È morto Nitto Santapaola

Fu un importante boss della mafia catanese, ed era stato condannato come mandante di numerosi omicidi: aveva 87 anni

Nitto Santapaola durante un'udienza in tribunale a Palermo, 18 settembre 1995 (ANSA)
Nitto Santapaola durante un'udienza in tribunale a Palermo, 18 settembre 1995 (ANSA)
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Nitto Santapaola, uno dei più potenti boss della mafia catanese, mandante di numerose stragi e condannato all’ergastolo in diversi processi per omicidio, associazione a delinquere e traffico di droghe illegali, è morto lunedì a Milano. Santapaola era detenuto in regime di 41-bis (il cosiddetto “carcere duro”) a Opera, poco fuori città, e lo scorso 25 febbraio era stato ricoverato all’ospedale San Paolo per problemi di salute che si erano aggravati. Aveva 87 anni. La procura di Milano ha disposto l’autopsia.

Santapaola, il cui vero nome era Benedetto, era nato a Catania il 4 giugno del 1938. Fu condannato all’ergastolo in via definitiva come mandante della strage di Capaci del maggio 1992, in cui furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della loro scorta, e della strage di via D’Amelio del luglio successivo, in cui invece il giudice Paolo Borsellino fu ucciso assieme alla sua scorta.

Era stato arrestato il 18 maggio del 1993, dopo undici anni di latitanza, nella cosiddetta operazione “Orsa Maggiore”, che era stata avviata grazie alle testimonianze fornite ai magistrati dal collaboratore di giustizia Claudio Severino Samperi. Nell’operazione erano stati disposti 156 mandati d’arresto contro persone affiliate al suo clan per associazione a delinquere di stampo mafioso e alcuni omicidi, tra cui quello del giornalista Pippo Fava, che fu ucciso il 5 gennaio del 1984 per impedirgli di rendere note le sue inchieste sui rapporti tra mafia e imprenditori catanesi. Il processo iniziò nel 1994 e si concluse nel 2003, quando la Corte di Cassazione confermò la sua condanna all’ergastolo.

Santapaola fu detenuto al 41-bis fin dal momento dell’arresto, e si presume che avesse continuato a guidare il proprio clan dal carcere. Fu anche giudicato mandante ed esecutore dell’omicidio del generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro, che furono uccisi in via Carini a Palermo nel 1982: in primo grado fu condannato all’ergastolo, ma la Corte d’assise d’appello di Palermo ribaltò la sentenza, e la Corte di Cassazione confermò l’assoluzione.