Il chemsex è sempre più un problema tra gli uomini gay
È la pratica di assumere sostanze psicoattive per trarre più piacere dal sesso, ma causa dipendenze e problemi di cui si inizia a discutere

Quando lo scorso dicembre ha ritirato il primo premio del concorso di bellezza Mr Gay World, che negli anni si è trasformato anche in una piattaforma importante di attivismo per la comunità LGBTQ+ mondiale, il quarantenne italiano Giulio Spatola ha dedicato la vittoria a David Stuart. Non è il suo compagno o un suo amico, ma un ricercatore che ha passato la vita a cercare di ridurre i danni di una pratica sessuale specifica: il chemsex.
Il termine “chemsex” indica l’uso di sostanze psicoattive specifiche prima o durante i rapporti sessuali, con l’obiettivo di intensificare l’esperienza, prolungare la performance e abbassare le inibizioni. Lo coniò proprio Stuart nei primi anni Duemila, dopo essersi reso conto che un numero crescente di uomini gay che incontrava lavorando come volontario per vari servizi londinesi per le dipendenze raccontavano storie di questo tipo.
Oggi il chemsex è una pratica in crescente diffusione, soprattutto nelle grandi città ma non solo. Non esistono dati ufficiali né aggregati che permettano di determinare l’estensione del fenomeno in Italia, ma tutti gli psicologi, psichiatri e attivisti della comunità LGBTQ+ intervistati dal Post per questo articolo concordano sul fatto che negli ultimi cinque anni è decisamente aumentata, soprattutto a Milano, pur rimanendo una pratica minoritaria.
A lungo se ne è parlato sui giornali solo in occasione di scandali o fatti di cronaca, quasi sempre come un comportamento deviante confinato a certi ambienti poco raccomandabili e spesso molto ricchi, lontano dalla vita ordinaria delle persone. Nell’ultimo anno, però, un numero crescente di voci interne alla comunità LGBTQ+ italiana ha cominciato a sollevare il tema a propria volta, non per stigmatizzare chi lo pratica, ma per chiedere che se ne parli apertamente, con più informazione e meno giudizio, per ridurre i danni.
Le sostanze associate al chemsex sono principalmente il mefedrone, il GHB e il GBL, la metanfetamina e, in Italia più che altrove, il crack e l’MDPV. Quello che le accomuna è l’effetto che producono: abbassano le inibizioni, amplificano le sensazioni fisiche e generano un senso di intimità intensa con persone che si conoscono da poco. Non è chemsex qualunque uso di sostanze in un contesto sessuale, ma l’uso di queste sostanze specifiche, con questo intento preciso, e in questo tipo di contesto sociale.
Si consumano soprattutto in appartamenti privati, in sessioni che possono durare da qualche ora a qualche giorno, in coppia, in gruppo o più raramente da soli. Trovarle, per una persona che fa parte della comunità, è molto semplice, soprattutto nelle grandi città. Su Grindr, la principale app per incontri sessuali tra uomini, i profili degli spacciatori o delle persone che segnalano di avere droghe e cercare qualcuno con cui fare chemsex sono molto riconoscibili e onnipresenti grazie a emoji allusive.
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Esiste anche una versione eterosessuale del chemsex, ma è molto meno diffusa e ha caratteristiche diverse: tende a essere più solitaria e meno legata a reti sociali strutturate. Il chemsex vero e proprio, invece, è un fenomeno che riguarda in larghissima parte gli uomini che fanno sesso con altri uomini, categoria che include sia uomini omosessuali o bisessuali che uomini che si definiscono eterosessuali ma hanno rapporti con altri uomini. Donne trans, uomini trans e donne queer sono quasi del tutto assenti da questi contesti. Non è un caso: il chemsex è intrecciato molto spesso con dinamiche di competizione e pressioni estetiche che caratterizzano la socialità gay maschile.
Le spiegazioni sono diverse e non si escludono a vicenda. La più citata dagli esperti ha a che fare con lo stigma. Marco Fiorello, attivista genovese che da sei anni lavora sul fenomeno, sottolinea che gli uomini che fanno sesso con altri uomini sono statisticamente più inclini all’uso di sostanze proprio a causa dei fattori di stress legati all’appartenenza a una minoranza sessuale: lo stigma per l’HIV, le microviolenze quotidiane, l’omofobia esplicita e quella interiorizzata.
Le sostanze usate nel chemsex agiscono esattamente su questo genere di tensioni: migliorano il giudizio che una persona ha di sé stessa, rendono accessibili pratiche o desideri che altrimenti sembrano impossibili da ammettere, e creano un senso temporaneo di intimità e accettazione che nella vita ordinaria può essere difficile da trovare.
Le dottoresse Enza Traina e Marta Beltrami lavorano rispettivamente come psicoterapeuta e psichiatra per il Servizio per le Dipendenze (Ser.D) pubblico di Canzio, a Milano, che fa riferimento all’Asst Fatebenefratelli Sacco. Il loro centro è l’unico specializzato in chemsex in Italia: raccontano che tra i pazienti che arrivano da loro con questo problema ricorrono spesso storie di forte giudizio e vergogna attorno alla loro sessualità.
Giorgia Fracca, psicologa dell’Associazione Solidarietà AIDS di Milano, lavora da quasi dieci anni con persone che fanno uso problematico di chemsex. Racconta che molti ragazzi le dicono di usare le sostanze per riuscire ad assumere la posizione passiva durante un rapporto sessuale penetrativo. Questo non vuol dire che le sostanze, di per sé, rilassino lo sfintere, ma che permettono alle persone di rilassarsi psicologicamente e di superare eventuali sentimenti di vergogna o giudizio nei confronti di sé stessi.
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A questo si aggiunge un’altra lettura che ha molto a che fare con un certo approccio alla sessualità che si è diffuso in gran parte della comunità. Il sessuologo Filippo Nimbi, ricercatore all’Università La Sapienza di Roma, dice che nella comunità ha interiorizzato fortemente l’idea che nel sesso l’uomo debba essere performante, dotato, con una fisicità da pornografia mainstream. Le sostanze permettono di liberarsi temporaneamente di quel peso.
C’è infine una terza dimensione, che riguarda il bisogno di connessione. Le dottoresse Traina e Beltrami raccontano di pazienti che descrivono il chemsex anche come un modo per sentirsi parte di una comunità. Molti di loro, aggiungono, non si considerano desiderabili: le sostanze permettono di aggirare quella sensazione, di avere un contatto fisico e una vicinanza che altrimenti sembrano preclusi.
Spatola, il vincitore di Mr Gay World, ha cominciato a parlare pubblicamente degli aspetti più problematici del chemsex dopo averlo vissuto di persona durante la pandemia. A Londra, dove vive da anni, le persone che praticano chemsex sono tantissime: già nel 2015 Vice pubblicò un documentario molto crudo che lo raccontava con una certa preoccupazione.
Per anni, prima di provarlo sulla propria pelle, Spatola aveva però pensato che a «finire in certi giri» fossero soltanto le persone in situazioni di particolare fragilità, o che frequentavano le persone sbagliate. Poi, durante il Covid, si è trovato in una situazione di forte stress, e il chemsex, che fino a quel momento aveva praticato saltuariamente, si è trasformato in una forma di escapismo.
«Mi sono accorto di quanto stesse cominciando a intaccare la mia vita quando ha cominciato a darmi problemi sul lavoro», racconta al Post. «A farmi fingere malato il lunedì e il martedì, perché come succede spesso si va avanti con una sessione di chemsex anche per due o tre giorni consecutivi». Oggi è uno degli attivisti che si occupano di chemsex più visibili al mondo, e ha contribuito fortemente alla fondazione di un tavolo nazionale di attivisti e associazioni che si confrontano e informano regolarmente sulle evoluzioni del fenomeno in Italia.
Il chemsex può causare molti problemi. Quello più comune e trasversale è la dipendenza, non tanto dalla sostanza in sé, ma dall’associazione tra sostanza e sesso. «Le prime volte che fai sesso con queste sostanze hai obiettivamente accesso a emozioni e sensazioni a cui senza probabilmente non saresti arrivato», dice Enrico, un uomo bisessuale milanese che ha frequentato questi ambienti per anni e ha chiesto di mantenere l’anonimato. «Poi, però, comincia a diventare difficile farlo senza, e ancora di più sviluppare una connessione emotiva con l’altra persona, che è una parte fondamentale della ragione per cui il sesso è bello».
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Chi sviluppa una dipendenza seria tende a perdere progressivamente tutto il resto, dalla stabilità economica agli affetti. Sostanze come l’MDPV, diffusissime in città come Milano, possono dare dipendenza fisica nel giro di pochi mesi, provocare stati psicotici durante l’uso e una paranoia che dura settimane, e in alcuni casi scompensare psicosi latenti in modo permanente.
Le dottoresse Traina e Beltrami raccontano che i pazienti che arrivano da loro con problemi legati a quella sostanza lo fanno spesso dopo pochi mesi. Il profilo è quasi sempre lo stesso: persone sopra i trent’anni, con un alto livello di istruzione, spesso senza nessuna storia psicopatologica precedente, che si rendono conto che stanno perdendo il controllo sulla propria vita. L’attivista Marco Fiorello ha raccontato al Post di aver intervistato oltre cinquecento persone che praticano chemsex in Italia negli ultimi sei anni. In questo periodo, almeno trenta di loro sono morte come conseguenza dell’abuso di sostanze.
C’è poi la questione del consenso: sotto l’effetto di certe sostanze è molto difficile valutare lucidamente quello che sta succedendo, sia per chi subisce che per chi agisce. Chi ha acquistato e assunto sostanze e si trova a subire violenze in quel contesto può finire per non denunciarle mai, nel timore di esporsi a sua volta a conseguenze penali.
In questo contesto, la comunità LGBTQ+ «ci tiene molto alla distinzione tra chemsex e chemsex problematico», dice Fracca, la psicologa. «E io posso essere d’accordo che un uso occasionale di mefedrone possa non essere problematico. Ma non mi puoi dire che l’MDPV puoi farlo in maniera non problematica, quando è una sostanza che ti può dare un infarto al primo uso e può scompensare una psicosi».
Associazioni come la sua collaborano da anni con vari centri pubblici per le dipendenze, ed esistono varie organizzazioni LGBTQ+ a livello nazionale che offrono aiuto a chi sente di aver sviluppato un rapporto problematico con il chemsex.
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Dove chiedere aiuto
Se sospetti di stare sviluppando un rapporto problematico con il chemsex, puoi rivolgerti al più vicino Ser.D sul tuo territorio, presente in ogni ASL italiana: qui c’è una lista divisa per regione. Al momento, l’unica associazione che offre gruppi di supporto specifici per chi ha problemi legati al chemsex è a Milano: si chiama ASA ed è raggiungibile al numero +3902 55195800.
Puoi anche cercare il checkpoint LGBTQ+ della tua città: sono presidi sanitari e sociali territoriali gestiti dalla comunità stessa, nati per offrire servizi di prevenzione e test per l’HIV e altre infezioni sessualmente trasmissibili (IST) in un ambiente non ospedaliero, accogliente e non giudicante. Chi preferisce un primo contatto anonimo può fare riferimento al sito 56 Dean Street, che raccoglie risorse in più lingue sul chemsex e su come chiedere aiuto: qui c’è la pagina in italiano.



