Gli oggetti lasciati indietro dagli esuli di Istria e Dalmazia
Sono custoditi in un magazzino di Trieste che diventerà un museo, e che racconta una storia novecentesca a lungo dimenticata
di Francesco Gaeta

A Trieste, in un deposito del Porto Vecchio da tutti conosciuto come “Magazzino 18”, sono custoditi oggetti lasciati ottant’anni fa che nessuno tornerà più a riprendere. Appartenevano a chi dal 1945 in poi lasciò case e paesi dell’Istria e della Dalmazia, i territori della costa adriatica settentrionale che dopo la fine della Seconda guerra mondiale passarono dall’Italia alla Jugoslavia. È una lunga sequenza di “rimanenze”, esposte per gruppi di oggetti, stanza dopo stanza: letti, armadi, ferri da stiro, macchine da cucire, sedie, strumenti musicali, specchi a muro.

Magazzino 18, Trieste (Francesco Gaeta/il Post)
Questi oggetti si ripetono in massa. Su molte delle casse che li contenevano sono scritti in vernice bianca i nomi dei proprietari, i luoghi di provenienza e una cifra: è il numero dell’“opzione”, come si definì all’epoca la scelta di spostarsi in territori italiani. Furono circa 300mila gli esuli che si decisero a farlo, e in 70mila arrivarono a Trieste.
L’intenzione non era che quelle cose stessero lì a lungo. Mentre le famiglie cercavano una sistemazione altrove, furono catalogate con l’idea che prima o poi qualcuno le avrebbe ritirate. Ma nel tempo i proprietari si trasferirono in altre città italiane o all’estero, e quelle cose non servivano più nelle vite che ricominciavano altrove. Negli anni Settanta ci fu un ultimo appello pubblico per il ritiro. Poi, quando i vecchi depositi stavano per essere demoliti, quel che restava fu affidato all’IRCI, l’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata. Entro l’estate, spiega il comune di Trieste, quegli oggetti diventeranno un museo.
La storia di quegli oggetti è particolare perché lo è quella delle terre e delle persone da cui arrivano. Istria e Dalmazia sono state una terra di frontiera, contese per decenni tra stati nazionali. Nel libro Trieste. Un’identità di frontiera, lo storico Angelo Ara e lo scrittore Claudio Magris, entrambi triestini, descrivono quella zona dell’Adriatico come «una striscia che divide e collega, una zona di nessuno, un territorio misto, i cui abitanti sentono spesso di non appartenere veramente ad alcuna patria ben definita».

Magazzino 18, Trieste (Francesco Gaeta/il Post)

Magazzino 18, Trieste (Francesco Gaeta/il Post)
Gli stati nazionali hanno tracciato e cambiato più volte i confini di quei territori. Dopo la Prima guerra mondiale, con il crollo dell’Impero austro-ungarico, Trieste, l’Istria e gran parte della Venezia Giulia passarono all’Italia. Ma dopo la Seconda guerra mondiale le cose cambiarono. Il trattato di pace di Parigi del 1947 assegnò alla Jugoslavia l’Istria, Fiume, Zara e gran parte della Dalmazia. Oggi l’Istria è compresa tra Slovenia e soprattutto Croazia (e in minima parte Italia); la Dalmazia è quasi interamente compresa nella Croazia. Fiume e Zara sono in Croazia.
Su Trieste non si trovò subito un accordo: il cosiddetto Territorio Libero di Trieste venne diviso in Zona A, con la città amministrata dagli anglo-americani, e Zona B, gestita dalla Jugoslavia. Questa sistemazione provvisoria durò fino al 1954, quando si trovò un’intesa che assegnò la Zona A all’Italia. Fu dentro questo incerto passaggio, lungo diversi anni, che avvenne “l’esodo”.

Magazzino 18, Trieste (Francesco Gaeta/il Post)
A Trieste una parte degli esuli finì nei campi profughi: quello principale a Padriciano venne chiuso a metà degli anni Settanta. Molte famiglie vennero sistemate nei nuovi borghi costruiti sul Carso, l’altopiano che sovrasta la città, spesso accanto a paesi abitati in prevalenza da sloveni. Fu una soluzione insieme assistenziale e politica, pensata anche per consolidare una sorta di cintura italiana attorno a Trieste.
La scrittrice Silvia Zetto Cassano, che arrivò a 10 anni in uno di quegli insediamenti (Santa Croce), racconta che le persone «erano segnate da una condizione di estraneità: per anni fummo anche qui in Italia i foresti, quelli arrivati da fuori, tollerati più che accolti». Nel romanzo Diventerai, Zetto Cassano descrive la vita in quei luoghi come un’attesa senza obiettivi: «Se c’era appena un po’ di sole le donne mettevano le sedie fuori, facevano a maglia, chiacchieravano, non facevano niente. Gli uomini bevevano un bicchiere, scambiavano due parole, non facevano niente».
Le aspettative di chi lasciava la Jugoslavia per l’Italia erano altissime, ma molto spesso non furono ripagate. Innanzitutto sul piano economico: gli accordi di pace prevedevano che i beni immobili abbandonati diventassero di proprietà della Jugoslavia, ma fossero ripagati dalla Repubblica italiana; i risarcimenti arrivarono però molti anni dopo, alcuni addirittura negli anni Novanta, a cifre che con l’andare del tempo diventavano irrisorie perché non pienamente attualizzate ai tassi dell’inflazione (cioè all’aumento dei prezzi). Inoltre gli esuli che furono smistati nelle città italiane che uscivano dalla guerra furono spesso visti come “fascisti”, perché provenivano da zone in cui il regime aveva attuato una italianizzazione forzata, in termini anche piuttosto violenti.
I campi in cui arrivarono i profughi erano spesso caserme, ex accantonamenti militari, baraccamenti. Arrivarono a essere 109, sparsi in tutta Italia. Chi vi entrava aveva diritto all’alloggio gratuito, a un sussidio giornaliero per ogni componente della famiglia, all’assistenza sanitaria e farmaceutica, a indumenti. Ma gli spazi e i servizi erano spesso inadeguati per vivere in maniera decente.

Magazzino 18, Trieste (Francesco Gaeta/il Post)
Chi volle uscire dalla condizione di assistito non ebbe vita facile. Piero Delbello, oggi direttore dell’IRCI e curatore del Magazzino 18, racconta che suo padre nel 1960 accettò una delle offerte con cui lo Stato cercava di svuotare i campi: «50.000 lire, una tantum, senza più sussidi, e poi arrangiarsi». La famiglia andò a vivere in una camera con cucina di 18 metri quadrati, in un rione povero di Trieste, «senza acqua corrente, con una fontana in corte e un gabinetto in comune». Delbello dice che fu anche questa povertà a produrre il riserbo di molte famiglie esuli. «Io sono figlio del silenzio non perché avessimo qualcosa da nascondere, ma per un pudore enorme, che col tempo diventava vergogna: non potevi portare nessun compagno a casa perché avrebbe scoperto che eri povero».
Della difficile integrazione a cui gli esuli andarono incontro restano varie tracce. La storica Gloria Nemec ha condotto uno studio su alcune cartelle cliniche di esuli conservate nell’ospedale psichiatrico di Trieste. Emerge «un particolare spaesamento e disorientamento nello spazio e nel tempo» di chi arrivava in Italia e «sprofondava in uno stato confusionale e depressivo». Di una paziente i medici scrivevano: «Si sente smarrita. Nega propositi di suicidio ma a fronte di tre lettere di addio con le sue ultime disposizioni rinvenute, ammette a denti stretti di averle scritte».
Il giornalista e scrittore triestino Paolo Rumiz sintetizza così quella condizione: «Quella gente si ammalò di malinconia: rimase con i piedi in terra italiana e lo sguardo rivolto al confine».

Magazzino 18, Trieste (Francesco Gaeta/il Post)

Magazzino 18, Trieste (Francesco Gaeta/il Post)
La vicenda umana di questi esuli ne incrocia un’altra molto contemporanea. Riguarda il modo in cui le loro storie sono state trattate per molti anni sui media, non solo a livello locale. È una narrazione che si è prestata a lungo a un uso politico della vicenda istriana e dalmata e con un’inevitabile dose di approssimazione si può sintetizzare così: gli esuli istriani e dalmati sono stati le vittime dimenticate della Seconda guerra mondiale, l’effetto di un grande tradimento della Repubblica che prese il posto del fascismo, che li aveva invece tutelati. È una narrazione che si è formata ed è ancora alimentata in qualche forma a destra, la parte politica che da sempre ha visto negli esuli e nei loro discendenti un potenziale serbatoio di voti.
Secondo la storica triestina Mila Orlić, docente all’università di Rijeka (la Fiume odierna) e autrice di diversi libri su questi temi, presentare l’esodo istriano-dalmata in base a queste categorie «significa schiacciare questa drammatica vicenda dentro una polarità fin troppo semplice, tra italiani e slavi». Fu invece una storia molto meno lineare, tanto che sarebbe corretto parlare di “esodi” al plurale: molti partirono per motivazioni materiali, perché vedevano nell’Italia un luogo di possibile maggiore prosperità. Soprattutto non fu un esodo interamente riducibile a uno scontro di identità nazionale.
«L’Istria è sempre stata terra multilingue e dalle molte appartenenze per via della sua storia imperiale. In quelle terre l’identità dei singoli si è costruita spesso su base municipale o regionale, e non in base a un criterio di nazionalità», dice Orlić. Dentro il grande flusso dell’esodo ci furono anche persone che prima che italiane in senso pieno «si sentivano innanzitutto istriane, fiumane, dalmate».
Il censimento jugoslavo che si tenne in via ufficiosa nel 1945 per dimostrare l’appartenenza slava di quei territori mise in evidenza questi elementi, soprattutto nelle zone rurali. Nel distretto di Buie quasi il 30 per cento della popolazione rifiutò di farsi classificare secondo categorie nazionali prestabilite; a Merischie tutti gli abitanti si dissero “indeterminati”; a Verteneglio solo 36 persone si dichiararono italiane e 12 croate, mentre 2.450 rifiutarono un’identificazione nazionale.
Anche per questo lo storico Ernesto Sestan, incaricato negli anni Quaranta dal ministero degli Esteri di uno studio sul tema, osservava che in gran parte dell’Istria molta gente non si chiedeva tanto se fosse italiana o slava, perché la vera domanda era: «Sotto chi starò meglio, sotto l’Italia o sotto la Jugoslavia?».

Magazzino 18, Trieste (Francesco Gaeta/il Post)
Secondo Orlić, l’uso politico del dramma di queste popolazioni si è paradossalmente accentuato a partire dalla creazione della Giornata del ricordo, istituita nel 2004 per ricordare questa vicenda storica. «Le intenzioni erano creare una “memoria nazionale intera”, come disse all’epoca il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. L’esito a cui assistiamo è però quello di un uso della memoria in chiave nazionalista».
L’esodo è ancora oggi qualcosa di molto vivo nella memoria di Trieste, che è governata da un’amministrazione di centrodestra. L’assessore alla Cultura Giorgio Rossi, che arriva da una famiglia istriana e che del Magazzino 18 vuole fare un «museo della Civiltà istriano-dalmata», dice che a Trieste «l’accoglienza degli esuli è passata attraverso tre fasi: è stata prima subita, poi accettata, e infine compresa», e aggiunge che ancora oggi «permangono spigoli nel rapporto con la comunità slovena».
Lo scrittore triestino Livio Sirovich dice che in città il clima è molto migliorato negli ultimi anni: «La gran parte delle associazioni di esuli presenti a Trieste ha posizioni meno rivendicative rispetto al passato». Tuttavia, si vedono ancora i segni di un conflitto non pienamente risolto: «Due anni fa mi è capitato di passare da Prosecco, un piccolo borgo a maggioranza slovena a pochi chilometri da Trieste. Nel giorno del patrono San Nazario, che cade a fine giugno, gli italiani facevano ancora partire a tutto volume l’inno nazionale per farlo sentire agli abitanti sloveni, come una dimostrazione di forza».



