La migliore forma di egoismo

Oggi sono cinque anni che la mia vita è cambiata, esplicitamente, pienamente, intimamente, in meglio. Cinque anni fa sono partito come volontario per Katsikas, un campo profughi nel nord della Grecia. Poi, con altri volontari, abbiamo creato una piccola ONG, Second Tree, che nel tempo è cresciuta. Ha fatto e continua a fare per chi vive in quei campi, e ha coinvolto persone eccezionali. Io, per la prima volta da sempre, mi sento in pace. Solo chi mi conosce bene sa quanto sia inedito, rivoluzionario, sentirmi dire che sono “in pace”. L’ansia dell’esistenza è sempre stata lì, dentro, sottotraccia, con momenti di catarsi intensi ma brevi. Da qualche mese è un respiro continuo. È uno stato d’animo inesplicabile.

Scrivo questo post con l’obiettivo manifesto di convincere le persone che lo leggeranno a fare una scelta simile, a provare a fare del bene. Uso questa espressione ingenua, volutamente generica: il modo che ho scelto io, aiutare chi scappa da guerre e persecuzioni a ricostruirsi una vita, è molto “facile”, nel senso che è potente ma semplice, comprensibile. Ci sono tante altre maniere di fare del bene. Di occupare una significativa fetta della propria vita, meglio se quella che generalmente associamo al “lavoro”, con delle attività il cui obiettivo principale è migliorare la vita di qualcun altro, o per dirla in maniera più digeribile: tentare di limitarne, rattopparne, le sofferenze.

C’è questa banalità-con-presunzione-di-profondità che si sente dire spesso: ogni altruismo è una forma di egoismo. È un’ovvietà, dato che facciamo tutto perché qualcosa dentro di noi ci spinge a farlo. E al tempo stesso una bugia, perché se ogni cosa del mondo è egoista, allora la distinzione semantica va approfondita: è un atto per sé che beneficia gli altri o li danneggia? Il primo lo chiamiamo altruismo, il secondo egoismo. Si può essere generosi facendo del bene a sé stessi, anzi, quello di cui vi sto cercando di convincere è che questo succede, che sia il vostro interesse oppure no.

Il miglior modo per descrivere questo stato d’animo è raccontare una cosa che ho pensato di recente. È un pensiero che, per un pudore fortissimo, ho condiviso con solo due persone, e certamente non in pubblico. Ma forse può aiutare qualcuno a prendere una strada nuova: immaginate, nella vostra vita, di aver salvato la vita a un bambino che sta annegando in un lago (è un noto esempio di Peter Singer); oppure di aver tirato fuori da un edificio in fiamme una persona che era svenuta. Non c’è dubbio che, appena prima di morire, ricordereste quel momento come uno dei più significativi della vostra vita, forse il più significativo. Sono stato al mondo per questo. Ecco, io so che almeno una delle persone che è passata di qui non sarebbe viva se non fosse stato per quello che ho fatto in questi cinque anni. Una cosa così mi vergogno a scriverla, mi vergogno a pensarla, ma se ci penso è vero. Lo penso, piango, e mi dico: in fondo, ora, posso morire. Immaginate di avere questa certezza, di avere questa sensazione: cosa potete volere di più?

(Lucas Bertoldo)

Sto scrivendo questo post perché auguro a tutti quella sensazione. Ora so che – al contrario di come sembri, e dell’enorme valore che ha – non è così difficile da ottenere, è alla portata di tutti. So qual è la reazione istintiva di una persona che si sente dire “parti volontario per l’Africa!” o “metti al centro della tua vita l’aiutare gli altri!”, per molti versi ero anche io quella persona: ma come faccio, è troppo rischioso, è troppo tardi, e la mia vita? In una parola: non posso cambiare! Una cosa che ho capito in questi anni è che avere fiducia in sé stessi vuol dire avere fiducia nella propria abilità di cambiare, di apprendere, di migliorarsi. Davvero siamo quel che facciamo per cambiare quel che siamo (Galeano).

Qualche mese fa sono andato a Samos a vedere com’era la situazione del campo profughi sull’isola, dopo il terremoto che l’aveva colpita. Lì ho vissuto per una decina di giorni con Giulia Cicoli. Giulia è tre cose: fondatrice di Still I Rise; persona che chiamerei per risolvere qualunque ingiustizia; un’amica. La sua storia è molto simile alla mia e per questo ci confrontiamo spesso: la certezza che ho su Giulia, sulle sue parole, e il suo impegno testimonia un livello di fiducia inconcepibile per una persona che, nel-mondo-normale, dovrei considerare un competitor, e di cui invece so di potermi fidare totalmente. Una sera stavamo discutendo di una diffusa percezione erronea di noi, come di eroi del sacrificio o di missionari, e Giulia ha detto una cosa che mi è rimasta in mente: «la cosa che non capiscono è molto semplice, è che a noi questa vita piace». Io ho pensato: piacerebbe anche a loro se la conoscessero.

C’è un’enorme differenza fra fare una bella vita e avere una vita bella, e io penso che siano davvero poche le persone che fra le due cose sceglierebbero la prima, per lo meno conoscendo la seconda. In questo sono e mi sento un privilegiato. Al di là del mio stupido narcisismo al contrario (ma sempre narcisismo) che non vuole sentirsi dare dell’eroe c’è una ragione più importante per contestare quella narrazione: ed è che scoraggia altre persone dal fare quella scelta, pensandola una via da persone devote all’autoimmolazione, mentre non lo è.

(Lucas Bertoldo)

In questi mesi sto raccogliendo materiale per un documentario, e sto intervistando molti volontari: ci sono il ventenne appena uscito dall’università, la quarantenne guardia forestale, il sessantenne che insegnava informatica. Le cose che mi dicono sono incredibili: «sono arrivato in quel campo e ho capito che quello era il mio punto di arrivo», «mi sono bastati dieci minuti per sapere che non avevo bisogno di nient’altro», «niente in vita mia è stato più significativo». Alcuni di loro continuano a lavorare nei campi profughi, altri fanno altre cose per gli altri, altri ancora sono tornati a casa dopo qualche settimana. Per tutti è stata un’esperienza che ha cambiato tanto, per molti ha cambiato tutto. Io stesso posso dire che tre dei cinque momenti più felici della mia vita sono avvenuti in quel campo. Qualche giorno fa un amico che fa tutt’altro, uno che ha avuto successo (e anche un po’ di fama), mi ha detto «io dico sempre a mia moglie che potessi vivere un’altra vita, sceglierei la tua». Mi sono sentito capito.

Quando dico che tutti possono farlo non voglio dire che è facile. È difficile. Gli svantaggi sono molti, ma penso che i vantaggi superino di tanto gli svantaggi in quantità e soprattutto importanza. Intanto bisogna fare un investimento iniziale, perché in un mondo dove ci sono pochi soldi che dipendono principalmente da donazioni è più difficile che qualcuno voglia investirli per la sussistenza di una persona, soprattutto senza averne visto il lavoro. Se l’unica cosa che vi trattiene sono i soldi per cominciare, è probabile che modi per ottenerli li abbiate: fate una raccolta fondi come ho fatto io, chiedete ad altre persone di investire in quel progetto, sarete le loro altre braccia. Dopodiché vi metterete assieme ad altri con i quali avete lavorate bene e continuerete a farlo in modo più strutturato. Certo, non diventerete mai ricchi, vivrete una vita un po’ più essenziale e condivisa di un’altra che avreste potuto vivere, ma nel frattempo costruirete una serie enorme di competenze, che saranno il vostro cuscinetto se vorrete tornare a una vita simile a quella precedente.

Poi ci sono le difficoltà pratiche del lavoro, che non è certo un lavoro facile. Un anno e mezzo fa ho scritto proprio delle difficoltà, enormi, di fare questa cosa bellissima. Della stanchezza esausta, del tempo che manca per fare qualunque cosa. Ma, anche nei momenti peggiori, non ne ho mai messo in dubbio il valore. Per chi fosse rimasto in sospeso (scusate), le cose vanno molto meglio, abbiamo trovato diverse persone meravigliose (anche grazie a quel post, e quindi al Post: grazie) che hanno deciso di darci una mano e condividere quel percorso. E questa è un’altra ragione per la quale la mia è una scelta da invidiare. Non penso ci sia un tratto particolare nelle persone che possono farla, ma probabilmente c’è per quelli che decidono di farla. Il livello di cura, attenzione all’altro, curiosità, desiderio di collaborare che vedo nelle persone che lavorano con me è incredibile (visto che ormai mi sono messo a nudo, e forse potrebbe aiutare qualcuno a capire il valore e la potenza del fare questa scelta, metto qui una lettera che ho scritto di recente al team). Pensate quanto è un privilegio poter dire “i miei colleghi sono persone stupende”. Quante ore della vostra vita sono inutilmente spese con persone che non vi piacciono?

(Lucas Bertoldo)

E poi ci sono le difficolta teoriche del lavoro. Ogni giorno, almeno una volta, ti senti inutile. Potresti fare di più. Perché è vero, puoi sempre fare di più. E spesso anche fare quel di più non basta. Perché non basta mai. C’è questa poesia di Brecht che si chiama “A Bed for the Night”, e a un certo punto dice (traduco io), dopo aver sentito di una persona a New York che ogni sera si dà da fare per trovare un letto a dei senzatetto:

Non cambierà il mondo / Non migliorerà i rapporti fra gli esseri umani / Non ridurrà l’era dello sfruttamento / Ma una manciata di esseri umani ha un letto per la notte / Per una notte il vento non li attaccherà / La neve che era destinata a loro cadrà invece sulla strada.

È un testo molto bello, e vero. Ce n’è un altro in una lettera di Don Milani, meno efficace per un non credente come me, ma altrettanto bello. Penso che queste parole dicano tutto, che poco è certamente meglio di niente lo sanno tutti, e certamente lo sa chi non ha niente. Mi limito ad aggiungere una cosa su questa sensazione del “non abbastanza” che è mia compagna di vita quotidiana. Che bello il privilegio di sapere di non fare abbastanza! Il cruccio di dover fare di più. Così meglio del sapere di non fare, o del fare cose sbagliate. Che bello andare a dormire pensando di aver fatto troppo poco, che vuol dire anche che potrò fare di più domani. Che bello non doversi pentire delle cose che si fanno, concentrarsi nel migliorare ostinatamente come le si fanno e poter dire: l’obiettivo è quello giusto; ciascuna delle cose che faccio, anche le più noiose, serve a quello. Pochissimi hanno questo privilegio.

Spero queste parole siano utili a convincervi a impegnarvi nel volontariato, a fare cose utili agli altri, a dare quell’ultima spinta all’amico che vuole farlo ma esita. In generale, se avete bisogno di aiuto, cercatelo negli altri: le persone attorno a noi sono molto migliori di come ce le immaginiamo, certe volte chiedere aiuto a qualcuno è dar loro un’opportunità di aiutare che stavano cercando e non conoscevano. Io, per me, sono contento di dare una mano, se posso, a chiunque voglia consigli o una parola di incoraggiamento per fare questa scelta: penso sia come un dovere che ho, se può aiutare qualcuno a fare quell’ultimo passo. In tanti hanno aiutato me. La mia mail è il mio cognome @ secondtree.org, rispondo sempre a tutti, ma potrei metterci un po’.

Non fermatevi al primo ostacolo, soprattutto se è un ostacolo messo da voi stessi. Se pensate di essere bloccati in una vita che non vi piace, sappiate che non è vero. Avete da perdere molto meno di quanto pensate: non è soltanto la mia esperienza, ma quella di tante altre persone che – come scrive Bruno Manghi in questo saggio sul volontariato – “osa[no] disobbedire all’incombere del male e rivela[no] altre possibilità di esistenza”. Soprattutto, non dite che è troppo tardi, che siete troppo vecchi, ah se l’avessi fatto da giovane. Non sei mai troppo vecchio per diventare giovane (Mae West).

Sapete quante cose, riuscite o non riuscite, ho fatto prima di fare questa? Quasi tutte le persone che conosco, e poi hanno deciso di darsi da fare, hanno pensato “eh se l’avessi fatto 5 anni fa!”. O 5 mesi fa. O 25 anni fa. Poi hanno deciso, finalmente, di farlo e si son resi conto che oggi è il 5 anni fa che diremmo fra 5 anni. L’organizzazione che abbiamo creato si chiama Second Tree, per quel proverbio africano che dice: Il miglior momento per piantare un albero era vent’anni fa; il secondo miglior momento è ora.