Cosa sappiamo e cosa no sugli sviluppi della guerra in Medio Oriente
Per chi pensa di non capire bene cosa stia succedendo: non siete soli

Si è creata enorme confusione su quello che sta succedendo e che potrebbe succedere nella guerra in Medio Oriente. Abbiamo provato a fare il punto, mettendo in fila quello che sappiamo e quello che non sappiamo sulla situazione e sulle intenzioni di Iran e Stati Uniti. Il Post continua a seguire tutti gli sviluppi con questo liveblog.
Ci saranno nuovi negoziati?
A Islamabad, in Pakistan, si stanno preparando da giorni per ospitarli e il governo pachistano continua a mediare con le due parti per convincerle a trattare. Domenica il presidente statunitense Donald Trump aveva annunciato che una delegazione americana sarebbe andata a Islamabad, facendo capire che ci sarebbe stato un nuovo incontro, ma l’Iran non ha mai confermato la propria partecipazione e dopo due giorni di enorme incertezza il viaggio è saltato.
La posizione ufficiale dell’Iran è che non ci possono essere negoziati fino a quando gli Stati Uniti mantengono il loro blocco sulle navi in viaggio da e verso i porti iraniani. A sua volta l’Iran controlla lo stretto di Hormuz dall’inizio della guerra, e permette di attraversarlo solo a pochissime navi che si sono accordate con il regime. Trump dice che il blocco statunitense è «irrinunciabile» proprio perché è l’unica arma per convincere l’Iran a riaprire lo stretto.
Su queste basi, la situazione è in stallo. Trump ha esteso il cessate il fuoco da parte degli Stati Uniti a tempo indeterminato, quindi non ha dato nuove scadenze o ultimatum per fare un accordo.
Se anche i negoziati dovessero ripartire, le posizioni di Iran e Stati Uniti sono inconciliabili su molte questioni, tra cui il controllo dello stretto di Hormuz e lo sviluppo del programma nucleare iraniano. Proprio questa distanza aveva fatto fallire i primi negoziati, che si erano tenuti a Islamabad tra l’11 e il 12 aprile.

Posti di blocco in vista di possibili negoziati a Islamabad, il 22 aprile 2026 (AP Photo/Anjum Naveed)
Qual è la strategia di Trump?
È la domanda più complessa dall’inizio della guerra, anche perché la comunicazione di Trump è stata spesso contraddittoria ed è sembrata umorale e poco razionale. C’è chi ritiene che sia una strategia, ma al momento non è chiaro come intenda uscire da questa situazione.
La cosa certa è che da settimane l’amministrazione statunitense sta mostrando una certa fretta di finire la guerra, anche a causa delle forti pressioni dal mondo economico e per le conseguenze negative che sta avendo sulla politica interna.
Gli obiettivi degli Stati Uniti non sono mai stati chiari. Per Trump è però fondamentale poter proclamare un qualche tipo di vittoria, soprattutto riguardo al programma nucleare iraniano. Anche la riapertura di Hormuz è diventata una questione centrale, sebbene Trump abbia fatto dichiarazioni contraddittorie, dicendo persino che agli Stati Uniti non interessava.
C’è poi il trasferimento in corso di ulteriori forze militari verso l’area del Golfo: è in arrivo una terza portaerei e saranno impiegate 27 navi, oltre che un numero crescente di marines. Questo sembrerebbe indicare che resti aperta l’opzione di una guerra più ampia.
– Ascolta anche: Globo: Donald Trump è pazzo?, con Mary Trump
Chi comanda davvero in Iran?
La risposta più semplice, e piuttosto fondata, è che ora più che mai comandano i Guardiani della Rivoluzione, il corpo armato più potente del paese, radicale e concentrato sulla sicurezza e sulla sopravvivenza del regime. Nelle ultime settimane sono emerse come figure forti del regime Ahmad Vahidi, l’attuale capo dei Guardiani, e Bagher Zolghadr, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, ed ex comandante dei Guardiani.
Dall’altro lato c’è una parte di regime più conciliante con i nemici e interessata a negoziare, rappresentata per esempio dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. La frattura interna al regime è diventata evidente lo scorso venerdì, quando Araghchi ha annunciato la riapertura dello stretto di Hormuz e un giorno dopo i Guardiani della Rivoluzione l’hanno smentito, richiudendo lo stretto e riferendosi indirettamente ad Araghchi come a «un idiota».
In questo contesto frammentato, non sappiamo dove né in quali condizioni sia la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ossia quella che dovrebbe essere la massima autorità politica e religiosa dell’Iran. Tutte le ipotesi fatte in questi mesi restano aperte: può essere vivo, operativo e nascosto, oppure gravemente ferito, in coma o addirittura morto. Non ci sono certezze.
– Leggi anche: C’è uno scontro anche dentro al regime iraniano

Una foto della Guida Suprema Mojtaba Khamenei con lo slogan “Dio è grande, Khamenei è la guida” nella metropolitana di Teheran, il 21 aprile 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Quanto funziona il blocco navale statunitense?
È iniziato il 13 aprile e nel complesso sta funzionando: lo conferma soprattutto l’insistenza dell’Iran nel chiederne la rimozione, segno che sta causando problemi e danni all’economia iraniana. La marina statunitense ha obbligato a fermarsi molte navi in viaggio da e verso i porti iraniani, e lunedì ha attaccato e sequestrato una portacontainer iraniana.
Alcune navi però riescono comunque a superare il blocco e passare, un fatto di per sé sorprendente: secondo i dati della compagnia di analisi dati Vortexa, citati dal Financial Times, almeno 19 navi legate all’Iran sono uscite dallo stretto, e 15 sono entrate. Molte erano sottoposte a sanzioni e navigano con modalità tipiche della “flotta fantasma”, come spegnere il transponder per nascondere la propria posizione.
È difficile valutare quanto il blocco navale sia dannoso per l’economia iraniana: la scommessa dell’amministrazione statunitense è che diventi insostenibile per l’Iran prima che il blocco di Hormuz diventi insostenibile per l’economia mondiale. Ma su questo ci sono molti dubbi.
– Leggi anche: Quanto può reggere l’economia iraniana?

L’alba sullo stretto di Hormuz, il 18 aprile 2026 (AP Photo/Asghar Besharati)
Cosa vogliono gli altri paesi del Golfo e Israele?
Ufficialmente, vogliono tutti la pace e il ritorno a una situazione di stabilità. Alcuni però ritengono che ogni possibile accordo di pace al momento offra poche garanzie sul futuro. Secondo alcune inchieste basate su fonti governative e di intelligence, soprattutto l’Arabia Saudita avrebbe preferito che gli Stati Uniti “completassero il lavoro”, cioè continuassero ad attaccare il regime iraniano fino alla sua caduta. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman considera la futura convivenza con l’Iran nella regione complessa e pericolosa.
La posizione di Israele è invece chiara: vorrebbe proseguire la guerra, sia in Libano sia in Iran, ed è stato di fatto spinto a interromperla dagli Stati Uniti.



