In politica estera governo e Vaticano non vanno d’accordo
Hanno espresso posizioni diverse su molte vicende recenti, e anche sulla guerra in Medio Oriente non sembrano granché allineati

La linea che l’Italia sta tenendo sulla guerra in Medio Oriente è più o meno la stessa del resto dell’Europa: cauta, guardinga, preoccupata per il conflitto che va coinvolgendo sempre più paesi della regione ma sostanzialmente allineata agli Stati Uniti e a Israele. È una linea diversa non solo rispetto alla Spagna, unico grande paese europeo ad aver criticato apertamente l’attacco all’Iran, ma anche rispetto al Vaticano, il cui segretario di Stato Pietro Parolin si è detto preoccupato dall’uso della forza militare come arma preventiva, mentre papa Leone XIV ha invocato una soluzione diplomatica al conflitto.
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La differenza di opinioni tra governo e Vaticano non è sorprendente: negli ultimi mesi ci sono state molte altre vicende di politica estera su cui hanno mostrato divergenze. È una situazione che mette parecchio in difficoltà la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che con papa Francesco aveva sempre avuto ottimi rapporti, ma non può prescindere dal dialogo nemmeno con papa Leone XIV, data la vicinanza geografica e visto che la Chiesa cattolica conserva ancora una sua rilevanza nella diplomazia internazionale. D’altra parte però Meloni non vuole rinunciare a continuare ad accreditarsi come interlocutrice privilegiata del presidente statunitense Donald Trump, che tuttavia sta portando avanti una politica estera evidentemente sgradita a papa Leone XIV.
Nei giorni scorsi c’erano state altre dichiarazioni che avevano lasciato intuire la distanza tra le posizioni del Vaticano e del governo, che finora aveva comunque detto molto poco, sulla guerra in Medio Oriente. Il giorno dopo l’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele, per esempio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva parlato di «responsabilità dell’Iran per la scelta di costruire l’arma nucleare». In questo modo Tajani era parso ritenere condivisibile l’idea di iniziare una guerra preventiva per impedire all’Iran di sviluppare la bomba atomica.
Giovedì Giorgia Meloni, nell’intervista data alla radio RTL 102.5, si era detta preoccupata per un «mondo sempre più governato dal caos», ma in particolare per la «reazione scomposta dell’Iran», che sta attaccando i paesi vicini e a cui Meloni addossa la responsabilità di estendere il conflitto. Anche lei quindi ha spostato l’attenzione sull’Iran. Il Vaticano aveva invece indicato l’attacco unilaterale di Stati Uniti e Israele come una violazione del diritto internazionale, cosa che anche Crosetto e Tajani hanno infine riconosciuto ieri in parlamento (Meloni si è invece limitata a parlare di una generica crisi del diritto internazionale).

I ministri della Difesa Guido Crosetto e degli Esteri Antonio Tajani durante l’audizione in Senato sulla guerra in Iran, 5 marzo 2026 (ANSA/FABIO FRUSTACI)
Negli ultimi mesi non erano mancate altre questioni internazionali su cui Vaticano e governo italiano avevano avuto disaccordi. A settembre Meloni aveva annunciato che la maggioranza di destra avrebbe presentato una mozione parlamentare in favore del riconoscimento dello stato della Palestina: fino a quel momento era sempre stata molto cauta e attendista sulla questione, per restare allineata a Stati Uniti e Germania. Sulla sua decisione, piuttosto improvvisa, aveva influito anche la posizione del Vaticano. Nei mesi precedenti Leone XIV si era infatti esposto in modo sempre più netto a favore della causa palestinese e contro i massacri compiuti dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza.
Il giorno stesso in cui Meloni aveva annunciato la mozione, Leone XIV aveva peraltro detto ai giornalisti che «tanti paesi», oltre alla Francia, avrebbero dovuto riconoscere la Palestina, aggiungendo poi che il riconoscimento avrebbe potuto aiutare la causa palestinese, anche se «in questo momento veramente non si trova dall’altra parte volontà di ascoltare». Queste dichiarazioni avevano dato l’idea di come il Vaticano considerasse del tutto inaccettabili le azioni di Israele. Meloni invece non ha mai preso nettamente le distanze da Israele, pur criticando i massacri dei civili nella Striscia di Gaza.
Sempre su Gaza, Vaticano e governo italiano avevano reagito in modo decisamente diverso alla creazione del Board of Peace, il comitato internazionale promosso dal presidente statunitense Donald Trump che teoricamente dovrebbe gestire la transizione nella Striscia di Gaza. Sia il governo italiano che il Vaticano erano stati invitati a partecipare. Per settimane Meloni aveva mostrato grande interesse verso il progetto e aveva anche dato la propria disponibilità a partecipare. Il fatto che l’Italia fosse inclusa era per lei importante per diversi motivi: dimostrava il coinvolgimento del paese nei piani di Trump, rendendo evidente la buona considerazione che Trump ha di Meloni; e poi ribadiva l’importanza del ruolo che l’Italia ha da decenni nel Medio Oriente, anche attraverso al Vaticano.
Il Vaticano tuttavia aveva già espresso molte perplessità sull’operato di Trump. Queste perplessità erano aumentate quando si era capito che il comitato aveva funzionamenti poco chiari e regole d’ingaggio inusuali, e prevedeva il coinvolgimento più o meno diretto di leader mondiali come il presidente russo Vladimir Putin e quello bielorusso Aleksandr Lukashenko. Alla fine Meloni aveva deciso di non aderire al Board of Peace, salvo poi stabilire che l’Italia avrebbe partecipato alle riunioni come osservatrice. Nel frattempo Parolin aveva detto che il Vaticano non avrebbe partecipato al comitato, aggiungendo che per la Chiesa cattolica c’erano «alcune criticità» da risolvere.
Infine, più di recente c’è stata la questione del Venezuela e della lunga e complessa trattativa per liberare il cooperante Alberto Trentini. Mentre il governo non dava grandi segnali di adoperarsi per le negoziazioni, il Vaticano aveva tentato una mediazione durante la cerimonia di proclamazione di due santi venezuelani, lo scorso 19 ottobre. In quei giorni la scarcerazione di Trentini era data pressoché per certa per il 30 ottobre da tutti quelli che seguivano il caso. Poi non andò così, per diversi motivi, tra cui il fatto che gli Stati Uniti non volevano appoggiare il piano di Parolin che puntava a una distensione dei rapporti fra Trump e l’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro: l’obiettivo di Parolin e del Vaticano era scongiurare l’intervento militare statunitense in Venezuela, che poi però c’è stato.
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La differenza di vedute e di approccio tra governo e Vaticano si è vista di nuovo bene pochi giorni dopo l’attacco statunitense in Venezuela. Quando sembrava scontato che al potere potesse finire María Corina Machado, leader dell’opposizione fino a quel momento gradita a Trump, Meloni le aveva telefonato. Solo che poi Trump l’aveva esclusa da qualsiasi discorso per la presidenza del paese, e allora Meloni si era affrettata a ingraziarsi Delcy Rodríguez, l’ex vice di Maduro e ora presidente, per ottenere la liberazione dei prigionieri politici italiani. Di fatto invece la liberazione è stata ottenuta grazie agli Stati Uniti.

Papa Leone XIV e la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado in Vaticano, 12 gennaio 2026 (EPA/US VATICAN MEDIA via ANSA)
Nel frattempo però Papa Leone XIV si era fatto fotografare in Vaticano insieme a Machado, con cui aveva organizzato un incontro in segreto.



