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  • Lunedì 16 marzo 2026

Trump insiste su una coalizione per scortare le navi nello stretto di Hormuz

Ha chiesto di collaborare ad almeno sette paesi, per ora nessuno ha accettato: intanto gli sfollati in Libano sono un settimo della popolazione

Una petroliera ferma nelle acque di Shinas, in Oman, per via del blocco dello stretto di Hormuz (REUTERS/Benoit Tessier)

È il diciassettesimo giorno della guerra in Medio Oriente. Trump ha confermato di voler formare una coalizione per scortare le navi nello stretto di Hormuz e di averlo chiesto ad almeno sette paesi: per ora nessuno ha accettato. In Libano la situazione è molto critica: le persone uccise dall’inizio della guerra sono più di 800, gli sfollati sono un settimo della popolazione. Proseguono i bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, così come gli attacchi iraniani contro Israele e i paesi del Golfo, e quelli delle milizie sciite filoiraniane contro obiettivi in Iraq. Il Post segue le notizie con questo liveblog.

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Una notte di attacchi

Nelle prime ore di lunedì ci sono stati nuovi attacchi verso i paesi del Golfo da parte dell’Iran.

• A Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, l’aeroporto ha sospeso parte delle attività a causa di un incendio a un serbatoio di carburante causato da un drone.

• L’Arabia Saudita ha comunicato di avere abbattuto decine di droni provenienti dall’Iran.

• Iran e Kwuait hanno segnalato nuovi attacchi nella notte tra domenica e lunedì.

• Intanto Israele e Stati Uniti hanno condotto nuovi bombardamenti in Iran, e sono state segnalate diverse esplosioni nella capitale Teheran.

Un’alta colonna di fumo causata da un incendio all’aeroporto di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dopo l’attacco con un drone iraniano (REUTERS/Stringer)

Le minacce di Trump, ormai poco sorprendenti, a chi non sta con lui

Parlando del progetto di formare una coalizione per scortare le navi nello stretto di Hormuz, il presidente statunitense non ha voluto specificare a quali paesi ha chiesto di collaborare, ma ha velatamente minacciato chi dovesse decidere di non partecipare: «Ce lo ricorderemo», ha detto senza aggiungere altro.

Trump ha anche fatto capire, implicitamente, che la Cina dovrebbe farne parte dato che molto del petrolio che importa passa proprio dallo stretto di Hormuz. Non ha voluto però dire se ha già chiesto al governo cinese di unirsi alla coalizione.

Trump ha ribadito questi concetti anche in un’intervista al Financial Times, un cui se l’è presa ancor più direttamente con i paesi che fanno parte della NATO.  «Abbiamo una cosa chiamata NATO. Siamo stati molto buoni [con i paesi che ne fanno parte]. Non dovevamo aiutarli con l’Ucraina. L’Ucraina è a migliaia di miglia di distanza da noi. Ma noi li abbiamo aiutati. Ora vedremo se ci aiuteranno». Trump ha aggiunto che «è semplicemente giusto» che i paesi che beneficiano dello stretto di Hormuz «diano una mano» a non far succedere niente di male lì. «Se non c’è risposta o se è una risposta negativa penso che sarà molto brutto per il futuro della NATO».

Trump ha confermato che vuole formare una coalizione per scortare le navi nello stretto di Hormuz

Ne ha parlato ai giornalisti sull’aereo presidenziale: la notizia era stata data domenica dal Wall Street Journal, ma il governo statunitense non aveva ancora commentato. Trump ha detto di aver chiesto di collaborare ad «almeno 7 paesi», di cui però non ha fatto i nomi. Ha detto comunque che alcuni paesi hanno già respinto l’offerta.

Trump ha aggiunto che spera che una coalizione internazionale possa garantire il passaggio sicuro delle navi nello stretto di Hormuz, che separa il golfo Persico dall’oceano Indiano, ed è diventato una delle questioni fondamentali della guerra: da lì passa gran parte del petrolio prodotto dai paesi del Golfo, circa il 20 per cento di quello esportato in tutto il mondo.

Lo stretto di Hormuz è bloccato da giorni dall’Iran. Le conseguenze si stanno già facendo sentire, soprattutto con l’aumento del prezzo dell’energia, e quindi di un sacco di altre cose. In questo articolo abbiamo spiegato perché lo stretto di Hormuz è così vitale per il trasporto di petrolio e gas dal Medio Oriente:

Per trasportare petrolio e gas i paesi del Golfo devono passare per forza da lì: c'entrano ragioni geografiche e politiche

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Cosa succede quando stai guidando in autostrada e arriva l’allerta di un missile

Accosti e cerchi riparo fra i cespugli o negli scoli per l’acqua piovana, come si vede da questo video girato da Sky News in Israele. Poco dopo alcuni missili sono effettivamente caduti su Tel Aviv, ferendo 6 persone.

Gli Stati Uniti formeranno una coalizione per scortare le navi nello stretto di Hormuz, scrive il Wall Street Journal

È quanto riferito da fonti anonime nel governo, secondo cui l’annuncio potrebbe arrivare già la settimana prossima, quindi da domani. Per ora la Casa Bianca non ha commentato ufficialmente, e nessun altro paese si è detto disponibile a unirsi a un progetto simile. Sarebbe ancora da decidere anche se l’alleanza diventerà operativa già durante l’attuale guerra o solo dopo la fine della guerra.

Il libero passaggio delle navi dallo stretto di Hormuz, che separa il golfo Persico dall’oceano Indiano, è diventato una delle questioni fondamentali della guerra: da lì passa gran parte del petrolio prodotto dai paesi del Golfo, circa il 20 per cento di quello esportato in tutto il mondo. Il suo blocco da parte dell’Iran ha già fatto aumentare molto il prezzo dell’energia (e quindi di un sacco di altre cose): se si prolungherà rischia di creare problemi molto grossi per l’economia mondiale.

Le macerie di una casa bombardata a Teheran

È stata colpita dagli attacchi di Stati Uniti e Israele due giorni fa: le persone che ci abitano stanno ancora cercando di recuperare i propri oggetti e di sistemare le stanze coperte di calcinacci.

(Majid Saeedi/Getty Images)

La casa si trova nel quartiere di Beryanak, una zona residenziale a est del centro della città.

(Majid Saeedi/Getty Images)

Si vede chiaramente che le bombe hanno danneggiato più piani della struttura e che anche diversi dei palazzi circostanti sono stati sventrati dalle esplosioni.

(Majid Saeedi/Getty Images)


(Majid Saeedi/Getty Images)

La nuova puntata di Globo

Anche oggi Eugenio Cau e Daniele Raineri raccontano e commentano gli ultimi sviluppi della guerra. Nella puntata si parla, fra le altre cose, delle non-soluzioni per riaprire lo stretto di Hormuz e della squadra di calcio femminile dell’Iran.

L’esercito israeliano dice che l’obiettivo della guerra non è «rovesciare» il regime iraniano

Lo ha detto poco fa il portavoce dell’esercito, Effie Defrin, in una conferenza stampa. È una posizione molto diversa da quella che il governo israeliano aveva tenuto nei primissimi giorni della guerra, quando il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva detto fra le altre cose che Israele stava cercando di aiutare gli iraniani a liberarsi del regime. Dopo due settimane di bombardamenti però questo obiettivo sembra sempre più remoto, e lo stesso Netanyahu sembra avere attenuato la sua retorica.

Nel sud del Libano sono stati sparati dei colpi contro la missione UNIFIL dell’ONU

Gli spari sono avvenuti in tre zone diverse, e in un caso sono arrivati a cinque metri dal personale di peacekeeping dell’UNIFIL (che ha la missione di controllare il rispetto del confine fra Israele e Libano). Non ci sono stati feriti. Lo ha comunicato la missione stessa, attribuendo l’attacco a un «gruppo armato non statale»: quasi certamente Hezbollah, che è particolarmente radicato nella zona. Fin dalla guerra del 2024 fra Israele e Hezbollah è capitato che entrambe le parti sparassero contro la zona in cui si trovavano i soldati dell’UNIFIL o compissero altre azioni minacciose nei loro confronti.   

Ali Khamenei continua a dire la sua, su X

Il suo profilo è rimasto attivo, anche se evidentemente non può gestirlo l’ex Guida suprema, uccisa nel primo giorno di bombardamenti israeliani e statunitensi. Riposta molti tweet del figlio Mojtaba (che gli è succeduto come Guida suprema) e ha iniziato a ripubblicare vecchie citazioni e commenti sulla situazione internazionale: nel post qui sotto, una del novembre 2025.

Quattro persone sono state ferite in un attacco missilistico contro l’aeroporto di Baghdad

Lo ha annunciato l’esercito iracheno, secondo cui fra i feriti ci sono membri del personale dell’aeroporto e agenti di sicurezza. L’attacco è stato rivendicato da Kataib Hezbollah, la più potente milizia in Iraq fra quelle sostenute dall’Iran: ha detto che aveva come obiettivo Camp Victory, un’ex base militare statunitense costruita attorno all’aeroporto e passata al controllo iracheno nel 2011.

Il mezzo militare italiano distrutto in Kuwait era un drone molto costoso

Diversi giornali italiani scrivono che era un Predator MQ-9A in dotazione all’Aeronautica italiana. Ha un valore stimato di circa 26 milioni di euro. È un drone a medio-alta quota molto sofisticato, con un’autonomia di circa 24 ore di volo continuato. È utilizzato per missioni di sorveglianza, ricognizione e raccolta di informazioni.

Come scrivevamo qualche ora fa, il Predator è stato distrutto da un attacco con drone non rivendicato sulla base Ali Al Salem, che ospita militari italiani e statunitensi. Il contingente italiano è stanziato in Kuwait nell’ambito dell’operazione “Prima Parthica”, cominciata nel 2014 contro l’ISIS, con compiti di intelligence. Dopo gli attacchi dei giorni scorsi contro basi occidentali era stato ridotto: il MQ-9A era rimasto nella base proprio perché fondamentale per la sorveglianza nella regione.

Cos’è successo oggi, fin qui

• Sono proseguiti gli attacchi di Israele e Stati Uniti su varie zone dell’Iran (in particolare Isfahan, come si vede nella cartina qui sotto). Anche l’Iran ha continuato ad attaccare i paesi del Golfo e Israele, facendo danni minimi.

• Una base con militari italiani e statunitensi è stata colpita da un drone in Kuwait: non ci sono feriti ma è stato distrutto un «velivolo a pilotaggio remoto», ha detto il governo italiano.

• Trump ha detto in un’intervista sia che non è ancora disposto a trattare con l’Iran, sia che non sa se è vivo Mojtaba Khamenei, la nuova Guida suprema dell’Iran, nominata una settimana fa e che da allora non si è fatta vedere in pubblico (il ministro degli Esteri iraniano dice che sta bene).

• A causa della guerra è stato rinviato un Gran Premio di MotoGP ed è stata annullata la cosiddetta “Finalissima” fra le nazionali vincitrici degli Europei maschili di calcio e della Coppa America: entrambi gli eventi erano programmati in Qatar. Ieri la Formula 1 aveva deciso di cancellare i Gran Premi del Bahrein e dell’Arabia Saudita, previsti ad aprile.

• Finora nessun paese ha aderito alla richiesta di Donald Trump di inviare navi militari nello stretto di Hormuz, per proteggere le navi commerciali dagli attacchi iraniani e riaprire così il traffico marittimo. Vari paesi, tra cui il Regno Unito e la Corea del Sud, hanno risposto in modo vago.

A Londra sono in corso due manifestazioni, una contro e una pro Israele

La prima è per la “giornata di al Quds”, un tipo di manifestazione nato in Iran al tempo della rivoluzione islamica, che si tiene ogni anno in occasione dell’ultimo venerdì del Ramadan, il mese sacro per l’Islam (quest’anno ricorreva due giorni fa, ma sono state organizzate manifestazioni anche nel weekend). Al Quds è il nome arabo di Gerusalemme, e la giornata è segnata da proteste contro l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est e degli altri territori palestinesi.

Quest’anno il governo britannico aveva accolto una richiesta della polizia di vietare la manifestazione in forma di corteo, con la motivazione che gli organizzatori avevano espresso messaggi di solidarietà per il regime iraniano. Ai manifestanti era stato comunque consentito di organizzare un presidio, che si sta effettivamente svolgendo. Alcuni manifestanti sventolano una foto dell’ex Guida suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso due settimane fa, con sotto la scritta «scegli il lato giusto della storia».

Persone alla manifestazione contro Israele e in sostegno di Iran e Palestina per la “giornata di al Quds” (AP Photo/Alberto Pezzali)

Contemporaneamente sull’altra sponda del Tamigi è in corso una contro-manifestazione organizzata da due gruppi filo-israeliani. Il fiume è stato sfruttato dalla polizia come barriera divisoria per evitare scontri. Nel centro della città è stato dispiegato un migliaio di agenti. 

Partecipanti alla contromanifestazione pro Israele sventolano bandiere israeliane e della monarchia iraniana (rovesciata dalla rivoluzione del 1979), uno dei simboli degli oppositori del regime (Vuk Valcic/ZUMA Press Wire)

Ci sono stati in tutto 12 arresti, che hanno coinvolto persone che partecipavano a entrambe le manifestazioni. Le accuse includono l’aver manifestato in sostegno di organizzazioni considerate terroristiche nel Regno Unito, comportamenti minacciosi e molesti, e la rissa. 

Netanyahu ci tiene a far sapere che è vivo

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha pubblicato su X un video sarcastico con cui risponde ad alcune teorie del complotto che circolavano da qualche giorno sui social media, secondo cui, in sostanza, era morto e il governo israeliano stava nascondendo la sua uccisione. Erano state riprese anche dai Guardiani della rivoluzione iraniani, che avevano promesso di ucciderlo «ammesso che sia ancora vivo».

Nel video Netanyahu ordina un caffè al bar dicendo qualcosa di traducibile con «muoio… dalla voglia di un caffè», alludendo alla teoria del complotto con un gioco di parole. Poi mostra le dita, per dimostrare l’autenticità del video (alcuni complottisti sostenevano che il suo ultimo discorso televisivo fosse stato generato con l’AI, e che la prova fosse che lui aveva sei dita).

Trump ha sottovalutato molte cose

Da giorni sui giornali statunitensi circolano ricostruzioni secondo cui l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump avrebbe sottovalutato i rischi della guerra in Medio Oriente. Si basano su fonti anonime interne all’amministrazione, e riguardano in particolare due aspetti: l’impatto che le ritorsioni iraniane avrebbero avuto sul mercato globale del petrolio e del gas, e la tenuta politica del regime. Ne abbiamo scritto qui.

Ha riaperto il terminal petrolifero di Fujairah

Si trova sulla costa sud dello stretto di Hormuz, nel territorio degli Emirati Arabi Uniti. Al momento è una delle poche alternative che permette ai paesi del Golfo di continuare a esportare il petrolio, facendolo passare via terra e aggirando di fatto la necessità di attraversare per mare lo stretto. Ieri le operazioni nel terminal di Fujairah si erano fermate dopo che il frammento di un drone intercettato era finito sulle infrastrutture petrolifere, causando alcuni incendi. Ora sono riprese, ha scritto l’agenzia Bloomberg.

A Fujairah normalmente vengono caricati sulle navi 1,7 milioni di barili al giorno, circa la metà della produzione emiratina e il 2 per cento di quella mondiale, principalmente diretti in Asia. Il suo terminal e le relative infrastrutture però – compreso un oleodotto che arriva fino ai campi petroliferi di Abu Dhabi – non sono neanche lontanamente capaci di gestire tutto il petrolio che di norma passa via mare per lo stretto.

Il segretario all’Energia statunitense ipotizza che la guerra finirà fra qualche settimana

Chris Wright lo ha detto in un’intervista a ABC News. In un’altra intervista data oggi ha detto che le persone statunitensi avrebbero «avvertito per alcune altre settimane» le conseguenze negative del blocco delle esportazioni petrolifere attraverso lo stretto di Hormuz

Nonostante il ruolo di rilievo, le stime di Wright non vanno comunque considerate attendibili a priori. Non è fra le persone più vicine a Trump – e quindi con maggiore familiarità delle sue intenzioni – e martedì scorso aveva sostenuto con un post su X, poi frettolosamente cancellato, che gli Stati Uniti avessero scortato una prima petroliera attraverso lo stretto. Non era vero.

In Libano i bombardamenti israeliani hanno ucciso 850 persone

Lo ha detto poco fa il ministero della Salute libanese, aggiornando un dato che diffonde ogni giorno dall’inizio della guerra. Gli sfollati sono più di 800mila: è un settimo della popolazione del Libano.