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  • Giovedì 7 maggio 2026

Cosa succede ai Repubblicani che provano a opporsi a Trump

Che non vengono rieletti: è successo in Indiana, dove le elezioni primarie hanno confermato l'influenza che Trump mantiene nel partito

Un seggio elettorale a Indianapolis, 5 maggio 2026 (Brett Phelps/Mirror Indy/CatchLight via Getty Images)
Un seggio elettorale a Indianapolis, 5 maggio 2026 (Brett Phelps/Mirror Indy/CatchLight via Getty Images)
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Il 5 maggio in Indiana ci sono state le elezioni primarie per il Senato statale, che sarà rinnovato per metà (25 seggi su 50) il prossimo 3 novembre. È un voto che normalmente avrebbe poco spazio anche sulla stampa statunitense, ma non quest’anno: quelle Repubblicane sono state considerate un test dell’influenza del presidente Donald Trump sul partito, ed è risultato che ne abbia ancora molta, nonostante la sua popolarità a livello nazionale sia in calo.

In sette collegi Trump aveva portato avanti una battaglia politica per rimuovere altrettanti senatori Repubblicani, a lui sgraditi. Aveva quindi dato il suo sostegno pubblico ai loro sfidanti alle primarie. Dei sette sfidanti sostenuti da Trump cinque hanno vinto, uno ha perso e un altro è arrivato in perfetta parità.

L’anno scorso i sette senatori con cui Trump se l’è presa si erano opposti alla sua richiesta di modificare le mappe elettorali dell’Indiana per favorire i Repubblicani e aiutarli a ottenere due seggi in più a livello federale. È un processo noto come gerrymandering politico, il cui uso nel secondo mandato di Trump è diventato molto più frequente ed esplicito, sia da parte dei Repubblicani sia, in risposta, dei Democratici. Dal 2025 cinque stati governati dai Repubblicani e tre dai Democratici hanno cambiato le loro mappe per creare collegi in cui i rispettivi candidati sono favoriti, e molti altri ci stanno provando o stanno valutando di farlo.

L’Indiana è già uno stato profondamente conservatore: i Repubblicani hanno 40 seggi su 50 al Senato, e 70 seggi su 100 alla Camera. Trump ha vinto tutte e tre le volte in cui era candidato alla presidenza, ed è anche lo stato di Mike Pence, vicepresidente di Trump nel suo primo mandato (il loro rapporto poi è finito molto male). Nonostante questo, il tentativo di modificare la mappa fallì perché non ottenne i voti necessari: al Senato in 31 votarono contro, tra cui 21 Repubblicani.

Trump alla Casa Bianca, 1° aprile 2026 (AP Photo/Alex Brandon, Pool)

Trump minacciò fin da subito di sostenere candidati diversi da quelli che si erano opposti alla sua richiesta, in modo da far perdere loro l’incarico quando si fossero presentati per la rielezione. Si è poi speso personalmente per farlo, cosa insolita per competizioni così locali. Per esempio, tutti gli sfidanti sono stati invitati alla Casa Bianca, anche se erano sostanzialmente sconosciuti; Trump li ha spesso citati sul suo social Truth e dopo la vittoria ha diffuso delle immagini di lui con tutti i candidati o le candidate che hanno vinto e la scritta: «Sostenuto dal presidente Trump!». Ha invece criticato gli altri, dicendo per esempio che a loro «non interessa nulla del paese».

Alcuni tra i senatori e le senatrici uscenti che sono stati battuti dai candidati di Trump hanno detto di non avere ripensamenti. «Ho seguito le richieste del mio collegio», ha detto per esempio Linda Rogers, in carica dal 2018 e battuta da Brian Schmutzler.

La senatrice statale dell’Indiana, Linda Rogers, a Indianapolis, dicembre 2025 (Kaiti Sullivan/Bloomberg)

Il risultato delle primarie indica almeno due cose importanti.

Primo: dimostra come Trump abbia ancora enorme influenza sul suo partito, e che chi prova a opporsi a lui a livello politico poi ne paga le conseguenze. I candidati sconfitti erano in carica da anni, alcuni da decenni, e quindi conosciuti a livello locale. Hanno posizioni conservatrici su temi cari all’elettorato Repubblicano, come le armi o l’aborto: non erano insomma dei moderati, ma non è bastato. Più che sui contenuti, tutto si è giocato intorno al sostegno o all’opposizione di Trump. Vari gruppi di finanziatori inoltre hanno speso oltre 13 milioni di dollari in pubblicità per sostenere i candidati graditi a Trump, una cifra altissima per una competizione così locale.

La seconda è il modo evidente in cui sono emerse le divisioni interne al Partito Repubblicano, con da un lato i politici dell’establishment, che si sono formati nell’era pre-Trump, e dall’altro quelli MAGA, fedelissimi al presidente e pronti a sostenerlo su più o meno qualsiasi cosa. Questa frattura è diventata più evidente nell’attuale periodo di intensa campagna elettorale, quando tutti cercano di essere rieletti o di imporsi sugli altri, anche nello stesso partito. Trump, inoltre, non ha mai avuto remore a prendersela con gli avversari: molti giornali hanno definito quello che è successo in Indiana come una sua «vendetta».

Il 3 novembre, oltre alle elezioni locali, si voterà per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera e circa un terzo (33) di quelli del Senato federali. La conferma del peso dell’endorsement di Trump avrà conseguenze ben oltre l’Indiana, e spingerà i Repubblicani in altri stati ad allinearsi alle sue richieste per evitare di perdere l’incarico. Si sta già parlando di quanto siano a rischio gli incarichi di due dei principali critici interni di Trump, che stanno partecipando alle primarie: Thomas Massie, deputato del Kentucky e Bill Cassidy, della Louisiana.