Tre stadi, una città, due modi diversi di intendere il calcio
A Madrid gli impianti di Real e Atletico sono diventati costosissime attrazioni per turisti; il Rayo Vallecano fa di tutto per tenerli lontani, i turisti
di Valerio Clari

Comunque vada la semifinale di ritorno con lo Strasburgo, lo stadio del Rayo Vallecano – squadra di calcio di Madrid – ha ospitato giovedì l’ultima partita della sua annata europea. Non è detto che ce ne sia un’altra prossimamente, perché il Rayo non è affatto abituato a fare con costanza le coppe europee. Non è detto che ce ne sia un’altra in assoluto in questo impianto, considerato un po’ al limite per le regole della Uefa, la federazione europea del calcio. L’ultima comunque è stata un successo, una vittoria 1-0 contro lo Strasburgo, che lascia aperte molte possibilità di arrivare alla finale di Lipsia di Conference League, la terza coppa europea per importanza.
Sarebbe la prima finale della storia del Rayo, squadra che si definisce “di quartiere” e “del popolo”, in una città nota per Real e Atletico, che sono invece fra le società sportive più grandi e ricche al mondo. La diversità del Rayo è ostentata perché considerata un valore dai suoi tifosi, ma anche volendo sarebbe difficile nasconderla nello stadio di Vallecas.
Ha meno di 15mila posti, tre lati con gli spalti e uno chiuso da un muro, una cinquantina di anni di storia e quasi nessuna opera di adeguamento alle spalle. È piccolo, tanto che le prime file delle tribune sono davvero “in campo”. Lo spazio oltre la linea laterale è così stretto che i giocatori di riserva quando fanno riscaldamento in vista di un ingresso in campo sono praticamente dentro al terreno di gioco: se passa di lì il guardalinee si devono scansare per farlo passare. Il tabellone elettronico, quello su cui dovrebbero essere segnati punteggio e tempo (negli altri stadi mostra anche spot e replay), è rotto da mesi. Ne hanno messo uno di due metri per tre su una delle linee di fondo: lo vedono quasi solo i giocatori.
Contro lo Strasburgo il settore dei tifosi ospiti francesi era delimitato da una rete di corda: alcuni steward (il personale che si occupa della sicurezza) avevano quindi creato una specie di zona cuscinetto prima dei tifosi spagnoli, lasciando quattro file di seggiolini vuote e inaccessibili. Il problema è che il Rayo aveva venduto anche quei biglietti, motivo per cui a una cinquantina di persone è stato detto di trovarsi un’altra sistemazione, in piedi dietro le ultime file.

Il settore destinato ai tifosi ospiti delimitato con una rete, il muro su uno dei lati corti e i palazzi con affaccio sul campo nello stadio di Vallecas, a Madrid, il 30 aprile 2026 (Valerio Clari/il Post)
Quelli che altrove sarebbero innegabili problemi al Rayo sono vissuti come elementi di romanticismo e di resistenza al “calcio business”. La tifoseria di Vallecas, quartiere che fu operaio, è molto di sinistra e pronta a qualche scomodità per mantenere la sua anomalia.
Gli altri stadi di Madrid sono una cosa completamente differente. Il Santiago Bernabéu, del Real Madrid, è stato rinnovato per l’ennesima volta fra il 2020 e il 2024 con il progetto di farne la principale fonte di entrate del club, che peraltro è quello che produce più ricavi al mondo. Il Metropolitano, stadio dell’Atletico Madrid dal 2017, si chiama ufficialmente Riyadh Air, grazie a una ricca sponsorizzazione di una compagnia aerea saudita, e punta ad avvicinarsi ai livelli del Bernabéu, con buoni risultati.

Tifosi sui balconi dei palazzi con vista sullo stadio (Photo by Chris Brunskill/Fantasista/Getty Images)
Madrid ha costruito intorno alle sue maggiori squadre di calcio una parte importante della sua grande offerta turistica: ogni anno migliaia di persone ci vanno anche per vedere una partita di Real o Atletico, per visitare i loro stadi e musei, per comprare una maglietta, ufficiale o no, nei numerosi negozi dei club o nelle centinaia di quelli di souvenir, che insieme alle statuine dei tori e delle ballerine di flamenco propongono oggetti del Real o dell’Atletico. Il Rayo Vallecano è fuori da tutto questo: la maggior parte dei turisti nemmeno sa dell’esistenza della terza squadra di Madrid, e a Vallecas i tifosi storici ne sono ben felici.
La proprietà, rappresentata dal contestatissimo presidente Raúl Martín Presa, avrebbe invece altre ambizioni, tanto che vorrebbe un nuovo stadio, non importa dove, anche lontano dal quartiere originario. Finora non è riuscito a progettarlo soprattutto perché non sembra disposto a investire fondi propri. L’idea però sarebbe fare quello che è riuscito all’Atletico Madrid, che è passato al Metropolitano dal Vicente Calderon, stadio storico lungo il fiume Manzanarre, rimpianto dai tifosi più legati alle tradizioni della squadra.
Il Metropolitano è in tutt’altra zona, nel quartiere settentrionale di San Blas-Canillejas, che da quando c’è lo stadio è al centro di una grande attività immobiliare, con la prevista costruzione non solo di abitazioni, ma anche di zone commerciali e ricreative, con tanto di spiaggia.
Il Metropolitano ha 70.500 posti e molti skybox, ossia quelle aree affittate ad aziende o persone molto facoltose per vedere la partita in salotti con catering di lusso, nonché varie aree vip. Da quando è stato rinnovato è sede di enormi concerti, ha ospitato una finale di Champions (2019) e ne ospiterà un’altra nel 2027. Ha all’interno un museo del club e prevede tour nello stadio vuoto tutti i giorni della settimana. C’è anche la possibilità di comprare biglietti nei giorni della partita e vedere anche l’arrivo della squadra dentro lo stadio, per 170 euro.

L’esterno dello stadio Metropolitano nel 2023 (Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)
Il modello è quello del Real, che ha potuto contare sulla sua gloriosa storia e sulla fama mondiale per costruire un’offerta commerciale completa. Il museo del Real Madrid da qualche anno è stabilmente il terzo più visitato della città, battuto solo dal Prado e dal Reina Sofia (tra i musei d’arte più importanti al mondo): in quanto a incassi, però, supera anche quelli: 52 milioni di euro nel 2025, con 160mila biglietti venduti solo nelle ultime vacanze di Natale. Gli ultimi lavori di ammodernamento hanno aggiunto anche una passerella in cima allo stadio da cui è possibile vedere sia l’interno sia un panorama della città all’esterno (a pagamento, chiaramente), oltre a un “megastore” e aree per eventi.

L’esterno del Santiago Bernabéu il 23 marzo 2026 (Photo by Florencia Tan Jun/Getty Images)
La copertura dello stadio si chiude completamente in 20 minuti, e il terreno di gioco può meccanicamente essere cambiato per prepararlo per altri eventi non calcistici: il Bernabéu (83mila posti) dal 2025 ospita una partita di NFL, la lega professionista di football americano, all’anno e durante il torneo Masters 1000 di Madrid sono stati costruiti campi da tennis di allenamento al centro dello stadio. Da settembre 2024 invece sono sospesi i concerti, dopo che una associazione di residenti aveva vinto una causa contro l’eccessivo rumore. Il Bernabéu è nel quartiere Chamartín, una zona residenziale piuttosto ricca con residenti facoltosi e capaci di avere influenza sulla politica. Il Real ha comunque avviato un ricorso per riprendere i concerti.

L’interno dello stadio del Real Madrid prima dell’inizio del derby con l’Atletico del 22 marzo 2026 (Photo by Victor Carretero/Real Madrid via Getty Images)
Stadi di questo tipo e club così popolari attirano un pubblico diverso rispetto al passato: Real e Atletico hanno progressivamente marginalizzato il tifo cosiddetto “organizzato”, gli ultras, e i prezzi molto alti dei biglietti hanno compiuto un’ulteriore selezione. Sempre più spesso alle partite casalinghe c’è una quota rilevante di “tifosi turisti”, cioè spettatori provenienti da altre città o paesi che assistono a una partita come parte della loro esperienza in città. Non è una tendenza solo di Madrid o della Spagna, succede a quasi tutti i grandi club, comprese Milan e Inter a Milano, anche se lo stadio di San Siro ha molte meno risorse commerciali sfruttabili dai club al di là del biglietto di ingresso.
Il modello del Rayo è differente, un po’ perché non può nemmeno avvicinarsi ai livelli di notorietà dei grandi club europei, ma anche per il suo radicamento locale. Le partite hanno un rito consolidato, che passa dalle code per ottenere i biglietti nei giorni precedenti (non ci sono vendite online), fino a un preciso programma prepartita.
I tifosi, che perlopiù non vivono lontano, arrivano nella zona dello stadio tre ore prima, accolgono la squadra che entra a piedi negli spogliatoi, poi tutti si riversano in alcune piazzette vicine, per aspettare l’inizio della partita. Ci sono alcuni piccoli negozi che vendono birra a 90 centesimi, ci sono fumogeni e bandieroni: quello che sventola di più ha una enorme scritta «Working class» (classe operaia). Quasi tutti vestono rigorosamente la maglietta della squadra, bianca con una banda rossa a formare un fulmine: la squadra ha però solo un negozio ufficiale, su un lato dello stadio, che apre solo nel giorno delle partite e così piccolo che possono entrare al massimo 8 persone insieme: code anche lì.

Stadio Vallecas, 30 aprile 2026 (Chris Brunskill/Fantasista/Getty Images)
Quando inizia la partita il modo di viverla non è troppo diverso da quello di altri posti: ma c’è qualche bandiera della Palestina in più e molti riferimenti a Vallecas, definito dall’unico grande striscione presente «Il quartiere più grande d’Europa». All’intervallo spuntano dagli zaini decine di panini avvolti nella carta stagnola, così tanti da far pensare a un altro rito organizzato.
Nella semifinale europea il primo e unico gol è stato segnato nel secondo tempo dal centravanti brasiliano Alemao, su azione da calcio d’angolo. Alla fine della partita lo speaker ha urlato «Sí, se puede»: non proprio uno slogan originale, ma l’originalità del Rayo sta soprattutto in tutto quello che succede intorno al campo e alla squadra.



