Il ciclismo raccontato dalle moto
Al Giro d’Italia c’è anche il motocronista, che sta in mezzo alla corsa per raccontarla mentre succede
di Michele Pelacci

Il Giro d’Italia – partito venerdì dalla Bulgaria e ora arrivato in Italia – durerà più di tre settimane: 21 tappe, una al giorno, con in mezzo tre giorni di riposo e spostamento. Le ore di diretta televisiva saranno 170 e visto che il ciclismo non è, non sempre, tra gli sport più vivaci e ricchi di eventi, per riempirle tutte bisogna ingegnarsi un po’. Grazie al fatto che il ciclismo va per le strade, una possibilità è mettere su quelle strade una moto che abbia come passeggero un giornalista o un ex ciclista nel ruolo di motocronista.
Quello del motocronista è un lavoro raro che fanno in pochissimi al mondo, e mai a tempo pieno. È complicato, perché si sta sulle strade, ed è delicato, perché si sta in mezzo ai corridori; ma è anche un lavoro che offre un punto di vista privilegiato. Stefano Rizzato, che sta per iniziare il suo settimo Giro d’Italia da motocronista, e che in altre occasioni è invece telecronista, spiega che «vedere la corsa da un monitor all’arrivo e vederla da dentro è come giocare ai videogiochi in 2D e poi passare a quelli in 3D». Tutto è più avvincente, veloce e vivace e la «sfida», dal suo punto di vista, è scovare e raccontare «qualcosa di non visto». Perché ovviamente, oltre alla sua moto, in corsa ci sono quelle per le fotografie e le riprese video della corsa.
In un certo senso, il motocronista sta al ciclismo come il bordocampista sta a una partita di calcio. Solo che il bordocampista sta appunto a bordo campo, dove ci sono le panchine, mentre il motocronista sta letteralmente dentro la corsa: a volte al seguito di chi è in fuga, a volte con il gruppo principale, altre volte ancora al seguito dei più forti.
Il motocronista non può parlare con i corridori durante la corsa (un tempo lo si faceva, ora lo proibisce il regolamento), ma può farlo con i direttori sportivi, il corrispettivo degli allenatori. Oltre a questo, il motocronista è lì per descrivere sensazioni, atmosfere o dinamiche di cui è spettatore diretto. A volte racconta la folla, altre le dinamiche tra squadre o corridori, altre ancora atteggiamenti o espressioni del volto di uno di loro.
In molti altri sensi, oltre che ben meno diffuso, quello del motocronista è un lavoro assai più complicato rispetto a quello del bordocampista. Un motocronista deve fare tante cose diverse, spesso in poco tempo e non di rado in condizioni ben poco agevoli. Deve riconoscere al volo i circa 180 ciclisti in gara, ascoltare due o tre canali diversi in contemporanea (la telecronaca, ma anche gli aggiornamenti in tempo reale del servizio di radiocorsa e ciò che gli dice in cuffia il coordinatore giornalistico), comunicare con chi guida la moto e, insieme con lui, valutare quale parte della corsa seguire e destreggiarsi tra biciclette, auto e altre moto.
Il tutto restando in equilibrio su una moto che, pur guidata da piloti esperti – e specificamente esperti a guidare in quelle condizioni – deve passare in ripide salite in mezzo a due-ali-di-folla, oppure scendere da alti valichi alpini seguendo, seppur a debita distanza, biciclette che vanno a oltre cento chilometri orari, e che però hanno tempi e modi di frenata ben diversi da quelli di una moto che pesa un paio di quintali.
Un esempio di motocronaca riuscita bene: la celebre vittoria di Marco Pantani a Oropa, nel Giro del 1999. A inizio salita Pantani ebbe un problema meccanico e i due motocronisti (Auro Bulbarelli e Marco Mazzocchi) ebbero un ruolo importante nel racconto della sua rimonta
Per capire meglio il lavoro del motocronista bisogna conoscere almeno un po’ come funziona la carovana del Giro d’Italia. Senza contare i mezzi degli sponsor, che passano molti minuti prima dei corridori, i mezzi in gara, davanti o dopo il gruppo, sono circa 150.
Per cominciare, ci sono 46 ammiraglie, due per ogni squadra. In uno sport il cui gergo va a pescare da tanti ambiti diversi e vari, le ammiraglie sono le macchine che ciascuna squadra allestisce con bici e pezzi di ricambio e a bordo delle quali ci sono meccanici e direttori sportivi. Ci sono poi macchine della giuria, dell’organizzazione, di radiocorsa, quelle per gli ospiti e quelle dei medici, oltre ad ambulanze e auto di assistenza tecnica neutrale (che assistono tutti, a prescindere dalla squadra). Insomma, è un gran traffico.
A provare a gestirlo sono i cosiddetti regolatori, che a loro volta si spostano in moto. Indro Montanelli, inviato dal Corriere della Sera al Giro del 1947, scrisse che i regolatori vanno «su e giù lungo la colonna distribuendo salomonicamente consigli e cicchetti a tutti». In buona parte funziona ancora così. Al Giro d’Italia 2026 i regolatori sono quattro, non a caso tutti ex ciclisti professionisti: Paolo Longo Borghini (fratello di Elisa), Enrico Barbin, Damiano Cima e Salvatore Puccio.
Con loro, con altri membri della giuria e con i direttori sportivi di tante squadre, Rizzato dice di aver creato «un rapporto di fiducia» fondamentale per poter lavorare al meglio. Perché è nell’interesse di tutti che la corsa sia ben raccontata e mostrata, ma è anche importante evitare interferenze, problemi e pericoli. Una moto davanti a un corridore gli offre una preziosa scia (una cosa da evitare), una moto ferma in salita in mezzo alla strada (magari con la frizione bruciata) è un grande problema per chi sta salendo. In genere la motocronaca sta quasi sempre in coda a un gruppo di corridori e sul lato sinistro della strada, mentre quello destro è di norma occupato dalle ammiraglie.
In passato le regole erano molto meno rigide: durante il Giro del 1966, per esempio, il giornalista Sergio Zavoli intervistò – anche per confortarlo, dicendogli bugie a fin di bene – il corridore Lucillo Lievore durante una sua fuga molto lunga e faticosa.
Al Giro, la giornata tipo di Rizzato inizia con relativa calma. Poi si fa movimentata, e inizia in auto, non in moto. È infatti in macchina che ogni giorno viene portato verso il punto in cui è previsto che la motocronaca entri sul percorso di gara. La motocronaca non c’è per tutta la tappa: comincia il suo lavoro verso le 13:45, e una tappa media dura circa dalle 12:30 alle 17. Tra la macchina e la moto bisogna cambiarsi, e mettersi vestiti adeguati a fare ore al vento, magari superando un paio di valichi alpini, magari sotto l’acqua.
Finita la tappa, poi – perlomeno nel caso di Rizzato – il motocronista deve scendere velocemente dalla moto e, in zona traguardo, fare appena possibile le interviste flash, come sono note le interviste brevi col vincitore di tappa o con chi indossa la maglia rosa.
Dal 2022 le immagini del Giro d’Italia sono prodotte da EMG, società specializzata in dirette televisive di eventi sportivi. Alla Rai il servizio aggiuntivo rappresentato dalla motocronaca costa alcune decine di migliaia di euro. Tra 2023 e 2025 le moto delle motocronache erano due: oltre a Rizzato c’era l’ex ciclista Giada Borgato, che quest’anno sarà invece presente nei programmi Rai del pre e del post tappa.
Se al Giro per la Rai c’è solo Rizzato, Eurosport – l’altra piattaforma su cui vedere il Giro d’Italia – ha un ex professionista diverso per ciascuna delle tre settimane di gara. Quest’anno comincia Jens Voigt, seguiranno poi Alessandro De Marchi e Adam Blythe.
Rizzato ha raccontato che a fine mese, dopo aver visto per ore gli stessi ciclisti (che in una corsa come il Giro mantengono lo stesso numero in tutte le tappe), ne ricorda a memoria i numeri, anche perché «i capitani hanno il primo numero di ciascuna decina, quindi sono l’1, l’11, il 21 e così via. Tutti gli altri di solito vanno in ordine alfabetico».
Oltre alla parte tecnica e mnemonica, il lavoro del motocronista serve però anche ad aggiungere sfumature e dettagli. A far sentire un po’ più vicino alla corsa chi la guarda dal divano, ma anche chi la segue dalla cabina di cronaca, e quindi, almeno nel caso della Rai (le telecronache di Eurosport sono da remoto) si sposta ogni giorno da un arrivo all’altro, ma senza mai essere davvero vicino alla corsa mentre succede.
Come sempre, persone diverse fanno il lavoro in modo diverso, e seppur sia ben poco diffuso, è così anche per il lavoro del motocronista. Rizzato, per esempio, oltre alla parte sportiva cerca di raccontare qualcosa in più. Durante il Giro del 2025 fece notare quante bandiere della Palestina c’erano a bordo strada. Perché, spiega, il racconto del ciclismo è anche il racconto dei posti che attraversa.
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