Le due opzioni di Trump per provare a riaprire lo stretto di Hormuz
La proposta principale è far scortare le navi alla marina, l'altra è inviare soldati, ma nessuna riporterebbe i traffici ai livelli di prima

In questa fase della guerra in Medio Oriente il principale obiettivo del presidente statunitense Donald Trump è far ripartire il traffico marittimo nello stretto di Hormuz, da cui passavano le esportazioni di petrolio e gas naturale dei paesi del Golfo. L’Iran sta bloccando lo stretto praticamente dall’inizio della guerra, minacciando e attaccando le petroliere e le navi cargo che provano ad attraversarlo.
Sabato Trump ha chiesto ad altri paesi di collaborare mandando navi, ma finora nessuno ha accettato. Il Wall Street Journal ha spiegato che i modi per sbloccare il traffico marittimo sono sostanzialmente due: scortare le navi commerciali attraverso lo stretto, oppure fare una spedizione militare. Entrambe le operazioni sono molto difficili da praticare e non è detto che gli Stati Uniti lo faranno.
1) Scortare le navi
Trump lo propone da settimane, ma non è ancora mai successo. Prevede che la marina degli Stati Uniti, nei suoi piani assieme a quelle di paesi alleati, accompagni le navi attraverso il tratto di mare, per far schivare loro eventuali mine navali posizionate dall’Iran e per intercettare droni e missili tirati contro di loro.
Secondo gli esperti, per proteggere una nave cargo civile servirebbero due navi militari, che diventano una decina nel caso di un convoglio più grande. Insomma, occorrerebbe un dispiegamento navale consistente.
Peraltro lo stretto è largo appena 30 chilometri, e questo accorcia il tempo a disposizione per fermare un eventuale attacco partito dall’Iran. Probabilmente servirebbero anche droni da osservazione, facendo salire i costi dell’operazione.
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2) Mandare soldati
La seconda opzione, ancora più costosa e al momento più remota, sarebbe quella che in gergo si chiama boots on the ground, cioè una missione militare che preveda il dispiegamento di soldati a terra. Finora il governo degli Stati Uniti l’ha evitata accortamente: la guerra contro l’Iran è fatta con bombardamenti e attacchi aerei.
Nel caso dello stretto, significherebbe fare un’operazione militare per prendere il controllo di un pezzo di costa iraniana, per impedire che partano attacchi da lì. Gli Stati Uniti dovrebbero cominciare un’invasione, per quanto limitata, facendo sbarcare forze di terra ed esponendole quindi ai contrattacchi iraniani. Andrebbero impiegati migliaia di soldati e preventivati tempi più lunghi: mesi, probabilmente.
Sono entrambe cose che Trump ha dato prova di non volere fare. Da un lato il presidente ha mostrato più volte di voler chiudere in fretta la guerra, dicendo di considerarla già vinta (cosa molto discutibile). Dall’altro un’operazione di terra aumenterebbe di molto le perdite statunitensi (finora sono stati uccisi 13 militari): sarebbe una cosa problematica per l’opinione pubblica, specie per l’elettorato trumpiano, e in contraddizione con la retorica isolazionista di Trump.
I limiti dei piani
Il governo degli Stati Uniti sostiene di stare valutando entrambe le opzioni. Venerdì Trump ha ordinato l’invio in Medio Oriente di una Marine Expeditionary Unit, cioè una forza navale di cui, oltre alle navi da guerra con i rispettivi equipaggi, fanno parte aerei caccia e oltre 2mila marines, che sono in pratica la fanteria della marina.
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Infine non è scontato che queste opzioni, che come detto al momento sono teoriche, basterebbero per riaprire lo stretto.
Anche nello scenario, meno probabile, in cui gli Stati Uniti creassero un avamposto sulla costa iraniana, le navi commerciali non sarebbero del tutto al riparo dagli attacchi. Il regime infatti ha missili a lungo raggio ed è stato in grado di colpire coi droni molto lontano dallo stretto, per esempio le due petroliere incendiate al largo dell’Iraq.
Nel primo caso, se le “scorte” per le navi venissero messe in pratica, ci sarebbero comunque misure di sicurezza che impedirebbero di tornare ai volumi di traffico di prima della guerra. Secondo un’analisi di Lloyd’s List Intelligence, una delle principali società di analisi del trasporto marittimo, i traffici sarebbero un decimo dei precedenti. A quel ritmo, ci vorrebbero mesi per far uscire le centinaia di navi bloccate.



