Cosa fa una “doula della morte”
Se n'è parlato perché Nicole Kidman ha detto che sta studiando per diventarlo: in Italia sono ancora poche

Nei giorni scorsi è stato molto ripreso dai media il fatto che la celebre attrice Nicole Kidman ha detto che sta studiando per diventare una “death doula”, cioè una figura professionale che assiste le persone anziane o malate terminali e le loro famiglie, occupandosi di aspetti non medici. Kidman ha raccontato di averlo deciso perché prima che sua madre morisse, nel 2024, lei e la sorella non erano riuscite a darle il tipo di conforto di cui aveva bisogno, e che invece le avrebbero potuto dare dei professionisti.
Anche la regista cinese Chloé Zhao, nota per Nomadland e Hamnet, aveva raccontato di aver fatto un corso per diventare death doula, o “end of life doula”, come preferisce dire chi pone attenzione maggiore alla parte finale della vita, che non al momento della morte in sé.
La doula è storicamente una donna che assiste un’altra donna durante la gravidanza, il travaglio, il parto e il periodo immediatamente successivo: non si occupa di aspetti medici o sanitari, bensì dà assistenza fisica, psicologica ed emotiva. Anche se qualche uomo che se ne occupa c’è, è vista più che altro come una forma di assistenza tra donne. Da quella figura assistenziale è nata in anni più recenti la doula della morte, che a sua volta non si sostituisce a medici, operatori sanitari o psicoterapeuti, ma si affianca a loro con un approccio più trasversale, assistendo una persona al telefono, a casa o in ospedale.
In paesi come Regno Unito, Stati Uniti e Canada la “doula della morte” è una figura diffusa e riconosciuta, con tanto di corsi e certificazioni, ed è legittimata anche negli ospedali. Compare per esempio nella seconda stagione della serie tv The Pitt, ambientata in un pronto soccorso di Pittsburgh e molto attenta a raccontare temi di attualità del mondo ospedaliero statunitense. Negli ultimi anni ha cominciato a diffondersi anche in Italia, dove però è una professione ancora nuova e non regolamentata.
Barbara Giroldo per esempio si descrive come “doula del passaggio” perché l’idea, dice, è quella di accompagnare una persona dalla vita alla morte, e poi dare un sostegno «concreto, emotivo e mentale» alla sua famiglia durante il lutto. «La doula non toglie la fatica» di queste circostanze, che per molti continuano a essere un tabù, chiarisce, ma può contribuire a prepararli alla morte e a esserne più consapevoli, di modo da farne l’esperienza più serena possibile.
Tra le altre cose una doula può aiutare una persona a confrontarsi con paure, dolore e rimpianti, a pianificare il funerale assieme alla famiglia o farsi carico di incombenze pratiche. «Può fare un miliardo di cose prima, durante e dopo l’esperienza del morire, anche solo andare a prendere un collirio per una persona che è sola», ma sostanzialmente le sta accanto nell’affrontare l’esperienza dell’avvicinamento alla morte, spiega Martina Frullanti, tanatologa culturale e docente del master in Death Studies & The end of Life dell’Università degli Studi di Padova.
Mirella Pisani, un’altra doula, ha raccontato nel podcast Si muore una volta sola che viene contattata sia da persone che sanno di essere vicine alla morte, sia da chi si prende cura di loro (i cosiddetti caregiver), ma anche da chi non sa come affrontare un lutto. Cominciò a dedicarsi a questo lavoro nel 2020 come volontaria dopo aver perso in pochi anni la sorella, il marito e i genitori: per farlo, dice, bisogna saper ascoltare senza giudizio, comprendere i bisogni delle persone e cercare di mantenere il giusto distacco emotivo, anche se non sempre è facile. Per Frullanti è una professione necessaria per evitare l’isolamento in cui spesso finiscono le persone anziane o malate.
Da qualche anno Frullanti fa attività di volontariato durante le cure palliative, in hospice e a domicilio a Siena in maniera gratuita: oltre a raccogliere le storie di vita delle persone malate anziane e scriverle per aiutarle a metterle in ordine, si dedica anche alla sensibilizzazione su tutto ciò che ha a che fare con l’educazione alla morte, compreso il cosiddetto testamento biologico. Pisani invece fa pagare in base alla frequenza degli incontri, alla distanza con la persona che segue e alla gravità della situazione, dice sempre nel podcast: è poco più di una babysitter ma molto meno di una psicologa.
In Italia il Servizio sanitario nazionale offre assistenza psicologica alle persone in fin di vita. Il servizio prevede incontri regolari con uno psicologo o una psicologa, ma in alcuni ospedali e strutture è più accessibile che in altre. Il lavoro di assistenza della doula – che come detto non è una psicologa – offre conforto anche da un punto di vista psicologico ma è molto diverso, meno specializzato e più distribuito tra le varie esigenze dei pazienti e della famiglia.
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Non è chiaro quante siano le doule attive in Italia. Al momento l’attività non è disciplinata da una normativa specifica, ma può essere esercitata ai sensi della legge del 2013 che regolamenta le professioni non organizzate in ordini o collegi. La mancanza di un riconoscimento giuridico completo e le pratiche talvolta un po’ fumose, per di più legate a un tema così complicato e sensibile come la morte, sono tra i motivi per cui a volte questa professione viene vista con un certo scetticismo. La legge comunque prevede che si possano costituire delle associazioni professionali, che si occupino tra le altre cose di garantire il rispetto delle regole deontologiche e la tutela dei clienti.
Nel dicembre del 2024 è stata appunto fondata un’associazione che ha lo scopo di promuovere la conoscenza, la formazione e il confronto tra le doule della morte (ce n’è una anche delle doule per la maternità). L’associazione dice che alcune sono educatrici, operatrici sanitarie o doule della nascita, mentre altre si sono avvicinate al ruolo proprio a causa di un’esperienza di lutto. Per diventare doula della morte non c’è un percorso standard: ci sono comunque corsi di formazione, come quello organizzato dalla Società genovese di cremazione, o seminari come quelli tenuti dalla onlus Il bruco e la farfalla, che ha sede ad Aosta.
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