L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino, tra molti convenevoli
Era il primo in quasi 10 anni e serviva a distendere i rapporti: finora ne sono usciti pochi annunci concreti

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Il primo incontro bilaterale tra Donald Trump e Xi Jinping si è concluso giovedì tra molte cortesie e pochi annunci concreti. Era un viaggio molto atteso e importante, perché è il primo di un presidente statunitense in Cina negli ultimi nove anni e si inserisce in un contesto di relazioni altalenanti, tra fasi di relativa distensione e altre di aperta ostilità.
Lo scopo dell’incontro era proprio quello di rendere i rapporti più stabili e cordiali, e nel corso della giornata entrambi i presidenti hanno dato dichiarazioni di distensione. Non è escluso che al termine della cena, che è in corso, ne vengano date altre, ma non sono previsti altri momenti ufficiali. La visita di Trump in Cina terminerà domani, quando sono previsti un’altra visita ufficiale e un altro incontro bilaterale, e poi il rientro negli Stati Uniti.
Xi ha ricevuto Trump questa mattina in piazza Tienanmen, davanti alla Grande sala del popolo di Pechino, il palazzo del parlamento, con tutti gli onori. Al di là di una visita al Tempio del Cielo, uno tra i più noti di Pechino, il grosso degli incontri si è svolto all’interno dell’edificio, inclusa la sontuosa cena a cui partecipano le due delegazioni governative (quella statunitense aveva con sé anche una decina di amministratori delegati delle sue aziende più rilevanti).
«Dovremmo essere partner, non avversari», ha detto Xi, mentre Trump ha elogiato Xi definendolo «un grande leader». Trump ha detto che Cina e Stati Uniti hanno «un fantastico futuro insieme» e Xi ha detto che il motto di Trump «make America Great Again» e «la grande rinascita» della Cina possono convivere. Alla fine, Trump ha invitato ufficialmente Xi alla Casa bianca il prossimo 24 settembre.
I temi di cui ci si aspettava parlassero erano tre: Taiwan, la guerra in Medio Oriente e la guerra commerciale. Su nessuno è stato annunciato un accordo che cambi sostanzialmente le cose. Su Taiwan però Xi ha preso una posizione dura (anche se non del tutto nuova).
Taiwan è l’isola autonoma e democratica che la Cina rivendica come propria e che minaccia regolarmente di annettere. «Se gestita male», ha detto Xi, Stati Uniti e Cina potrebbero «entrare in conflitto o addirittura scontrarsi», e la situazione diventerebbe «molto pericolosa». Xi l’ha definito il tema «più importante» nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Sebbene ufficialmente seguano la politica di «una sola Cina», gli Stati Uniti sono molto vicini a Taiwan e quest’anno hanno approvato la più grande vendita di armi di sempre all’isola.
Xi vorrebbe che gli Stati Uniti rinunciassero al sostegno militare e politico di Taiwan, e ha dalla sua una leva importante: la sua vicinanza all’Iran e la possibilità di fare pressione sul regime per riaprire lo stretto di Hormuz. Per il momento gli Stati Uniti non hanno annunciato di voler cambiare la propria politica su Taiwan. Su Hormuz ci arriviamo.

Piazza Tienanmen, 14 maggio 2026 (Maxim Shemetov/Pool Photo via AP)
Sulla questione commerciale e sulla guerra in Medio Oriente sono stati dati ancora meno dettagli.
La Casa Bianca si è limitata a dire che Xi e Trump hanno parlato di investimenti reciproci, di accordi commerciali in ambito agricolo e di fentanyl, l’oppiaceo la cui produzione illegale passa in parte dalla Cina, e che Trump aveva addotto come motivazione per i dazi introdotti lo scorso anno e poi sostanzialmente ridotti.
Al momento la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, che va avanti a fasi alterne da anni, è in una fase sopita: lo scorso ottobre Trump e Xi avevano deciso rispettivamente di ridurre i dazi e di sospendere le restrizioni alle esportazioni di terre rare, un bene molto richiesto dal settore tecnologico e su cui la Cina ha quasi un monopolio. Per il momento non sono stati annunciati accordi diversi. Rispetto all’ultimo incontro tra Trump e Xi, nel 2017, la Cina è in una posizione di maggiore forza ed è possibile che riesca a ottenere delle concessioni dagli Stati Uniti.
Sulla guerra in Medio Oriente la Casa Bianca ha detto che i due presidenti hanno «concordato sulla necessità di mantenere aperto lo stretto di Hormuz». È una dichiarazione piuttosto scontata, perché la riapertura di per sé è nell’interesse di entrambi: dallo stretto passa un terzo del petrolio importato in Cina, mentre Trump ha bisogno di reimmattere petrolio nel mercato globale per abbassare i prezzi. Le posizioni però sono molto diverse, perché la Cina è il principale partner commerciale e un alleato dell’Iran, e non è detto che Trump abbia ottenuto un impegno concreto da parte di Xi a spingere il regime a riaprire lo stretto alle condizioni degli Stati Uniti.
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