Sul carburante il governo sta facendo ciò che non si dovrebbe fare

Ridurre le accise favorisce il consumo proprio mentre il petrolio scarseggia, e non è l'unico problema

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni (ANSA/ Angelo Carconi)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni (ANSA/ Angelo Carconi)
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Il Consiglio dei ministri ha prorogato per tre settimane la riduzione delle accise sui carburanti, che altrimenti sarebbe terminata il primo maggio. La misura è stata introdotta con l’intenzione di contenere il rialzo dei prezzi causato dalla guerra in Medio Oriente, ma ha come conseguenza quella di favorire (o comunque di non disincentivare) il consumo di un bene che in questo momento scarseggia. È il contrario di quello che stanno facendo altri paesi, razionando le scorte e adottando misure per ridurre la domanda di carburante.

Già un mese fa il commissario dell’Unione Europea all’Energia, Dan Jørgensen, aveva esortato i paesi membri ad adottare questo atteggiamento più prudente. Nello stesso periodo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (un’organizzazione intergovernativa che serve a coordinare le politiche energetiche dei paesi membri) aveva consigliato una serie di misure che i governi avrebbero potuto incentivare per ridurre la domanda di carburante: limitare gli spostamenti grazie al lavoro da casa, favorire l’uso dei mezzi pubblici, scoraggiare i viaggi in aereo non necessari, abbassare i limiti di velocità in autostrada e concedere l’uso delle auto nelle città a giorni alterni.

Qualcuno le ha messe in pratica. A marzo in Slovenia alcuni distributori hanno attivato un razionamento del carburante, stabilendo un limite massimo giornaliero di benzina disponibile per ogni veicolo. Fuori dall’Unione Europea, misure di razionamento sono state adottate anche dai governi di Thailandia e Sri Lanka. Le due regioni australiane Victoria e Tasmania, invece, hanno temporaneamente reso gratuiti i trasporti pubblici per ridurre l’uso di auto private.

– Leggi anche: Qualcuno deve smettere di usare carburante anche in Europa

Se l’obiettivo di questo periodo dovrebbe essere ridurre il più possibile l’utilizzo di un bene che scarseggia, tagliare le accise genera esattamente l’effetto contrario, perché abbassa il prezzo del carburante e ne incentiva il consumo. Eppure gli stati europei che stanno utilizzando fondi pubblici o riducendo le tasse sui carburanti sono, secondo l’Economist, 16 su 27. Tra questi c’è anche l’Italia.

Per ridurre le accise sul carburante, cioè le imposte fisse, il governo di Giorgia Meloni ha già speso in totale più di 1,2 miliardi di euro. Lo ha fatto con un primo “decreto carburante” da 527,4 milioni di euro approvato il 19 marzo, e poi con un secondo provvedimento da 500 milioni a inizio aprile. Questo terzo decreto sarà un po’ diverso dai precedenti: il gasolio avrà uno sconto di 24,4 centesimi al litro, maggiore di quello della benzina, di circa 6 centesimi al litro. Finora era stato di 24,4 centesimi al litro sia per la benzina che per il gasolio: Meloni ha spiegato che questa differenza è stata decisa basandosi sul fatto che il prezzo del gasolio è quello che è aumentato di più. Con il primo e il secondo decreto le riduzioni erano rimaste valide rispettivamente per 20 e 25 giorni, questa volta saranno 21.

Oltre a essere contraria al principio per il quale in questo momento sarebbe meglio razionare il poco carburante che c’è a disposizione, la riduzione delle accise è una misura anche molto costosa. Per finanziarla il governo ha dovuto cercare fondi qua e là, prendendo alcune decisioni molto contestate. Il primo decreto, per esempio, è stato finanziato in gran parte togliendo fondi a tutti i ministeri, che in questo modo hanno dovuto rivedere i loro programmi di spesa, annullando o rimandando progetti. I ministeri che, in numeri assoluti, hanno subìto le riduzioni maggiori sono stati quelli dell’Economia, dei Trasporti e della Salute.

Il secondo decreto invece è stato finanziato in gran parte (300 dei 500 milioni) con i proventi delle aste ETS, il sistema europeo che obbliga le aziende più inquinanti a pagare per le loro emissioni di anidride carbonica. Si è creato così un evidente cortocircuito: in pratica il governo ha usato fondi pensati per promuovere la decarbonizzazione per finanziare una misura che di fatto favorisce il consumo di combustibili fossili.

Un altro aspetto problematico dello sconto sui carburanti è che si applica in modo indiscriminato. Ne beneficiano tutti, non solo chi ne ha più bisogno, cioè chi ha redditi bassi o chi, per vari motivi, ha maggiore necessità di usare l’auto. Tra questi ultimi rientrano anche gli autotrasportatori, che nelle scorse settimane, nonostante la riduzione delle accise, avevano annunciato una protesta per ottenere dal governo ulteriori agevolazioni sui prezzi dei carburanti. Lo sciopero poi era stato sospeso per la morte di un camionista durante la protesta.

A fronte di costi molto alti, comunque, la riduzione delle accise produce un sollievo solo temporaneo per i consumatori. Alla scadenza di ogni decreto, il governo si trova a dover decidere se prorogarlo, mettendo i conti pubblici sotto pressione. Allo stesso tempo è restio a cancellare una misura che impatta in modo molto pratico sulla vita delle persone, e che per questo riesce a generare un certo consenso politico.

Mentre si trovava all’opposizione, Giorgia Meloni criticò in diverse occasioni le accise sui carburanti. Nel 2019 ne fece un argomento della sua campagna elettorale per le elezioni europee: diffuse un video nel quale lei, mentre faceva rifornimento da un benzinaio, diceva che Fratelli d’Italia avrebbe progressivamente abolito le accise. Dopo essere stata eletta presidente del Consiglio nel 2022, però, la stessa Meloni decise di non prorogare la riduzione delle accise che il governo di Mario Draghi aveva introdotto dopo l’inizio della guerra in Ucraina.