Va bene dire “ti amo” ai propri figli?
È una questione discussa e molto italiana, che non si pone dove per dire “ti voglio bene” si usano le stesse parole

Nell’ultima settimana si è sviluppata sui social italiani una grande discussione sulle implicazioni del dire «ti amo» ai propri figli piccoli, espressione che in molti considerano adatta solo alle relazioni tra adulti, ma che tanti altri usano abitualmente anche parlando ai figli. È un dibattito ricorrente, ma stavolta ha assunto toni piuttosto animati dopo che la psicoterapeuta e divulgatrice Stefania Andreoli ha detto al programma Agorà che dire «ti amo» ai figli confonde i ruoli, non permette di distinguere le sfumature dei sentimenti, e «rischia di far passare il “ti voglio bene” come un sentimento di serie B, quando è il numero uno perché il bene non passa mai», mentre l’amore può finire.
La frase è circolata molto sui social, estrapolata dall’intervista più estesa e commentata in molti casi senza considerare il discorso più ampio in cui si inserisce: la critica al modello familiare in cui i genitori sono amici anziché educatori, un tema di cui Andreoli e altri psicoterapeuti si occupano da tempo. In relazioni contraddistinte da questa simmetria i confini nei ruoli tra adulto e bambino tendono a essere confusi, e questo può indebolire rapporti gerarchici che sono invece fondamentali per la struttura familiare. Da questo punto di vista, il «ti amo» detto ai figli può essere quindi il segno di una relazione disfunzionale, così come scambiarsi regali a San Valentino o dormire nel lettone fino alla preadolescenza e oltre: perché sono tutte parole e comportamenti adatti ai rapporti di coppia tra adulti.
Il che non significa che le manifestazioni di affetto, verbali e non verbali, non siano importanti nelle relazioni tra genitori e figli, al contrario: secondo un’ampia letteratura scientifica, sono fondamentali sia per lo sviluppo neurologico, sia per quello socio-emotivo dei bambini. E non significa nemmeno che esprimere questo affetto dicendo «ti amo» sia sbagliato in assoluto e in qualsiasi caso, perché molto dipende anche dal contesto: lo sviluppo cognitivo e la fase evolutiva del bambino o della bambina, per esempio.
Un conto è se il genitore dice «ti amo» a un bambino di 4-5 anni, che non conosce il significato di quell’espressione all’interno di una relazione amorosa e non la sente come inopportuna, spiega al Post Valentina Tobia, professoressa di psicologia dello sviluppo all’Università Vita-Salute San Raffaele a Milano. Un altro conto è dirlo a un adolescente, che è più grande e capisce più cose, «ha delle conoscenze di come sono le relazioni che provengono anche da fuori, dal contesto». Per cui l’effetto del «ti amo» in quel caso può essere molto diverso, a meno che non ci sia un’abitudine all’interno della relazione genitoriale di esprimere l’affetto in quel modo lì, aggiunge Tobia.
Nella ricerca scientifica non ci sono studi specifici sugli effetti del dirsi «ti amo» anziché «ti voglio bene» tra genitori e figli. È una distinzione specifica della cultura e della lingua italiana, e pone dubbi difficili da sciogliere attingendo ai dati di ricerche condotte in altri paesi, perché in molti non c’è una distinzione lessicale altrettanto esplicita e usuale tra l’amore romantico-erotico e quello affettivo-familiare. Nella cultura anglosassone, per esempio, è il contesto a suggerire di volta in volta a quale delle due forme di amore sia riferita l’espressione I love you, che in italiano può essere “ti/vi amo” o “ti/vi voglio bene”. Ma anche per le due distinte espressioni italiane vale la premessa che l’interpretazione e gli effetti di ciascuna delle due dipendono comunque da fattori contestuali variabili.
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Secondo una parte degli specialisti attivi sui social e intervenuti sulla questione la discussione si è concentrata troppo sulle parole, i cui significati cambiano a seconda del contesto e anche nel tempo, e poco sulla pragmatica, cioè sulla relazione tra le parole e le motivazioni, i bisogni e le abitudini di chi le pronuncia.
Una delle opinioni espresse nel dibattito è che, indipendentemente dalle parole utilizzate nel rapporto, esistono relazioni disfunzionali in cui i figli vengono investiti della responsabilità del benessere emotivo dei genitori, spesso involontariamente. Il «ti amo» detto dai genitori può generare in loro confusione, perché anziché esprimere affetto e fornire protezione e sicurezza può essere la manifestazione di un bisogno emotivo e la richiesta implicita di soddisfarlo. Ma può succedere anche dicendo «ti voglio bene»: il punto è se le parole denotano – insieme ai comportamenti e ad altri aspetti del rapporto – una relazione genitoriale in cui i ruoli non sono quelli che dovrebbero essere.
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Succede con crescente frequenza che le discussioni sull’essere genitori suscitino reazioni aggressive e difensive. In parte dipende da meccanismi noti delle piattaforme, che favoriscono le zuffe su temi polarizzanti per aumentare il coinvolgimento degli utenti. Ma in questo caso dipende anche da una più ampia e diffusa “crisi della genitorialità”, un fenomeno studiato da anni, che porta molti genitori a sentirsi inadeguati, insicuri, isolati e in colpa. Questo li porta anche a subire più facilmente le pressioni ad adattarsi a modelli di perfezione irrealistici amplificati sui social, e a cercare rassicurazioni e certezze assolute nelle risposte degli specialisti. Certezze che invece, soprattutto nelle scienze sociali, non sono mai assolute quanto chi le cerca vorrebbe.
La discussione sul «ti amo» detto ai figli ha generato reazioni istintive e polemiche perché in effetti molti genitori la considerano una frase profondamente inappropriata, mentre tanti altri no. E chi la usa abitualmente con i propri figli è portato quindi a interpretare critiche generiche ma perentorie come un rimprovero al proprio ruolo di genitore. In realtà, fuori dai social, la discussione è molto più sfumata perché dipende sempre da un contesto, che sui social manca.
Altri comportamenti ambigui nelle relazioni tra genitori e bambini, che generano ciclicamente discussioni altrettanto partecipate, sono i baci sulle labbra. E in questo caso è un dibattito che interessa anche altri paesi, spesso rianimato da qualche persona famosa che pubblica sui social una foto in cui bacia un proprio figlio o una propria figlia. In Spagna, secondo un sondaggio citato nel 2019 dal País, il 47,88 per cento dei genitori bacia sulle labbra i propri figli. Molti di quelli che invece non lo fanno lo considerano un gesto vergognoso o persino ripugnante.
Una delle considerazioni condivise da diversi specialisti in queste occasioni è che non associare il bacio in bocca a un gesto tipico dell’amore tra coppie adulte può generare confusione nei bambini e portarli più facilmente a diventare vittime di abusi. Molti esperti insistono sul fatto che ci sono tanti modi per dimostrare affetto senza baciarsi sulle labbra, gesto che può invece essere riservato al partner. «I bambini non distinguono tra i vari gesti a meno che non glielo insegniamo, quindi potrebbero riproporli all’asilo nido o in altri contesti sociali, causando problemi con i compagni e con altre persone della comunità», scrive la psicologa spagnola Silvia Álava Sordo.
Altri esperti sostengono che sia un rischio limitato perché i bambini, se vedono che un certo comportamento a scuola non è diffuso, tendenzialmente non lo attuano anche se a casa loro è normale. In generale, gli specialisti aggiungono che non ci sono studi in cui la pratica dei baci a stampo tra genitori e figli piccoli sia specificamente associata a effetti negativi sullo sviluppo dei bambini.
C’è inoltre da considerare che pratiche che possono sembrare strane ad alcuni sono perfettamente normali in altre culture e famiglie. Era emerso anche nel sondaggio citato dal País, secondo cui nei Paesi Baschi l’abitudine dei baci sulle labbra ai figli è più comune che altrove: è normale per il 75 per cento delle persone intervistate. «Da piccola lo facevo con mia madre e non ho mai pensato che fosse sbagliato», disse una di loro.
Anche in questo caso, l’età è un altro fattore contestuale rilevante, come disse al País lo psicologo scolastico César de la Hoz. I bambini potrebbero da un certo momento in poi – di solito nella preadolescenza, verso la fine del ciclo di scuole elementari – cominciare a sentirsi a disagio con questo tipo di baci.
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