L’Azerbaijan è diventato molto importante per l’Italia
C'entrano la guerra in Iran e la necessità di correre ai ripari prima che la crisi energetica arrivi davvero

Lunedì la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni è andata a Baku, dove ha incontrato il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev: l’obiettivo principale del viaggio era rafforzare i legami politici e commerciali con il paese, e assicurare all’Italia un rifornimento costante di gas e petrolio, risorse di cui l’Azerbaijan è ricco. È il terzo importante viaggio fatto da Meloni dall’inizio della guerra in Medio Oriente per tentare di trovare nuove o migliori fonti di approvvigionamento energetico: il 25 marzo era stata in Algeria; il 3 aprile era andata un po’ a sorpresa nel Golfo persico, per incontrare i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar.
L’Italia, povera di materie prime e senza centrali nucleari attive, ha nella dipendenza energetica da altri paesi un problema strutturale e radicato del proprio sistema economico, e in questi ultimi tempi è diventato sempre più anche un problema di sicurezza nazionale. Secondo i dati più aggiornati pubblicati due settimane fa dal ministero dell’Economia, l’Italia importa dall’estero circa il 74 per cento dell’energia di cui ha bisogno. La media dell’Unione Europea si aggira intorno al 57 per cento.
Nel 2004 la dipendenza dall’estero era dell’84,4 per cento; nel 2015, del 77 per cento. Si sta dunque riducendo, ma quando si parla di approvvigionamenti energetici i processi sono lenti e complicati, mentre l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra in Iran hanno creato un problema che andrebbe risolto adesso, e nel minor tempo possibile. Un modo per ridurre davvero questa dipendenza sarebbe produrre più energia internamente, ma appunto ci vuole tempo.
Tra il 2021 e il 2025 la produzione da fonti rinnovabili – idroelettrico, geotermico, eolico e fotovoltaico – è aumentata di quasi il 20 per cento, e la potenza installata è passata da 58 a 81,5 gigawatt. Ma è largamente insufficiente a soddisfare il fabbisogno energetico, siamo circa a metà. Il governo ha anche deciso di puntare sull’energia nucleare, anche se finora è stato fatto poco nel concreto, e siamo ancora molto lontani dall’aprire una centrale.
Anche diversificare gli approvvigionamenti, comunque, non è immediato: bisogna definire accordi commerciali e diplomatici con paesi che spesso non sono democratici, e vanno finanziati gli investimenti necessari.
Il primo shock è stato appunto la guerra in Ucraina. Dopo alcune incertezze e alcune contraddizioni tra il 2022 e il 2024, l’Italia si è infine impegnata sul serio a ridurre la propria dipendenza dal petrolio e dal gas russo. Se nel 2021 l’Italia importava dalla Russia l’8,9 per cento del petrolio, nel 2025 la quota si era pressoché azzerata. Lo stesso vale per il gas: nel 2021 la Russia era il principale venditore di gas per l’Italia, garantendo il 38,2 per cento del fabbisogno; nel 2025 la stessa quota è scesa all’1,2 per cento, una delle più basse di tutta l’Unione Europea.
La guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran è stata un’altra grossa complicazione. Nell’aprile del 2022, due mesi dopo l’invasione dell’Ucraina, il COPASIR pubblicò una relazione sulla sicurezza energetica. Il COPASIR è il Comitato parlamentare che si occupa di questioni relative alla sicurezza nazionale, allora presieduto da Adolfo Urso, attuale ministro delle Imprese di Fratelli d’Italia. Quella relazione aveva un passaggio notevole, a leggerlo oggi: suggeriva di fare nuovi accordi con l’Iran.
«L’Iran potrebbe infatti tornare ad essere un partner di primo piano, tenuto conto dell’ampiezza dei giacimenti di gas di cui è ricco il suo territorio», diceva la relazione. E ancora: «L’Italia potrebbe sfruttare le ottime relazioni commerciali con questo paese, che potrebbe costituire un’ulteriore fonte alternativa per il reperimento del gas in sostituzione di quello russo. Teheran ha espresso il proposito di costruire una flotta di metaniere e navi con la finalità di sviluppare una propria industria del GNL [gas naturale liquefatto, ndr] e quindi anche questa prospettiva potrebbe rappresentare un’opportunità per il mercato italiano».
Nulla di tutto questo è stato fatto, soprattutto per motivi diplomatici. Fare accordi così impegnativi con l’Iran avrebbe significato indisporre gli Stati Uniti e in parte l’Unione Europea già nel 2022; ora è del tutto impensabile. Non solo. Anche i paesi del Golfo persico, coi quali Meloni ha rafforzato i legami per ottenere da loro maggiori rifornimenti di gas in sostituzione di quello russo, oggi offrono meno garanzie. In questo caso non tanto per una loro volontà, ma per le minacce e gli attacchi alle infrastrutture che subiscono proprio dall’Iran. Per quel che riguarda il gas, tra il 2021 e il 2025 la dipendenza italiana da quei paesi è aumentata dall’8,9 al 10,4 per cento.
In un contesto così complicato l’Italia ha cominciato a guardare a paesi apparentemente meno rilevanti sul piano internazionale, come appunto l’Azerbaijan, da cui l’Italia importa già il 15,4 per cento del petrolio (secondo in assoluto, dopo la Libia col 24,3 per cento) e il 15,8 per cento del gas (secondo anche qui, dopo l’Algeria col 38,2 per cento) grazie al TAP, il gasdotto costruito tra il 2016 e il 2020 che dalle coste azere del mar Caspio arriva fino a quelle della Puglia, attraversando Grecia e Albania e poi il mar Adriatico.
È per questo che negli ultimi mesi Meloni ha deciso di curare con maggiore attenzione le relazioni con l’Azerbaijan. La visita a Baku di lunedì è stata la prima di un capo di governo italiano dopo 13 anni, e sempre a Baku nella seconda metà del 2026 verrà organizzato un Business Forum per consolidare alcuni accordi commerciali e favorire investimenti reciproci. L’Italia vorrebbe essere insomma una sorta di facilitatore degli interessi economici azeri in Europa, in cambio di sempre maggiori garanzie sui rifornimenti energetici.
In quest’ottica andava visto anche il coinvolgimento dell’Azerbaijan nel piano di sviluppo per l’Africa del governo italiano, il cosiddetto Piano Mattei, così come la visita di Sergio Mattarella a Baku nell’ottobre scorso: in quel caso l’occasione furono gli accordi tra un’università azera per diplomatici e alcune importanti università italiane.
Questa volontà di assecondare gli interessi azeri pone però dei problemi. Non solo perché quello azero è un governo assai autoritario, con tratti da regime illiberale, ma anche perché nel Nagorno Karabakh, una regione contesa da quasi 40 anni tra Azerbaijan e Armenia, il governo azero ha represso e perseguitato per anni le comunità armene cristiane, di fatto cacciandole dal territorio nel 2023 con un’offensiva militare avviata per prendere il controllo del territorio. Su questa storia, il governo italiano ha tenuto in certe occasioni un atteggiamento ambiguo e contraddittorio.



