L’omicidio di Pippo Fava, quarant’anni fa

Uno dei più impegnati giornalisti che indagarono sulla mafia siciliana fu assassinato il 5 gennaio del 1984

(ANSA)
(ANSA)
Caricamento player

La sera del 5 gennaio 1984, quarant’anni fa, il giornalista siciliano Pippo Fava fu ucciso da cinque colpi di pistola sparati contro di lui da alcuni membri del clan mafioso catanese dei Santapaola: si trovava davanti all’ingresso del Teatro Stabile di Catania, dove era andato per assistere a una rappresentazione della commedia Pensaci, Giacomino! di Pirandello in cui recitava sua nipote.

Fava fu il secondo giornalista e intellettuale ucciso dalla mafia nel giro di 6 anni: il primo era stato Peppino Impastato, ucciso il 9 marzo del 1978 a Cinisi da un gruppo armato per ordine del boss Gaetano Badalamenti. Fava aveva 58 anni e in quel momento dirigeva I Siciliani, un quotidiano che in pochi mesi era diventato molto noto in Sicilia per via dei suoi servizi giornalistici di denuncia contro la mafia e l’illegalità nella regione.

Prima di allora aveva diretto il Giornale del Sud, impegnandosi in particolare in diverse inchieste relative alle attività di Alfio Ferlito, un importante boss di Cosa Nostra (la mafia siciliana) che concentrava le sue attività nel quartiere catanese di San Cristoforo. Nel corso della sua carriera, Fava si fece notare anche per il suo stile di comunicazione: i suoi servizi avevano infatti un tono molto diretto, spesso aggressivo nei confronti dei boss mafiosi. Anche per questo aveva ricevuto in diverse occasioni minacce e atti intimidatori: era accaduto nella notte tra il 18 e 19 gennaio del 1981, quando fu fatta esplodere una bomba carta davanti alla sede del Giornale del Sud.

– Leggi anche: La mafia siciliana è alla ricerca di capi

Una settimana prima dell’omicidio, il 28 dicembre del 1983, durante un’intervista data a Enzo Biagi che in quel periodo conduceva la trasmissione Film Story su Rete 4, Fava aveva pronunciato delle frasi di denuncia molto nette nei confronti di Cosa Nostra, e più in generale della pervasività che la mafia era riuscita a raggiungere in quegli anni:

«Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico e importante».

Oggi molte persone considerano quelle parole la causa che scatenò la reazione di Cosa Nostra. Tuttavia, Fava era riconosciuto come un volto dell’antimafia già dalla seconda metà degli anni Cinquanta, quando iniziò a scrivere per l’Espresso Sera, un quotidiano pomeridiano con sede a Catania per cui lavorò per più di vent’anni e per cui firmò diverse inchieste dedicate alla criminalità organizzata siciliana.

Fava era nato a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 settembre del 1925. Frequentò l’università a Catania, dove studiò giurisprudenza, e intraprese la carriera da giornalista subito dopo la laurea: divenne giornalista professionista nel 1952, e per i successivi tre anni lavorò per il Giornale dell’Isola.

Inizialmente scriveva soprattutto di sport e cinema, ma dopo qualche tempo cominciò a dedicarsi alla cronaca nera. Durante la sua esperienza all’Espresso Sera, che iniziò nel 1956, Fava si fece notare per le sue interviste ad alcuni boss di Cosa Nostra come Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo, rappresentanti mafiosi della provincia di Caltanissetta.

Dopo l’omicidio, le indagini per l’omicidio di Fava procedettero a rilento, anche per via di alcune false testimonianze: nell’estate del 1984 Luciano Grasso, un detenuto del carcere di Belluno che aveva fatto parte del Clan Ferlito, fece sapere ai magistrati di volere parlare di alcuni omicidi, tra cui quello di Pippo Fava, ma alla fine scelse di non farlo per paura di ritorsioni: poche ore prima dei colloqui, La Sicilia pubblicò un articolo che anticipava le sue intenzioni di collaborare con la giustizia. Nel dicembre dello stesso anno Domenico Lo Faro, un detenuto del carcere di Piazza Lanza (Catania), scrisse in una lettera indirizzata alla fidanzata di essere stato l’autore dell’omicidio, ma la sua testimonianza fu giudicata poco attendibile.

L’anno dopo Francesco Vanaria, un criminale catanese del carcere di Torino, disse ai magistrati che il mandante dell’omicidio di Fava era stato il boss Marcello D’Agata, uno degli uomini di fiducia del boss Nitto Santapaola, ma le sue parole furono considerate poco attendibili. Nel 1989 il collaboratore di giustizia Giuseppe Pellegriti, legato al clan di Adrano (Catania), confessò di avere dato a un suo collaboratore l’incarico di uccidere Fava, ma anche in questo caso le dichiarazioni si rivelarono infondate.

– Leggi anche: La strage di Capaci

Nel 1993, grazie alle testimonianze fornite ai magistrati dal collaboratore di giustizia Claudio Severino Samperi, iniziò l’operazione definita “Orsa Maggiore”, che dispose 156 mandati di cattura contro persone affiliate al clan di Nitto Santapaola per associazione a delinquere di stampo mafioso e per alcuni omicidi, tra cui quello di Fava. Il processo iniziò nel 1994 e si concluse nel 2003, quando la Corte di Cassazione confermò la condanna all’ergastolo per Nitto Santapaola e suo nipote Aldo Ercolano, ritenuti rispettivamente mandante e uno degli esecutori dell’omicidio.

Nel 2002 i figli di Giuseppe Fava, Claudio ed Elena, fondarono un’associazione dedicata a loro padre per onorare la sua memoria, tutelare i suoi scritti e le sue opere e divulgare una serie di iniziative contro la mafia. Alla vita di Fava è stato dedicato il film Prima che la notte, uscito nel 2018, diretto da Daniele Vicari e interpretato tra gli altri da Fabrizio Gifuni, Selene Caramazza e Aurora Quattrocchi.

All’attività da giornalista Fava affiancò altre passioni come il teatro, la letteratura e il cinema: scrisse undici spettacoli teatrali, cinque romanzi e diverse opere di saggistica, quasi tutte di denuncia nei confronti della mafia.

Nel 1980 scrisse la sceneggiatura di Palermo o Wolfsburg, film basato sul suo romanzo Passione di Michele e diretto dal regista tedesco Werner Schroeter: raccontava la storia di Nicola, un diciottenne cresciuto a Palermo che decide di emigrare in Germania per lavorare come operaio alla Volkswagen e che finisce in carcere dopo avere ucciso due persone. Il film fu proiettato durante la trentesima edizione del Festival del cinema di Berlino, dove vinse l’Orso d’oro insieme a Heartland di Richard Pearce.