Chi era Nitto Santapaola

Il boss catanese morto ieri ebbe legami con i corleonesi di Totò Riina, e partecipò alle stragi mafiose più note e violente

Nitto Santapaola nel 1993 (ANSA)
Nitto Santapaola nel 1993 (ANSA)
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Nitto Santapaola, il boss catanese morto a 87 anni lunedì a Milano, è stato tra i più potenti e temuti protagonisti della mafia siciliana per decenni. Era soprannominato “il cacciatore” per via della sua passione per la caccia, e la sua storia è legata ad alcune delle peggiori stragi di mafia avvenute in Italia, come quelle di Capaci e di via D’Amelio, al feroce clan dei corleonesi, e ad alcuni noti omicidi come quello del giornalista siciliano Pippo Fava. In 33 anni di carcere Santapaola non ha mai collaborato con la giustizia.

Santapaola divenne “uomo d’onore”, cioè un membro ufficiale vincolato dal segreto e dall’obbedienza, di Cosa Nostra all’inizio degli anni Sessanta. Era nato nel 1938 a Catania in una famiglia legata alla mafia, il suo nome vero era Benedetto, e tra gli anni Settanta e Ottanta cominciò a fare il commerciante. Tra le altre cose aprì la più grande concessionaria di automobili Renault in Sicilia: all’inaugurazione c’erano anche il prefetto e il questore di Catania.

Giuseppe Fava, detto Pippo, fu uno dei giornalisti che indagò sui rapporti di Santapaola con le autorità cittadine e con quattro imprenditori locali, da lui definiti i «cavalieri dell’apocalisse» per via delle loro attività illecite. Fava era all’epoca direttore de I Siciliani, un quotidiano che in pochi mesi era diventato molto noto in Sicilia per via dei suoi servizi giornalistici di denuncia contro la mafia e l’illegalità nella regione. «Di quel sistema di potere, perfetto e osceno, che ha governato la città per vent’anni, Santapaola è stato il silenziosissimo sacerdote. Tra i suoi beneficiari, c’era tutta la città che contava e che comandava. Prefetti, giornalisti, procuratori, commissari, colonnelli, editori», ha detto Claudio Fava, il figlio di Pippo, a Repubblica.

Fava fu ucciso da cinque colpi di pistola davanti all’ingresso del Teatro Stabile di Catania, la sera del 5 gennaio 1984. Le indagini sul suo omicidio procedettero a rilento, e soltanto nel 1993 iniziò l’operazione definita “Orsa Maggiore”, che dispose 156 mandati di cattura contro persone affiliate al clan di Nitto Santapaola per associazione a delinquere di stampo mafioso e per alcuni omicidi, tra cui quello di Fava. Nel 2003 la Corte di Cassazione confermò la condanna all’ergastolo per Nitto Santapaola e suo nipote Aldo Ercolano, ritenuti rispettivamente mandante e uno degli esecutori dell’omicidio.

La vicenda criminale di Santapaola era però iniziata già alcuni anni prima dell’omicidio di Fava. L’episodio più importante fu la cosiddetta “strage della circonvallazione” avvenuta a Palermo il 16 giugno 1982, in cui fu ucciso il boss catanese Alfio Ferlito, principale rivale di Santapaola, mentre veniva trasferito da Enna al carcere di Trapani. Nell’attentato furono uccisi anche i tre carabinieri della scorta Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi di Barca, e l’autista Giuseppe Di Lavore. Santapaola fu ritenuto il mandante dell’operazione e venne condannato all’ergastolo durante il maxiprocesso di Palermo nel 1987, il più importante processo fatto contro la mafia.

Alla strage della circonvallazione partecipò anche Totò Riina, capo della famiglia mafiosa dei corleonesi, che a sua volta comandava su tutta la mafia palermitana, e con cui Santapaola aveva stretti rapporti. Riina fu, tra le altre cose, l’uomo che ordinò gli omicidi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nel 1992: alle stragi di Capaci e di via D’Amelio prese parte anche Nitto Santapaola, poi condannato in via definitiva all’ergastolo come mandante. Otto giorni dopo la strage di via D’Amelio Santapaola ordinò anche l’omicidio dell’ispettore capo Giovanni Lizzio, secondo alcune ricostruzioni proprio per assecondare la volontà di Riina di colpire i rappresentanti dello stato anche a Catania.

Santapaola fu infine arrestato in un casolare vicino a Catania il 18 maggio del 1993, dopo undici anni di latitanza, in un’operazione chiamata “Luna Piena”. Sua moglie, Carmela Minniti, fu assassinata da un altro boss mafioso due anni dopo per vendetta. Fino al 25 febbraio Santapaola era detenuto in regime di 41-bis (il cosiddetto “carcere duro”) a Opera, vicino a Milano, dove si ritiene che per anni abbia continuato a gestire il suo clan. Per questa ragione non gli sono mai stati concessi gli arresti domiciliari né altri trasferimenti in strutture mediche.

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