Trump e il regime iraniano hanno un’idea molto diversa di negoziato
Il primo vuole risultati immediati e punta sulla forza, il secondo non ha fretta ed è interessato a ogni dettaglio: per ora è tutto fermo

I negoziati fra Stati Uniti e Iran dovrebbero ricominciare tra martedì e mercoledì, anche se c’è molta confusione e non sappiamo se il regime iraniano sia disposto a partecipare. Già questo indica quanto le trattative siano complesse. Oltre alle richieste inconciliabili su molti temi, dal programma nucleare allo stretto di Hormuz, l’amministrazione statunitense e il regime iraniano hanno idee molto diverse anche su cosa sia un negoziato.
Il presidente statunitense Donald Trump sembra intenderlo come un fastidioso passaggio obbligato verso un accordo suggerito o imposto da rapporti di forza. Le precedenti trattative hanno mostrato che gli interessa arrivare a un risultato, rimandando a un secondo momento la definizione dei dettagli (anche a costo di non definirli mai). Il regime iraniano invece vuole discutere ogni punto e sembra disposto ad accettare sofferenze per la sua popolazione pur di non cedere su quelli che ritiene imprescindibili.
Robert Malley, che negoziò con l’Iran per gli Stati Uniti lo storico accordo sul nucleare del 2015, ha riassunto così le differenze al New York Times: «Trump è impulsivo e irascibile; la leadership iraniana è testarda e tenace. Trump esige risultati immediati; la leadership iraniana punta sul lungo termine».

La preparazione a Islamabad, il 21 aprile 2026 (AP Photo/Anjum Naveed)
Nella guerra in corso Trump ha fatto precedere le due sessioni di negoziati nella capitale pakistana Islamabad – quella dell’11 aprile, e quella che dovrebbe svolgersi in questi giorni – da enormi minacce al regime iraniano, che in alcuni casi includevano crimini di guerra. Ha messo pressione facendo annunci in cui diceva che l’Iran aveva «accettato tutto», sempre smentiti poco dopo dal regime.
Allo stesso tempo si è mostrato ottimista sui risultati e soprattutto sui tempi. La sua amministrazione aveva previsto un solo giorno di trattative nel primo incontro, mentre per quelli di questa settimana Trump pensava inizialmente di non mandare il vicepresidente JD Vance in modo da lasciarsi la possibilità di raggiungere Islamabad per la firma degli eventuali accordi finali (per ragioni di sicurezza presidente e vicepresidente non possono essere nello stesso posto nello stesso momento, Washington esclusa).
Wendy Sherman era la principale negoziatrice per gli Stati Uniti nelle trattative che portarono all’accordo del 2015. Ha detto alla radio pubblica statunitense NPR che «non puoi pensare di fare un accordo in un giorno, ma nemmeno in una settimana». Per arrivare a quello del 2015 infatti ci vollero quasi due anni: semplificando, l’Iran rinunciò al programma nucleare militare in cambio dell’eliminazione di parte delle sanzioni internazionali. Trump ha sempre criticato quell’accordo e nel suo primo mandato ritirò unilateralmente gli Stati Uniti, di fatto svuotandolo.

Al centro il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e in Pakistan, l’11 aprile 2026 (Pakistan Ministry of Foreign Affairs via AP)
I negoziatori di allora raccontano che la delegazione iraniana, fra cui era presente con un ruolo importante l’attuale ministro degli Esteri Abbas Araghchi, discuteva decine di volte ognuna delle 160 pagine del documento finale e quando un accordo sembrava trovato, arrivava con nuove obiezioni da parte della Guida Suprema, Ali Khamenei. Le condizioni erano ovviamente diverse rispetto a quelle di oggi, ma il regime ha finora mostrato la stessa attitudine a resistere e rinviare, facendo diventare la “fretta” della controparte una risorsa per cercare di ottenere risultati più favorevoli.
Al primo incontro di Islamabad la delegazione iraniana era numerosa e piena di esperti legali, militari, nucleari, di sicurezza e di ogni altro aspetto che poteva essere discusso nelle trattative. Anche i negoziatori statunitensi del 2015 confermano questa scrupolosa preparazione con cui il regime affronta le trattative, che non ha un corrispettivo nella squadra negoziale statunitense attuale.
La delegazione di Trump è molto meno numerosa, guidata non solo dal vicepresidente JD Vance (alle prime esperienze in assoluto in questo campo), ma anche da Steve Witkoff e Jared Kushner, che fino a un anno fa si occupavano unicamente di trattative d’affari, perlopiù immobiliari. Il livello di dettaglio con cui l’amministrazione Trump affronta le questioni al centro delle trattative è molto basso.

Il vicepresidente JD Vance a Islamabad il 12 aprile 2026 (AP Photo/Jacquelyn Martin)
Un altro problema di base dei negoziati è l’estrema diffidenza del regime iraniano nei confronti degli Stati Uniti: più volte gli attuali leader hanno ricordato come due degli ultimi negoziati siano stati interrotti da bombardamenti e attacchi statunitensi sul paese (a giugno 2025 e poi lo scorso 28 febbraio). Da quando nel 2018 Trump si è ritirato dall’accordo sul nucleare firmato tre anni prima da Barack Obama ritengono inoltre inutile trovare un accordo con un presidente statunitense, sostenendo che quello stesso accordo può essere cancellato da chi lo sostituirà.



