese militari. Sollevare platealmente la questione di fronte alla Commissione Europea serve dunque a sgravarsi dalla responsabilità della scelta. È un po’ come se il governo dicesse: anche a noi pare assurdo che si spenda tanto per le armi e poco per il caro benzina, ma è l’Europa che ha deciso così.
Inoltre, Meloni sa che le misure fin qui adottate dal governo per contenere l’aumento dei prezzi dei carburanti sono state troppo dispendiose e troppo temporanee, oltreché contro la logica che stanno usando in molti altri paesi. In ogni caso, dalla prossima settimana serviranno nuove risorse per provvedimenti più strutturali, e al momento non si potrebbe trovarle se non ricorrendo, almeno in parte, a nuovo debito.
Per aumentare l’indebitamento, però, il governo deve approvare uno scostamento di bilancio, cioè una modifica dei saldi di finanza pubblica inseriti nella legge di bilancio di dicembre. Per autorizzarla serve un voto del parlamento a maggioranza qualificata. I mercati finanziari non prenderebbero bene la notizia, e questo Meloni e Giorgetti lo sanno: quando un paese come l’Italia, col più consistente debito pubblico europeo, s’indebita ulteriormente, gli investitori tendono a considerarlo un segnale di debolezza, o di allarme.
Meloni e Giorgetti stanno dunque cercando di evitare queste ripercussioni, e di diluire nel tempo l’effetto che questa notizia può produrre: è un po’ come se stessero preparando per tempo i mercati, mostrando loro come la richiesta di fare nuovo debito non contraddice la prudente gestione dei conti pubblici fin qui osservata dal governo, e che anzi questo ulteriore indebitamento avviene seguendo delle regole che la Commissione Europea ha già previsto e ha già ritenuto sostenibili, solo che le ha previste per la difesa e non per l’energia.



