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  • Mercoledì 29 aprile 2026

Parlare di indagini è ancora più difficile, se sono sul calcio

Perché la giustizia sportiva è diversa da quella ordinaria, perché si è condizionati dal tifo, e perché spesso sono cose interpretabili e fumose

Gianluca Rocchi, ormai ex designatore degli arbitri dopo la decisione di autosospendersi (Jonathan Moscrop/CSM via ZUMA Press Wire)
Gianluca Rocchi, ormai ex designatore degli arbitri dopo la decisione di autosospendersi (Jonathan Moscrop/CSM via ZUMA Press Wire)
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Nel calcio italiano i casi giudiziari sono storicamente frequenti e variegati. Solo negli ultimi trent’anni la giustizia ordinaria e quella sportiva hanno indagato, tra le altre cose, su passaporti falsi, partite combinate, scommesse illecite, designazioni arbitrali pilotate, plusvalenze fittizie e infiltrazioni mafiose nelle curve. A volte indagini e processi erano basati su prove solide, altre volte le cose si sono sgonfiate rapidamente.

Più che ispirato da una reale ricerca di oggettività, il dibattito intorno a ciascun caso è stato spesso fazioso, in molte occasioni orientato dal tifo di alcuni e dallo scandalismo di altri. Spesso, inoltre, con il desiderio di mantenere lo status quo, da parte di chi il calcio italiano lo organizza e gestisce. Quasi mai, se si esclude in parte lo scandalo del 2006 noto come “calciopoli”, ci sono state conseguenze rilevanti per il “sistema calcio”, inteso come l’insieme di tutte le parti che del calcio si occupano e dal calcio ci guadagnano. Nonostante i vari proclami a favore di una riforma del calcio italiano, dopo ogni caso giudiziario alla fine poche cose sono cambiate davvero. Il calcio italiano intanto sta sempre peggio.

«Siamo messi decisamente male. Ogni questione è un pretesto per litigare, con la prima intenzione di difendere il proprio orticello, tanto che molti tifosi in rappresentanza di ogni squadra sono oggi convinti che finalmente l’inchiesta darà loro ragione, farà luce su quell’increscioso episodio arbitrale di quella tale partita, tutti convinti che la propria squadra sia stata penalizzata negli ultimi anni, e finalmente ora verrà ristabilita la verità», ha detto il giornalista Marco Cattaneo in un recente episodio del suo podcast Acronimi.

Per questo articolo il Post ha contattato un giornalista e un avvocato che seguirono da vicino il caso “calciopoli”, il principale degli scandali calcistici italiani, per cui nel 2006 diverse squadre, in particolare la Juventus, furono condannate per aver fatto pressioni per ottenere arbitri e arbitraggi considerati favorevoli. Entrambi hanno chiesto di restare anonimi, a conferma di quanto – perfino oggi che sono passati vent’anni da quegli eventi – sia poco conveniente parlare con franchezza di queste cose.

Il caso più recente di indagini legate al calcio riguarda Gianluca Rocchi, l’ex designatore degli arbitri di Serie A e Serie B, accusato di aver scelto gli arbitri di due partite in modo da favorire l’Inter, e di aver condizionato una decisione del VAR, sulla quale non avrebbe dovuto interferire, durante Udinese-Parma dello scorso campionato.

Il VAR, per chi ancora se lo chiede, è la sigla con cui è noto il sistema che prevede la presenza di un arbitro in una sala video da cui rivedere alcune azioni di gioco, così da consigliare l’arbitro in campo nel caso di situazioni ambigue e determinanti.

Per il momento, e stando alle informazioni note finora, nei confronti di Rocchi non c’è granché di concreto e le accuse, soprattutto quelle riguardanti gli arbitri “graditi” all’Inter, sono ancora abbastanza fumose e poco circostanziate. Su Rocchi, ma anche sul supervisore VAR e su altre persone, sta indagando la procura di Milano, quindi la giustizia ordinaria, dopo che un anno fa la giustizia sportiva aveva archiviato il caso (e ora però potrebbe riaprirlo, se dall’inchiesta ordinaria usciranno cose nuove). Tutto quello che si sa arriva da fonti di stampa e riguarda un’indagine ancora in corso.

Il rigore segnato da Florian Thauvin in Udinese-Parma dello scorso campionato: secondo l’accusa, Rocchi avrebbe esortato il VAR a intervenire per assegnarlo bussando sulla vetrata della sala VAR di Lissone (ANSA / GABRIELE MENIS)

Non è raro che la giustizia sportiva si muova solo dopo che l’azione della giustizia ordinaria lo abbia reso inevitabile o quasi. Secondo una linea di pensiero diffusa e però un po’ semplicistica, questo avviene perché la giustizia sportiva, gestita dal CONI e dalle singole federazioni (nel caso del calcio la FIGC, anche nota come Federcalcio), ha una certa inclinazione a far rimanere le cose come stanno, a proteggere “il sistema calcio”.

«La giustizia sportiva fa quello che ritiene senza rendere conto a nessuno, ma spesso questa autonomia diventa autoreferenzialità», dice al Post il giornalista che preferisce restare anonimo, sostenendo che la giustizia sportiva sarebbe di fatto controllata dalle federazioni, da lui definite «coacervi di interessi la cui unica finalità è quella di mantenere i propri ruoli».

La questione è un po’ più complessa. La giustizia ordinaria ha a disposizione strumenti investigativi che la giustizia sportiva non ha, come le intercettazioni, ed è quindi normale che su certe cose arrivi prima, o possa andare più a fondo.

Secondo l’avvocato sentito dal Post esiste però una discutibile mancanza di terzietà, perché tutti i componenti della procura federale e i giudici sportivi sono nominati dal consiglio federale su proposta del presidente della FIGC. In sostanza è la FIGC stessa, e in particolare il suo presidente (al momento il dimissionario Gabriele Gravina) a stabilire chi si deve occupare della giustizia sportiva.

«Da noi i presidenti delle federazioni sono l’organo esecutivo e quello istituzionale, gestiscono il budget e nominano chi ha funzioni di controllo. Questo può far sì che si crei un problema se vengono fuori scandali o un’indagine dà fastidio ai club: non che questo avvenga in modo matematico e in malafede, ma manca una divisione sistematica dei poteri», dice l’avvocato.

Per semplificare: i club di Serie A, B e C votano – insieme con altre componenti come calciatori, allenatori e dilettanti – il presidente federale, che a sua volta ha voce in capitolo sulle nomine di chi amministra la giustizia sportiva. Si crea quindi un sistema chiuso, in cui ci sono grossi interessi a non danneggiarsi a vicenda.

– Leggi anche: Come funziona la giustizia sportiva in Italia

Il rumore di fondo aumenta quando si parla di queste cose perché il calcio rimane – per ora – lo sport più seguito in Italia e quello in cui girano più soldi; e anche perché i “casi” di cui si parla si basano su fatti interpretabili e sfumati come i presunti torti arbitrali, i condizionamenti, la differenza tra una plusvalenza normale e una “falsa”. Spesso non c’è davvero modo di dire se, quando e quanto un rigore sia giusto o sbagliato, un errore fatto in buona o cattiva fede, o un giocatore venduto a un prezzo giusto, alto o basso.

Tifosi e appassionati sono spesso portati a valutare gli episodi sulla base di idee consolidate da anni di diatribe e cultura del sospetto, magari usando categorie diverse da quelle che userebbero in contesti che prescindono dal tifo. Può anche capitare che, almeno da parte di chi osserva o commenta, nel calcio si scelga di usare parametri di giudizio diversi, in quanto più di parte e meno oggettivi, rispetto ad altri contesti.

In un articolo sul “caso Rocchi”, il direttore del Foglio Claudio Cerasa si è chiesto (lasciando intendere una risposta negativa) se l’Italia abbia gli strumenti «per evitare che un’indagine diventi uno strumento utile per le tifoserie di mostrare le proprie tesi».

«Siamo tutti isterici, tutti partigiani, abbiamo una sfiducia totale nelle istituzioni, che si arrabattano e fanno pasticci», dice l’avvocato con cui ha parlato il Post. Il “sistema calcio” d’altro canto fa ben poco per cambiare le cose, o quantomeno per modificare il modo in cui viene percepito.

L’introduzione del VAR, che nei piani sarebbe dovuto servire a garantire maggiore oggettività e a limitare il dibattito sulle decisioni degli arbitri, ha esasperato la ricerca di situazioni dubbie e di certo non ha eliminato discussioni e polemiche. «Il VAR ha aumentato l’importanza del discorso arbitrale: si discute di più sugli episodi, o comunque più a fondo, con più immagini a disposizione, maneggiando un regolamento e dei protocolli sempre più ambigui e controversi», scrisse già nel 2024 su Ultimo Uomo Emanuele Atturo nell’approfondimento più completo uscito in Italia sul VAR.

Una revisione al VAR dell’arbitro di campo (Image Photo Agency/Getty Images)

La valutazione di molte cose che succedono in campo rimane inevitabilmente soggettiva anche con il VAR, perché sono cose su cui non esiste l’oggettività totale. Anche per via di una mancanza di uniformità nell’applicazione del regolamento, in parte dovuta al regolamento stesso.

Per tifosi e addetti ai lavori molto spesso questa valutazione è influenzata da ragioni di tifo e di appartenenza, ed è rarissimo vedere allenatori o dirigenti riconoscere un errore fatto in proprio favore: nella maggior parte dei casi si concentrano sui torti (o presunti tali) subiti, analizzando i casi arbitrali in modo strumentale. E magari lo fanno proprio per ragioni mediatiche o di comunicazione, per scaricare responsabilità (da loro o dalle loro squadre) o perché fa comunque comodo dare l’idea di essere quelli svantaggiati.

Non ci sono, di fatto, allenatori e dirigenti che non si lamentano (in pubblico o in privato) dell’operato degli arbitri e del VAR, una cosa che sicuramente non migliora il dibattito e il lavoro degli arbitri. Tutto questo contribuisce a creare un clima teso, in cui gli arbitri prendono decisioni sbagliate e i tifosi si sentono legittimati da chi guida le squadre per cui fanno il tifo a credere in complotti e cospirazioni varie; a maggior ragione quando ci sono nuove inchieste giudiziarie, a prescindere da evoluzioni ed eventuali condanne.

James Horncastle, il giornalista che segue il calcio italiano per The Athletic, ha riassunto così la situazione, in un articolo sulla recente vicenda che ha coinvolto Rocchi:

«Questa è una storia su più livelli. Riguarda la generale esasperazione per il livello arbitrale e il protocollo VAR in Italia. Riguarda le istituzioni arbitrali apparentemente in guerra con sé stesse. Riguarda anche il futuro. Ciò che è in gioco non è solo la credibilità del calcio italiano, già fragile e segnata da scandali passati e da prestazioni in calo, ma, cosa ancora più cruciale, la direzione che il calcio sceglierà dopo essere stato colpito da quello che la Gazzetta dello Sport ha definito “un altro shock”, meno di un mese dopo la mancata qualificazione dell’Italia al terzo Mondiale consecutivo».

È molto presto per dire se l’attuale inchiesta della procura di Milano diventerà qualcosa di più grande di quel che sembra essere ora, se coinvolgerà i club (per il momento non coinvolti) e se porterà cambiamenti significativi nella governance del calcio (peraltro già chiesti, da più parti, dopo la terza mancata qualificazione dell’Italia maschile ai Mondiali). Già adesso però, per come se ne parla, è diventata l’ennesimo scandalo che peggiora la cultura sportiva e, in parte di conseguenza, i risultati e il livello del dibattito.

Senza dubbio questa inchiesta espone di nuovo il calcio all’ipotesi del commissariamento, di cui si parla periodicamente e si è riparlato dopo le dimissioni di Gravina. Il giornalista sentito dal Post definisce il possibile intervento della politica «l’interferenza della realtà in un mondo dei sogni», una cosa che quindi chi sta dentro il calcio vuole cercare di evitare.

Intanto i candidati alla presidenza della FIGC di cui si è parlato di più nell’ultimo mese (si vota il 22 giugno) sono Giancarlo Abete, 75 anni, già presidente della FIGC tra il 2007 e il 2014, e Giovanni Malagò, 67 anni, che per un breve periodo dei suoi dodici anni di presidenza al CONI è stato lui stesso commissario della FIGC.