L’ong Sea-Watch dice che la Guardia costiera libica ha sparato a una sua nave
E che dopo le ha intimato di consegnare tutte le persone soccorse in mare: ora sta navigando verso l'Italia

L’ong Sea-Watch ha detto che lunedì mattina una nave della cosiddetta Guardia costiera libica ha sparato 15 colpi contro la sua nave Sea-Watch 5, che si trova nel Mediterraneo e che aveva appena terminato un’operazione di soccorso di 90 persone migranti. Secondo quanto dice l’ong in un primo momento la Guardia costiera libica aveva seguito e minacciato l’equipaggio della Sea-Watch di abbordare la nave, se non si fosse diretta a Tripoli.
Dopo qualche ora di quiete – in cui la nave si era diretta verso nord «a tutta velocità» per allontanarsi e come richiesto anche dalle autorità della Germania (la nave ha bandiera tedesca) – nel tardo pomeriggio è stata affiancata da una seconda motovedetta libica, che le ha intimato di consegnarle le persone migranti che aveva soccorso. Sea-Watch ha detto di aver chiesto assistenza alle autorità italiane, che però avrebbero risposto che la questione non è di loro competenza.

La motovedetta libica che ha raggiunto la Sea-Watch 5 (Sea-Watch)
La Guardia costiera libica è l’insieme di milizie armate finanziate e addestrate dall’Italia e dall’Unione Europea per fermare le partenze dei migranti dalla Libia. Non è nuovo che abbia comportamenti violenti e intimidatori: è solita sparare per forzare lo spostamento delle navi che soccorrono le persone migranti nel mar Mediterraneo, ma in genere spara in aria o nelle vicinanze delle imbarcazioni. L’episodio ricorda quello che successe lo scorso agosto alla nave Ocean Viking dell’ong Sos Mediterranée, verso cui la Guardia costiera libica sparò una serie di colpi diretti proprio a colpire i membri dell’equipaggio, un atto senza precedenti per una nave umanitaria.
Nel frattempo la Sea-Watch 5 si sta dirigendo verso l’Italia, le cui autorità le hanno assegnato come “porto sicuro” quello di Brindisi, un porto che l’ong lamenta essere a «quattro giorni di navigazione». Quella di “porto sicuro” è una definizione data dalle varie leggi internazionali che regolano il soccorso marittimo, e che prevedono che gli sbarchi debbano avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica a dove è avvenuto il salvataggio sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani.
L’abitudine del governo italiano è quella di assegnare porti sempre piuttosto lontani dalla posizione delle navi delle ong, una pratica che rende problematiche le loro operazioni e allunga i tempi in cui le persone soccorse restano in una condizione di precarietà.



