Peggio della Grecia
Ora il paese europeo con il debito pubblico più alto è l'Italia, e il modo in cui è successo è una storia da cui dovremmo aver imparato qualcosa

Che il debito pubblico italiano sia alto è noto da decenni. Negli ultimi anni la consolazione è stata spesso che tra i paesi europei ce n’era uno col debito più alto, in rapporto alla dimensione della sua economia: la Grecia, uno stato che negli ultimi quindici anni ha vissuto una crisi storica, che è arrivato sull’orlo del fallimento, i cui conti sono stati posti sotto controllo dalle istituzioni internazionali, e che è stato proprio il simbolo della crisi del debito che colpì i paesi europei nel 2011. La consolazione è però destinata a finire quest’anno, perché nel 2026 ci sarà un’inversione dei ruoli.
Con qualche anno di anticipo rispetto alle previsioni, il debito pubblico italiano supererà anche quello greco, diventando così il più alto dell’Unione Europea e il secondo tra i paesi avanzati (dopo il Giappone). Si sapeva che prima o poi sarebbe successo, dato che da anni la Grecia ha impostato un percorso decisivo di riforme e riduzione del debito, sopportando un rigore dei conti e costi sociali anche molto pesanti. In Italia invece negli ultimi anni il debito pubblico ha continuato ad aumentare per politiche costosissime e inefficienti. In breve: mentre in Grecia cambiava tutto, in Italia è rimasto tutto uguale.
Che il sorpasso avverrà già nel 2026 lo hanno stabilito i dati del Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel cosiddetto “Fiscal monitor”: quest’anno il debito pubblico greco scenderà dal 145,7 al 136,9 per cento del Prodotto Interno Lordo, mentre quello italiano salirà dal 137,1 al 138,4. Il rapporto prevede che la differenza tra il debito greco e quello italiano si accentuerà poi nei prossimi anni.
Come si vede dal grafico, il sorpasso è avvenuto solo in parte perché è aumentato il debito italiano, ma è dovuto perlopiù alla riduzione eccezionale di quello greco, di più di 70 punti percentuali dal picco della pandemia. Il suo debito pubblico si è cioè ridotto di circa un terzo in sei anni.
Per capire come ha fatto serve fare una precisazione necessaria. Quando si parla di debito pubblico non si osserva mai il suo valore in senso assoluto, ma in relazione alla dimensione della sua economia, cioè alla sua capacità di ripagarlo. Si parla cioè di rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo, e infatti anche nel grafico qui sopra i valori sono espressi in percentuale e non in euro.
Questo significa che il rapporto tra debito e PIL può scendere in due modi: se si riduce l’ammontare del debito, cioè se gradualmente si ripaga il debito senza prendere nuovi soldi in prestito; oppure se aumenta il valore al denominatore, cioè se l’economia cresce. Più il rapporto debito/PIL è elevato e più è realistico che serva la crescita per arrivare a una riduzione davvero apprezzabile, cioè senza incastrarsi in politiche economiche eccessivamente austere per mettere i conti in ordine, talvolta in modo controproducente.
Il metodo solitamente più efficace è un mix delle due cose, ed è esattamente quello che ha fatto la Grecia, la cui storia economica recente è considerata tra i casi di ripresa economica più interessanti e riusciti, seppur innescato da una crisi economica violenta e con scelte molto pesanti per la popolazione.
Tutto cominciò nel 2009: il paese perse ogni credibilità quando venne fuori che i suoi bilanci sottostimavano enormemente l’indebitamento e che erano stati truccati dai governi passati per poter aderire all’euro. Gli investitori internazionali smisero di prestare soldi alla Grecia, i tassi di interesse aumentarono moltissimo proprio per il rischio concreto che fallisse, e il debito già enorme diventò impagabile.
Iniziarono così i piani di salvataggio della cosiddetta troika. Era il gruppo di creditori internazionali composto da BCE (la Banca centrale europea), FMI e Commissione europea che nel complesso diede alla Grecia più di 300 miliardi di euro a patto che il paese cambiasse del tutto registro: cioè che rimettesse i conti in ordine e che avviasse riforme per risollevare la sua economia in crisi.
Dal 2011 la Grecia fu così sottoposta alla cosiddetta austerità, cioè a rigidi piani di riduzione della spesa e aumento delle imposte per risanare il bilancio dello Stato: le fu imposta una severa riforma delle pensioni, l’aumento dell’IVA e di altre imposte, nuove leggi sul lavoro, la riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici e della spesa sanitaria e molte privatizzazioni. In alcuni momenti furono anche decisi limiti ai prelievi giornalieri dai conti correnti, che causarono code e panico agli sportelli delle banche.
La disoccupazione aumentò tanto, i redditi si ridussero, il PIL scese di decine di punti percentuali in pochi anni e la sanità pubblica fu di fatto smantellata. Questo sistema ebbe effetti sociali devastanti, ma si basava su una scommessa di lungo periodo degli economisti ed è quello che ha portato alla condizione attuale.

Persone in fila davanti a una banca di Atene, a luglio del 2015 (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)
Gli economisti ritenevano che la Grecia avesse bisogno di ripristinare come prima cosa la sua credibilità, così da farsi di nuovo finanziare dagli investitori internazionali a tassi di interesse più bassi e sostenibili. Scongiurato il fallimento, il paese avrebbe potuto riprendere a crescere su basi solide. Questo è stato quello che in parte è successo, anche se a distanza di anni sappiamo che in certi casi l’austerità fu fin troppo pesante e addirittura controproducente.
Ma la ripresa greca non è stata solo questo: al rigore dei conti sono state affiancate importanti riforme strutturali, come quella che ha riguardato il sistema bancario che allora era al collasso e quella per ridurre l’evasione fiscale. In più sono stati fatti investimenti pubblici mirati sui settori più promettenti, che hanno indirizzato il modello di crescita economica verso un percorso più virtuoso.
Prima della crisi la crescita era stata in gran parte trainata da sussidi e incentivi che non facevano che alimentare i consumi privati e il settore immobiliare, ma che contribuivano poco allo sviluppo di lungo termine. Ora gli investimenti nell’immobiliare sono diminuiti in percentuale del PIL, lasciando spazio a maggiori investimenti in imprese e infrastrutture, cioè quelli che rafforzano davvero la capacità produttiva dell’economia. E sebbene resti fondamentale il turismo – un settore con bassi salari e poco determinante per la crescita e lo sviluppo – il PIL conta più di un tempo sul commercio con l’estero e su un fiorente settore tecnologico.
Questo graduale riequilibrio del modello economico sta già dando risultati. Sebbene la Grecia non sia ancora ai livelli di benessere delle grandi economie europee (e anzi è ancora sotto la media europea), è uno dei paesi la cui economia cresce di più: nel 2026 le previsioni dicono che crescerà del 2,2 per cento, più di quattro volte la crescita prevista per l’Italia (lo 0,5 per cento). Già qui si può iniziare a intuire la ragione del sorpasso.

Una scritta sull’insegna della Banca di Grecia, che protesta contro la sudditanza del governo greco alla troika, nel 2015 (AP Photo/Thanassis Stavrakis)
Uno studio dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dice che per la Grecia un fattore determinante per la riduzione del debito è stata proprio la crescita più alta, e in particolare il contributo positivo del cosiddetto “effetto palla di neve” (gli economisti lo chiamano così, con un’immagine non proprio immediata, per indicare il fatto che si autoalimenta): la crescita dell’economia è in grado di far ridurre il debito se il PIL cresce con percentuali più alte dei tassi di interesse che ci si pagano sopra. La Grecia è riuscita a tornare a tassi di interesse più bassi proprio grazie all’austerità che le ha ridato la credibilità tra gli investitori, e la crescita ha fatto il resto.
C’è comunque una particolarità del caso greco: circa 90 punti percentuali del suo rapporto debito/PIL sono ancora composti dai prestiti dei vecchi piani di salvataggio, che hanno tassi molto più bassi della media di mercato e dunque hanno potenziato il meccanismo.
In ogni caso questo effetto, secondo l’Osservatorio, le ha fatto ridurre il rapporto tra debito e PIL di circa 10 punti percentuali all’anno dalla pandemia. Tendenze simili, seppur meno accentuate, si sono viste anche in Portogallo e in Spagna, gli altri due paesi che insieme alla Grecia e all’Italia negli anni della crisi dell’euro componevano il gruppo dei cosiddetti paesi PIGS (acronimo dispregiativo con le iniziali dei quattro paesi che formano la parola inglese per maiali).
Al contrario negli ultimi quindici anni in Italia l’effetto palla di neve è stato quasi sempre sfavorevole, cioè l’economia è cresciuta talmente poco che alla fine il debito pubblico è aumentato per via degli interessi.
Le proiezioni indicano che la crescita italiana rimarrà asfittica anche per i prossimi anni per i cronici problemi dell’economia: una spesa pubblica inefficiente e miope, una scarsa produttività, un’industria in crisi, e investimenti in settori con poco potenziale, come l’edilizia e il turismo.
Questo contribuirà a far aumentare il debito pubblico insieme agli strascichi dei costosi bonus edilizi approvati nel 2020, tra cui il Superbonus che è costato più di 200 miliardi di euro: sebbene sia uno sgravio sostanzialmente cancellato dall’attuale governo, gli effetti continuano a farsi sentire sul debito pubblico, e l’Osservatorio calcola che l’aumento del debito pubblico italiano negli ultimi tre anni sia dovuto quasi interamente a questo.



