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  • Lunedì 11 maggio 2026

Come si fa un campo di terra rossa

Per i 21 degli Internazionali di tennis di Roma si parte dai mattoni delle cascine lombarde

di Gianluca Cedolin

(Clive Brunskill/Getty Images)
(Clive Brunskill/Getty Images)
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Al Foro Italico di Roma durante gli Internazionali di tennis si gioca su campi di terra battuta, tra partite e allenamenti. Prepararli richiede tempo, competenza e attenzione, perché la qualità del campo influisce sul gioco e sullo svolgimento del torneo. La terra rossa, infatti, è molto sensibile anche ai più piccoli cambiamenti.

Il lavoro comincia ai primi di febbraio, quindi quasi tre mesi prima dell’inizio degli Internazionali. Ogni volta i campi vengono rifatti quasi da zero, nel senso che viene portata e stesa nuova terra rossa. «Facciamo la fresatura, le ricariche, il controllo dei livelli, le linee, e poi rulliamo e compattiamo tutto», spiega Pierluigi Troiani, che se ne occupa da 42 anni con Mari Sport, l’azienda in cui prima lavorava anche suo padre. Troiani iniziò facendo varie mansioni in campo, e adesso coordina un gruppo di venti persone, la maggior parte giovani, impegnate tutto l’anno al Foro e in altri campi in giro per il mondo (di recente anche in Africa e in America Centrale).

Per il torneo di Roma gli addetti diventano 60, anche perché da qualche anno sono aumentati i campi. Quest’anno ce ne sono due in più dell’anno scorso, ma sono cinque quelli nuovi rispetto alla passata edizione (alcuni hanno cambiato posizione). «Oggi è un torneo industrializzato, una catena di montaggio; prima era tutto più artigianale», dice Troiani.

(Mike Hewitt/Getty Images)

La terra rossa è fatta, per semplificare, di scarti macinati di mattone. Per i campi del Foro Italico, Mari Sport la prende da Terre Davis, un’azienda cremonese che utilizza un materiale di recupero di vecchie cascine lombarde. Troiani stima che per gli Internazionali di quest’anno siano state usate tra le 300 e le 400 tonnellate di terra rossa. L’obiettivo di chi fa i campi è renderli il più possibile uniformi tra loro, rispettando sia i criteri internazionali sia le esigenze dei giocatori. Troiani spiega che negli ultimi anni si è cominciato a fare una terra leggermente più “veloce”, quindi con rimbalzi un po’ meno attutiti, per andare incontro a una tendenza del tennis mondiale a prediligere superfici veloci.

Di recente, racconta, gli addetti di ATP (il circuito professionistico maschile del tennis) stanno facendo sondaggi e rilevazioni nei vari tornei per vedere quali differenze ci sono nelle terre rosse. «Io ho sempre sostenuto che non potranno mai essere uguali, e non è una questione di materiali, ma ambientale, climatica», oltre al fatto che anche all’interno del Foro stesso ogni campo ha le sue specificità. Alcuni sono allestiti sotto il livello del suolo e altri  sono sopraelevati; alcuni hanno un fondo in erba, altri in tavolato di legno e altri ancora, come il Pietrangeli, in polvere di carbone compattata.

Dipende poi anche dal meteo, da quanto è piovoso o secco il periodo che precede il torneo. «La terra è un materiale vivo: se oggi ci sono 20 ore di sole e domani 3, non può essere uguale». Quando il torneo inizia, gli addetti ai campi si occupano principalmente di manutenzione, stando attenti in particolare ai cambi del meteo: Troiani dice che nelle settimane in cui si gioca lui e i suoi collaboratori consultano con grande costanza siti e app di previsioni.

(Julian Finney/Getty Images)

Capita, in certe annate o in alcune partite, che tennisti e tenniste si lamentino dei campi, giudicandoli magari troppo veloci, o lenti, oppure con rimbalzi non di loro gradimento. A volte lo dicono in pubblico, altre al direttore del torneo o direttamente a Troiani; ce ne sono alcuni, soprattutto tra quelli della vecchia generazione come Novak Djokovic e in passato Rafael Nadal, notoriamente molto attenti ai dettagli, dice.

Proprio i loro feedback, positivi o negativi che siano, sono importanti. «Il giocatore è l’utilizzatore finale del nostro lavoro. Se ci dice che il campo va bene, è una soddisfazione. Se mi dice che va male, cerchiamo di capire il perché, e di migliorarlo».

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