Sono un volontario. Sono più felice?

«Dieci anni fa ho lasciato la mia vita precedente: ho impacchettato la macchina di cibo e vestiti, e sono partito per un campo profughi. La scelta più significativa e importante della mia vita, ma anche la meno rischiosa. Oggi posso dirmi felice?»

Il disegno di una porta sul muro che circonda il campo profughi di Katsika. Ioannina, Grecia, 2026 (Second Tree)
Il disegno di una porta sul muro che circonda il campo profughi di Katsika. Ioannina, Grecia, 2026 (Second Tree)
Giovanni Fontana
Giovanni Fontana

Dopo aver fatto 100 cose diverse, ha creato e gestisce Second Tree, ONG che opera nei campi profughi in Grecia. La centounesima è sempre quella buona. Il suo blog è Distanti saluti. Twitta, anche.

Oggi sono dieci. Cinque anni fa, qui sul Post, ho scritto un articolo che cominciava: «Oggi sono cinque anni che la mia vita è cambiata». Cinque anni prima avevo lasciato la mia vita precedente: avevo impacchettato la macchina di cibo e vestiti, ed ero partito come volontario per un campo profughi. La scelta più significativa e importante della mia vita, ma anche la meno rischiosa.

Le mie strade precedenti, quella ambiziosa, quella intima, quella erudita, erano tutte scommesse su di me. Andare al campo profughi, e poi fondare un’organizzazione umanitaria, è una scommessa sugli altri, è scegliere un insieme di circostanze in cui non sei l’unica variabile. Un consulente finanziario la chiamerebbe diversificazione del rischio, altri, forse, la chiamerebbero una scelta in controtendenza rispetto all’epoca in cui viviamo e che dice: «Pensa a te stesso»; investi su di te; non dipendere dalla validazione degli altri. Nessuna delle due interpretazioni mi convince. Però è vero che io ho fatto il contrario. Non per vocazione missionaria, non per spirito di sacrificio, e senza veramente un piano.

L’articolo di cinque anni fa si intitolava “La migliore forma di egoismo”. Raccontavo di come la scelta di provare ad aiutare gli altri fosse la cosa più bella che avessi fatto, per me stesso. Che fare una vita bella è diverso da fare la bella vita. Che anche la costante sensazione di non fare mai abbastanza è, in fondo, un privilegio: almeno vuol dire che stai facendo la cosa giusta. Quanti possono dire lo stesso? Era tutto vero. Eppure, così incompleto.

Il mondo è cambiato. I sistemi che dovrebbero proteggere le persone più vulnerabili vengono smontati. L’idea stessa di occuparsi degli altri – di persone che non conosci, che non ti assomigliano, che non possono ricambiarti – è trattata come ingenuità. Viene quasi da rimpiangere l’ipocrisia di chi violava i diritti umani di nascosto: oggi vediamo una rivendicazione della crudeltà, in quanto dimostrazione della propria forza. Lo faccio perché posso. Anzi, alcune volte sembra quasi che denunciando una violazione si completi il lavoro di chi la commette, il quale vuole diffonderla il più possibile.

E sono cambiato io, perché evidentemente all’esperienza quotidiana di quel mondo non avevo una risposta. Però questo non mi ha portato a ritirarmi, a mettere più confini, a chiudermi su me stesso. In qualche modo, l’avevo già fatto in passato e sapevo che non avrebbe funzionato.

La mia ingenuità non stava nell’incoraggiare gli altri a fare quella scelta, ma nel suggerire che la migliore forma di egoismo fosse la migliore perché ti rende più felice. Ti rende più vivo, più partecipe della vita. Ma questo ha un prezzo. Quel prezzo è la differenza fra sapere che il mondo è ingiusto e vederlo essere ingiusto con qualcuno che ti è caro.

– Leggi anche: La migliore forma di egoismo di Giovanni Fontana

Il 19 aprile 2023 un poliziotto della Macedonia del Nord sparò a Fatmata, una ragazza di 23 anni che conoscevo, e che aveva vissuto in un campo profughi in cui lavoriamo. Era una ragazza gioiosa, nonostante vivesse in un campo, entusiasta della vita. Il ricordo più forte che ho di Fatmata è di lei che balla con Abu Bakar, il marito, durante una piccola festa che avevamo organizzato fuori dal campo. Abu Bakar e Fatmata si conoscevano fin da bambini, vivevano sulla stessa via, la Strada del Mulino, a Freetown, in Sierra Leone.

Quando spararono a Fatmata, Abu Bakar era con lei. Gli promisero di portarlo all’ospedale, dove sua moglie stava morendo. Invece lo ammanettarono e lo portarono in un centro di detenzione, dove lo tennero un giorno e mezzo senza notizie. Poi gli offrirono un accordo: «noi ti portiamo al confine, tu da lì arrivi in Italia e ci dimentichiamo tutto». Lui disse di no.

Ricordo benissimo il riflesso della luce dei neon sulla prima lacrima di Abu Bakar caduta sul pavimento dell’obitorio, quando per la prima volta potè vedere il cadavere della donna che aveva amato. Molto tempo dopo riuscimmo finalmente a riportare quel corpo in Sierra Leone. Fu un’altra epopea di cinismo, vessazioni e ovviamente profitto personale: a un certo punto il capo dell’obitorio ci chiese una tangente, «se non ci date questi soldi, domani buttiamo il corpo in un campo».

Non piansi all’obitorio, né al funerale quando accompagnai il corpo in Sierra Leone. Ma quando mi arrivò la notizia che ce l’avevamo fatta, che Fatmata sarebbe tornata a casa, passai una mezz’ora di totale frastornamento. Ero con Andrea Zanni, un amico appena incontrato per la prima volta. A un certo punto lo abbracciai e scoppiai in lacrime. Piansi a singhiozzi per diversi minuti, non mi ricordo quanti.

Posso dirmi felice? In fondo, qualcosa siamo riusciti a fare: si sta tenendo il processo al poliziotto che ha ucciso Fatmata, e forse il caso andrà alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Tanti hanno prestato attenzione: c’è stata un’interrogazione al Parlamento Europeo, il papa ha scritto una lettera ad Abu Bakar. Abu Bakar è stato ospitato al Senato, e racconta spesso la sua storia nelle scuole. E Fatmata è stata riportata a casa, ha una tomba con il suo nome. Ma certo non la chiamerei felicità. Anzi, per quanto sappia che è sciocco e ingiusto, dopo la morte di Fatmata mi tradisco spesso a domandarmi: ma ne vale la pena?

Quella di Fatmata è la storia più brutale, la più assurda, ma ce ne sono tante altre, meno violente ma altrettanto difficili, che ho vissuto senza sapermi dare quella risposta. Davide Coltri è un operatore umanitario e scrittore. Dopo la morte di Fatmata mi fece la domanda più difficile di tutte:

«Per anni sono stato “buono” anche per narcisismo, per sentirmi amato e ricambiato. A un certo punto quel meccanismo (per fortuna, ed è successo a forza di depressioni) è venuto meno: mi sembra di compiere le mie azioni non per un ritorno emotivo così immediato, ma per una determinazione più profonda e vasta che non il mio tornaconto (per quanto sia meglio fare il bene nella speranza di essere ricambiati che non farlo affatto). In buona parte però questo shift ha portato con sé una dose ingombrante di cinismo, perché l’orizzonte è così vasto che l’impatto non si vede o probabilmente nemmeno c’è: allora credo di aver iniziato a fare quello che credo sia il bene per una fede profonda, per automatismo, perché non so fare altro. (…) Tu come fai?»

La risposta che ho dato a Davide è meno profonda dei suoi dubbi. La nostra fragilità è certamente un punto debole, un fianco prestato, così come lo è qualunque forma di generosità. È quasi un invito alla delusione, all’essere manipolati, all’essere sicuri di perdere prima ancora di giocare. Ma c’è un valore nell’abitare un modo di sentire, accettando il rischio della sofferenza, di romperci. Più importante di tutto: di farci investire dalle emozioni altrui. L’opera di costruzione di un mondo migliore passa attraverso una specifica forma di coraggio: la consapevolezza che si andrà incontro a un costo emotivo, tanta gioia e tanto dolore, e quel bilancio non sarà necessariamente positivo. È una pratica difficile e quotidiana, io fallisco spesso. Ma l’alternativa, quella di ritrarsi, di rimanere sempre fuori, di farsi proteggere dal cinismo, è una rinuncia non soltanto alla gioia che si perde, ma alla vita stessa.

– Leggi anche: La contraddizione dei marabù di Carola Speranza

Una delle prime persone che incontrai, arrivato al campo profughi di Katsika dieci anni fa, fu Firas. Diventò presto il direttore della scuola di quel campo, dove i risentimenti etnici fra siriani e afghani, arabi e yazidi, palestinesi e curdi, erano esplosi in faide ed episodi di violenza. Un giorno Firas era venuto da me – che, nel frattempo ero diventato il coordinatore del campo, per nessun altro merito che saper usare Excel – e mi disse: «Costruiamo una scuola, facciamola assieme a tutti», e così aveva messo in piedi l’unica occasione di apprendimento per centinaia di bambini del campo. Firas era il direttore, quello che ogni mattina andava tenda per tenda a suonare la campana della scuola.

Nonostante abbia vissuto per quasi un anno in una tenda, io non ho mai visto Firas triste o rassegnato. Lui e Hala, sua moglie, erano sempre decisi a ragionare e a fare. Il classico ottimismo della volontà. E non avevo mai visto Firas piangere, neppure quando era nata Mary, la sua figlia primogenita, proprio lì, in quel campo profughi.

Quel campo fu chiuso alla fine del 2016. Avuta la notizia, corsi a recuperare quella campana sotto una massa di vestiti. Era il simbolo di quello che Firas, un ingegnere di estrazione, era diventato per quella comunità: “istas”, il professore. Qualche mese dopo Firas partì, lui, Hala e Mary avevano ottenuto di essere rilocati in Svezia. Quel giorno andai a salutarlo con un sacchetto, dentro c’era la campana. Firas aprì il sacchetto, fece un grande sospiro, e scoppiò in lacrime. Non l’avevo mai visto così. Mi chiese di promettergli che un giorno sarei andato a trovarlo in Svezia e che con Mary avremmo suonato quella campana. Mary oggi ha 10 anni, parla l’arabo, l’inglese e lo svedese, e mi prende in giro perché sono calvo (in tutte e tre le lingue).

La tenda usata come scuola nel campo profughi di Katsika. Ioannina, Grecia, 2016 (Second Tree)

Cosa significano queste lacrime? Quelle di Firas per l’importanza di quella campana, di Abu Bakar per essere riuscito a rivedere la moglie, e anche le mie, per essere riuscito a riportare a casa Fatmata. Sono tutte lacrime di gioia, nonostante le circostanze. E sono anche lacrime di condivisione, di ottimismo vissuto assieme.

Poco prima che Paul Farmer morisse, gli domandarono cosa continuasse a motivarlo nonostante tutto, nonostante lo stato del mondo. Farmer era un medico (e un mio eroe personale) che aveva passato quarant’anni a curare i più poveri in Africa e Centroamerica, e a quella domanda aveva risposto: «Doing hard things with friends».

Fare cose difficili, lavorare sodo, assieme alle persone che si stimano e a cui si vuole bene. Questa è la mia risposta: la scelta non è fra dolore e assenza di dolore, ma nella condivisione, nelle persone che si hanno intorno.

Nei primi due mesi del 2026 sono stato in Siria. Stiamo provando a dare una mano alla ricostruzione. La Siria è davvero un Paese distrutto: ho frequentato molti luoghi sciagurati, ma la Siria è l’unico posto dove quella distruzione è data così per ovvia. Normalmente l’edificio bombardato è il centro dell’attenzione, in Siria ti indicano il monumento accanto, la scritta vicina, l’edificio di fronte. La cornice di macerie è talmente scontata che devi domandare: «ma, scusa, quel palazzo? È stato distrutto dalla guerra civile?» «Beh, certo».

Firas è siriano, viene da Bosra. Bosra è una città del sud della Siria, vicino a dove cominciò la rivoluzione 15 anni fa. Ed è un luogo storico, la sua Città antica è Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Il sito archeologico è stato distrutto dalla guerra civile: le rovine, sono rovine due volte. Accanto all’entrata di un Anfiteatro romano fra i più belli al mondo, c’è un arco di un tempio preromano che è stato abbattuto da un carro armato all’inizio della guerra.

I pezzi di quell’arco sono ancora lì, per terra, 15 anni dopo; l’arco non è stato ricostruito. Ma qualcuno con un po’ di vernice e molto ottimismo ha numerato quei pezzi. Come fosse un manuale dell’Ikea, per ricostruire quell’arco, forse, un giorno. Nessuno è lì a proteggere quelle pietre. Quando sono passato, avrei potuto portarmene una via. E, a essere realistici, è quello che succederà. Ma in quei numerini bianchi c’è la speranza della Siria, e dell’umanità, c’è la migliore forma di ottimismo.

In una scena di Afterlife, una serie tv in cui Ricky Gervais interpreta un uomo a cui è morta la moglie, lui parla a una vedova delle sue difficoltà ad andare avanti. Anne risponde: «Non c’è nient’altro: la felicità è una cosa straordinaria, così straordinaria che non importa neanche se è la tua. “Una società diventa grande quando i vecchi piantano alberi alla cui ombra sanno che non siederanno mai”. Le persone buone fanno cose per le altre persone. Tutto qui. Basta. Fine».

– Leggi anche: Vita da operatrice umanitaria

– Leggi anche: Le persone per bene sono più felici

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