Le cose da sapere sulla nuova epidemia di ebola
Nella Repubblica Democratica del Congo i casi sospetti sono circa 250, ma per l'OMS potrebbero essere molti di più

Nel fine settimana l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha definito l’epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda un’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale. L’OMS ha spiegato che attualmente non c’è il rischio di una pandemia, ma la situazione richiede comunque un coordinamento internazionale urgente per ridurre i rischi di una diffusione in altri paesi dell’Africa e nel resto del mondo.
Nella provincia di Ituri sono state finora registrate almeno 80 morti sospette e nel complesso sono stati segnalati 246 casi sospetti della malattia, in tre zone sanitarie. I casi confermati in laboratorio per ora sono otto, a causa delle difficoltà nel prelevare campioni e testarli nelle zone rurali del paese. In Uganda i casi confermati sono due ed erano entrambe persone che provenivano dalla RDC. Una delle due persone è morta e i due casi non sembrano collegati.
Secondo l’OMS il focolaio di ebola potrebbe essere molto più esteso del previsto perché non è stato ancora avviato un tracciamento dei contatti adeguato. La quantità di persone infette potrebbe essere più alta, anche in considerazione dell’aumento negli ultimi giorni delle segnalazioni di morti sospette in aree urbane. Il contagio ha già superato i confini della RDC ed è quindi necessario rafforzare i test diagnostici, le attività di isolamento dei casi sospetti e la comunicazione pubblica per avvisare la popolazione sui rischi della malattia.
Ebola è una malattia contagiosa con un alto tasso di letalità tra le persone che si ammalano. È causata da un gruppo di virus scoperti per la prima volta nella seconda metà degli anni Settanta in paesi come la RDC (all’epoca Zaire) e il Sud Sudan (che in quel periodo era parte del Sudan). La specie più conosciuta e diffusa è stata per lungo tempo quella dello Zaire ebolavirus. L’attuale epidemia è causata dal Bundibugyo ebolavirus, identificato per la prima volta una ventina di anni fa in Uganda.
Essendo una specie storicamente poco diffusa è stata meno studiata ed esistono quindi meno strumenti per contrastarne la diffusione. I vaccini sviluppati contro lo Zaire ebolavirus potrebbero non funzionare adeguatamente contro il Bundibugyo ebolavirus, così come potrebbero esserci difficoltà nell’impiego dei test diagnostici per confermare la presenza del virus.
Entrambi i virus portano a sintomi simili: nei primi giorni dopo l’incubazione, che può durare da un paio di giorni a tre settimane, si sviluppano stanchezza, mal di testa e febbre. Nella seconda fase della malattia i sintomi peggiorano causando febbri emorragiche, che in molti casi possono rivelarsi letali.
Sulla base dei passati focolai, il Bundibugyo ebolavirus sembra avere una letalità intorno al 35 per cento (circa una persona su tre che si ammala muore), quindi inferiore rispetto a quella dello Zaire ebolavirus. Stimare il tasso di letalità è però difficile perché ogni focolaio è una storia a sé, viste le enormi variabili in cui si sviluppano le infezioni.

Bunia, Repubblica Democratica del Congo, 17 maggio 2026 (AP Photo/Dirole Lotsima Dieudonne)
Il contagio avviene attraverso il contatto diretto con i fluidi di una persona infetta, come sangue, saliva e sudore. La malattia nella seconda fase causa vomito e diarrea, che possono comportare il contagio tra le persone che assistono quelle malate. Anche procedure inadeguate per la sepoltura, comuni nelle aree più povere e isolate, possono portare a casi di contagio. Il virus può infatti rimanere a lungo contagioso anche dopo la morte.
Lo scorso anno nella RDC era stato confermato il sedicesimo focolaio di ebola da quando è conosciuto il virus: c’erano stati più di 50 casi confermati e la morte di almeno 45 persone. In Uganda sempre l’anno scorso c’erano stati 12 casi confermati e quattro decessi. Una delle epidemie più gravi della malattia era avvenuta nel 2019 sempre nella RDC, con oltre 3.500 casi e una quantità di persone morte stimata intorno ai 2.300. La più grande epidemia nell’Africa occidentale avvenne tra il 2014 e il 2016 con quasi 30mila casi e più di 11mila decessi.
L’OMS ha consigliato di rinviare grandi eventi pubblici in RDC e in Uganda oltre a rafforzare il più possibile i controlli per evitare una diffusione della malattia. Al tempo stesso i suoi esperti hanno ricordato che non è necessario chiudere le frontiere e che non sono necessarie restrizioni di viaggio o di trasporto di merci generalizzate. Il rischio è che blocchi di questo tipo favoriscano i passaggi informali e non controllati, riducendo la capacità delle istituzioni sanitarie di fare il tracciamento dei contatti.



