Perché non ci siamo tornati per più di 50 anni
Sono venuti meno i fattori che resero l’allunaggio un motivo di competizione tra paesi, e nuovi interessi sono emersi solo di recente

Un popolare sketch comico, diffuso anche negli Stati Uniti, prende in giro la passione degli italiani per il caffè espresso ponendo una domanda: se piace loro così tanto, perché ne bevono così poco? Andare sulla Luna non è come bere un caffè, per niente, ma modi e tempi in cui un equipaggio umano ci è riuscito suscitano una domanda dello stesso tipo: se era così importante esplorarla di persona, perché lo abbiamo fatto solo tra il 1968 e il 1972? Soprattutto: perché sono trascorsi 53 anni e 4 mesi prima che la Nasa, dopo l’ultima missione Apollo con un equipaggio umano, ci riprovasse con la missione Artemis II?
Non c’è una sola risposta a questa domanda. L’interesse per l’esplorazione lunare con equipaggio umano è scomparso per oltre 50 anni perché sono venuti meno – e abbastanza rapidamente – i vari fattori storici, politici ed economici che lo avevano stimolato. Fattori piuttosto eccezionali, che verso la fine degli anni Cinquanta avevano portato la stampa americana a coniare l’espressione «race for Space» (“corsa allo Spazio”) per descrivere la competizione tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica per la supremazia nell’esplorazione spaziale.
Ad avviarla era stata l’Unione Sovietica il 4 ottobre 1957 con il successo del satellite Sputnik, primo oggetto costruito da esseri umani a raggiungere l’orbita terrestre e girare intorno al pianeta. L’idea di realizzarlo era stata proposta anni prima da progettisti impegnati nel programma di sviluppo dei missili intercontinentali di difesa e attacco nei confronti degli Stati Uniti. E la superiorità dell’Unione Sovietica fu confermata quattro anni dopo dal primo volo spaziale umano, compiuto il 12 aprile 1961 dal cosmonauta Yuri Gagarin a bordo della capsula spaziale Vostok 1.
Il primo allunaggio umano, dichiarato esplicitamente come obiettivo dal presidente americano John Fitzgerald Kennedy nel 1961, diventò di fatto l’ultima opportunità per gli Stati Uniti di stabilire una superiorità tecnologica tra le due superpotenze. Come prefissato ci riuscirono entro la fine del decennio, il 24 luglio 1969 con l’Apollo 11, e ripeterono la stessa impresa con regolarità fino all’ultima missione, l’Apollo 17, il 7 dicembre 1972.

L’astronauta Harrison Schmitt in piedi accanto a un enorme masso lunare durante un’attività extraveicolare dell’Apollo 17 vicino al sito di atterraggio di Taurus-Littrow, il 13 dicembre 1972 (Eugene A. Cernan/Nasa)
Ma il modello di esplorazione che aveva permesso complessivamente quei sei allunaggi era stato sviluppato per vincere una «corsa», appunto, non per durare nel tempo. E per questo non era economicamente sostenibile, come ha scritto sul sito The Conversation il fisico italiano Domenico Vicinanza, per sette anni collaboratore scientifico al Cern.
Dopo l’assassinio di Kennedy nel 1963, era stato il suo successore Lyndon Johnson ad assicurarsi che l’obiettivo dell’allunaggio venisse raggiunto. Ma l’aumento dei costi per la guerra in Vietnam e per diverse riforme ridusse l’interesse nazionale a finanziare nuove missioni spaziali. Nel 1969, dopo il primo allunaggio, un collaboratore del presidente Richard Nixon comunicò alla Nasa durante una discussione sul bilancio che Nixon «non riteneva necessario andare sulla Luna altre sei volte». I fondi per l’agenzia, tra l’altro, erano cominciati a diminuire già da tre anni, dopo aver raggiunto il loro valore massimo nel 1966: il 4,4 per cento del budget federale (nel 2026 è lo 0,3 per cento).
Nello Spazio come sulla Terra, un’esplorazione economicamente sostenibile «richiede un impegno politico stabile, finanziamenti prevedibili e un obiettivo chiaro a lungo termine», tutte cose che dopo il programma Apollo gli Stati Uniti faticarono a mettere insieme, scrive Vicinanza. Dopo il 1973 le linee di produzione del Saturn V, il razzo costosissimo e non riutilizzabile che aveva reso possibile il programma Apollo, furono interrotte. E altre infrastrutture necessarie per i lanci furono riconvertite.
Nel 1972 Nixon provò a ricalibrare le ambizioni della Nasa chiedendo di spostare l’attenzione dalla Luna verso l’orbita bassa terrestre. E ordinò la costruzione di un sistema di lancio spaziale riutilizzabile, pensato per durare: lo Space Shuttle, mandato in orbita per la prima volta nel 1981 e dismesso nel 2011. Fu uno dei programmi della Nasa più longevi e versatili di sempre, caratterizzato da grandi successi come le camminate nello Spazio. E fu impiegato tra le altre cose per la costruzione e la manutenzione della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), un progetto diventato nel frattempo il simbolo dell’eccellenza tecnologica e soprattutto della cooperazione scientifica dopo decenni di competizione tra paesi.
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Il programma fu però funestato anche da due disastri: la disintegrazione del Challenger nel 1986 e del Columbia nel 2003. Entrambi gli incidenti ricordarono in momenti storici diversi quanto fosse eccezionale e pericoloso anche solo viaggiare nello Spazio, nonostante il programma Apollo avesse fatto sembrare quasi normale all’inizio degli anni Settanta camminare sulla Luna. E la risonanza pubblica della morte dei due equipaggi (14 persone in tutto) dimostrò che era diventato via via meno accettabile assumersi rischi umani che c’erano sempre stati e che sono, ancora oggi, in parte ineliminabili.
Un altro fattore di politica interna che ostacolò le ambizioni di ripresa degli allunaggi fu la discontinuità nella gestione dei programmi spaziali da parte delle diverse amministrazioni americane. Nel 1989, vent’anni dopo il primo allunaggio, il presidente George H.W. Bush annunciò la Space Exploration Initiative (SEI), che prevedeva la spedizione di astronauti sulla Luna e anche verso Marte. Dopo tre anni, una volta in carica il presidente Bill Clinton, il programma fu chiuso perché troppo costoso. E la stessa cosa successe con il programma Constellation, annunciato nel 2001 dal presidente George W. Bush ma mai del tutto sostenuto dal Congresso, e infine cancellato nel 2010 durante la presidenza di Barack Obama.
Finora per qualsiasi esplorazione lunare sono state necessarie una competizione politica tra superpotenze, grandi capacità scientifiche e tecnologiche multidisciplinari e disponibilità di enormi finanziamenti a lungo termine. L’eccezionalità di queste condizioni rende quindi più appropriata, forse, una domanda diversa da perché la Luna non è stata esplorata dagli umani per 50 anni: perché la Nasa ha deciso a un certo punto di tornarci?
Una delle possibili ragioni è che, a differenza di altri programmi valutati in passato, Artemis ha l’obiettivo di stabilire una presenza umana permanente e sostenibile sulla Luna, rendendola una possibile base per future esplorazioni verso Marte. Ed è fondato su un modello di ricerca scientifica avanzata e di cooperazione tra paesi – stabilito dai cosiddetti accordi di Artemis – che dovrebbe distribuire i rischi ed estendere il sostegno politico internazionale.
Questo almeno in teoria. In pratica, scrive Vicinanza, «Artemis rimane un programma costoso ed esposto a cambiamenti di bilancio e di priorità». E tra i fattori che possono influenzarlo in modo difficilmente prevedibile ci sono anche le collaborazioni commerciali, uno dei sostegni finanziari alle missioni.

Gli astronauti Jeremy Hansen, Victor Glover, Reid Wiseman e Christina Koch, equipaggio dell’Artemis II, in posa davanti alla capsula Orion al Kennedy Space Center a Cape Canaveral, Florida, l’8 agosto 2023 (Kim Shiflett/Nasa)
In un celebre discorso del 1962 in cui motivò il finanziamento delle missioni lunari, il presidente Kennedy disse che andare sulla Luna ed esplorare lo Spazio erano cose difficili da fare, non facili, e per questo aveva senso farle. Disse anche che nello Spazio, dove «i pericoli sono ostili a tutti noi», «non ci sono ancora conflitti».
È un punto su cui forse c’è più incertezza nel 2026 rispetto a mezzo secolo fa. Non tanto perché guerre e tensioni internazionali, diminuite per breve tempo dopo la fine della Guerra fredda, sono di nuovo e da tempo in aumento, anche a causa di una crisi epocale delle fonti energetiche. Ma soprattutto perché da allora un certo approccio meno ambizioso e più terra-terra, cioè più orientato al profitto che all’esplorazione e alle conquiste scientifiche, ha cominciato a stimolare missioni private di colonizzazione dello Spazio, inteso come luogo in cui potere estendere interessi privati a spese altrui.
Arrivarci prima di altri paesi o di altri imprenditori, sulla Luna o da qualsiasi altra parte, sembra essere diventata più che in passato anche un’opportunità per rivendicare ed esercitare diritti privati, in mancanza di regolamentazioni condivise e rispettate. E molti scienziati esprimono da tempo preoccupazione riguardo a questa nuova prospettiva di conquista dello Spazio, soprattutto della Luna, che per sua natura resterebbe trasformata per sempre da eventuali attività umane non regolamentate.
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