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  • Mercoledì 15 aprile 2026

Dopo tre anni di guerra civile, in Sudan è tutto fermo

Il paese è diviso in due, la situazione umanitaria disastrosa e l'attenzione sui negoziati è calata anche a causa della guerra in Medio Oriente

Un soldato dell'esercito sudanese a Khartum, dopo la presa della città alle RSF nel marzo del 2025 (Ivor Prickett/The New York Times/contrasto)
Un soldato dell'esercito sudanese a Khartum, dopo la presa della città alle RSF nel marzo del 2025 (Ivor Prickett/The New York Times/contrasto)
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Dopo tre anni, la guerra civile in Sudan è a un punto fermo. I negoziati sono andati a rilento e nell’ultimo mese, con l’attenzione internazionale concentrata sulla guerra in Medio Oriente, la pressione sulle parti per raggiungere un accordo è diminuita. Nel frattempo, la rete di alleanze si è allargata e altri paesi sono stati coinvolti, mentre la situazione umanitaria è catastrofica.

Il Sudan è diviso in due: da una parte l’esercito regolare, che controlla la parte orientale con la capitale Khartoum, il corridoio del Nilo e la città portuale di Port Sudan, sul Mar Rosso; dall’altra le Rapid Support Forces, le milizie che si sono stabilite nell’ovest e che controllano la regione del Darfur.

Il principale fronte della guerra è fermo da mesi nella regione del Kordofan, che sta in mezzo. L’ultima grande città conquistata dalle RSF è stata al Fashir, a ottobre del 2025, dopo un violento assedio che ha svuotato la città. A marzo l’esercito regolare aveva ripreso la capitale Khartum.

Una mappa aggiornata delle aree di controllo del think tank Crisis Group

Anche i negoziati sono fermi. A settembre del 2025 gli Stati Uniti avevano proposto una tregua di tre mesi per permettere l’ingresso degli aiuti umanitari, un cessate il fuoco permanente e un processo di pace che potesse portare in nove mesi a un governo civile. I combattimenti però non si erano interrotti, ed entrambe le parti avevano rifiutato i negoziati o posto condizioni inaccettabili per l’altra.

L’esercito, guidato dal generale Abdel Fattah al Burhan, teme che dialogare con le RSF possa finire per legittimare il loro controllo nell’ovest, dove hanno formato un governo parallelo. Inoltre Burhan rappresenta una parte di sudanesi, soprattutto dell’area di Khartum e di altre città in cui ha molto sostegno, che disprezza le RSF e che rifiuta il dialogo.

Alla base di questa distanza ci sono ragioni etniche e storiche: le RSF sono una diretta discendenza dei janjawid, la milizia araba che tra il 2003 e il 2005 in Darfur uccise centinaia di migliaia di persone appartenenti a gruppi etnici locali. Anche in questa guerra, l’odio etnico e razziale ha motivato violenze atroci contro i civili: omicidi di massa, stupri, estorsioni, violenze gratuite, crimini di guerra filmati e postati online.

Dall’altro lato le RSF, guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo (detto Hemedti), rifiutano di partire da una base negoziale che preveda il loro disarmo e che riconosca Burhan come leader legittimo del Sudan. La guerra civile iniziò nell’aprile del 2023 proprio perché Burhan e Hemedti, che avrebbero dovuto guidare una transizione da una dittatura militare a un governo civile, non riuscirono a mettersi d’accordo su come integrare le RSF nell’esercito regolare.

Sono scettiche rispetto ai negoziati anche le milizie islamiste che in questi tre anni hanno aiutato l’esercito, perché temono di essere tagliate fuori da un accordo mediato dagli Stati Uniti. Nella proposta di tregua di settembre, l’amministrazione statunitense disse espressamente che questi gruppi non dovranno essere inclusi in un futuro governo del Sudan.

Un campo per sfollati ad Aboutengué, in Chad, sul confine col Sudan, 8 aprile 2026 (Eva Krafczyk/dpa)

Le posizioni delle due parti sono molto distanti, e lo sono anche quelle dei loro alleati. Gli Stati Uniti guidano un gruppo di paesi mediatori definito Quad, istituito nel 2024 dal presidente Joe Biden. È composto da Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Egitto e Arabia Saudita appoggiano l’esercito: il primo fornisce addestramento e armi, la seconda ha dato sostegno diplomatico e logistico. Dall’altra parte, gli Emirati Arabi Uniti sono stati accusati da più parti, incluse le Nazioni Unite, di fornire armi e soldi alle RSF tramite le rotte che passano dal Ciad (il governo emiratino ha sempre negato).

Mentre l’Egitto e l’Arabia Sauita vedrebbero favorevolmente un ruolo preponderante dell’esercito in un governo di transizione per ragioni di sicurezza e stabilità, gli Emirati Arabi Uniti temono che uno scenario del genere possa portare l’esercito a consolidare il proprio potere e posticipare un governo civile che includa anche rappresentanti diversi.

La proposta statunitense di settembre non risolveva nessuno di questi punti e non affrontava la questione più complessa: il ruolo che l’esercito, le RSF e le milizie islamiste dovranno avere in un futuro governo sudanese. I negoziati si sono sostanzialmente arenati e a novembre il generale Burhan l’ha ufficialmente rifiutata.

Intanto, secondo un rapporto pubblicato la settimana scorsa dallo Yale University’s Humanitarian Research Lab, negli ultimi mesi anche l’Etiopia ha iniziato a offrire sostegno militare alle RSF. Il paese si scontra da anni con l’Egitto, e secondo gli esperti il rischio è che il Sudan possa diventare il terreno di una guerra per procura anche tra i due.

Intanto la crisi di sfollati generata dalla guerra sta creando sempre più pressione sui paesi della regione. Si stima che negli ultimi tre anni 9 milioni di persone abbiano dovuto lasciare la propria casa, finendo in campi per sfollati sovraccarichi, molto pericolosi e con condizioni di vita pessime. Si ritiene che circa la metà abbia attraversato il confine, spostandosi soprattutto in Ciad, ma anche in Libia, Sud Sudan ed Egitto.

Dopo tre anni di guerra civile, quella in Sudan è una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, con una stima di alcune centinaia di migliaia di persone uccise, 14 milioni in una situazione di grave insicurezza alimentare, otto milioni di bambini senza accesso all’istruzione e con circa il 40 per cento delle strutture sanitarie fuori uso e spesso attaccate. Di recente Medici Senza Frontiere ha pubblicato un altro report che dimostra come lo stupro sia usato sistematicamente come arma di guerra.

La guerra in Medio Oriente ha ulteriormente aggravato la situazione, con i prezzi del carburante, usato anche per i generatori, che sono saliti del 24 per cento e il grosso degli aiuti umanitari bloccati nei centri di stoccaggio dei paesi del Golfo.