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  • Giovedì 26 febbraio 2026

Qualcosa si muove nel Tigrè, e sono soldati

L’esercito etiope sta spostando alcune truppe verso la regione e ci sono stati scontri intensi con il Fronte di liberazione, quello della guerra finita nel 2022

Tigrè, Etiopia, 31 marzo 2025 (Ximena Borrazas/SOPA Images via ZUMA Press Wire)
Tigrè, Etiopia, 31 marzo 2025 (Ximena Borrazas/SOPA Images via ZUMA Press Wire)

Nelle ultime settimane nel Tigrè ci sono stati scontri tra le truppe federali e quelle regionali, intensi come non se ne vedevano da anni. Il Tigrè è una regione dell’Etiopia settentrionale dove tra il 2020 e il 2022 ci fu una guerra civile tra l’esercito etiope e il braccio armato del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè, il gruppo che governava e governa la regione e che vorrebbe maggiore autonomia dal governo centrale. Anche dopo la fine della guerra gli scontri sono sempre proseguiti, ma quelli di questi giorni sono notevoli per frequenza e dimensioni, e hanno dato maggiore sostanza a un timore che circola da almeno un anno: quello che possa ricominciare una guerra più ampia.

A fine gennaio il braccio armato del Fronte di liberazione si è scontrato con l’esercito etiope per diversi giorni e ha preso il controllo di due zone nel Tigrè meridionale. Il governo etiope ha cancellato i voli per il Tigrè e l’esercito ha condotto attacchi con droni su alcune cittadine settentrionali, in cui almeno una persona è stata uccisa. Secondo le autorità locali era un commerciante di banane alla guida del suo camion, colpito dal drone. A inizio febbraio il governo etiope ha poi spostato alcune delle proprie truppe verso il Tigrè. Fonti governative rimaste anonime hanno riferito al centro studi International Crisis Group che il governo starebbe valutando tutte le opzioni, compresa un’operazione militare su vasta scala.

Anche se al momento gli analisti lo ritengono poco probabile, il timore più grande è che una guerra interna all’Etiopia possa coinvolgere anche l’Eritrea, che confina con il Tigrè e che da sempre ha rapporti complessi e altalenanti sia con il governo etiope che con il Fronte di liberazione. A inizio febbraio il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha detto di ritenere che nel Tigrè siano presenti truppe eritree e ha chiesto all’Eritrea di ritirarle. Ha anche accusato il paese di fornire armi al Fronte di liberazione con lo scopo di indebolire il suo governo. L’Eritrea ha negato tutto.

Durante la guerra del 2020-2022 l’Eritrea combatté al fianco dell’Etiopia contro i ribelli del Tigrè, ma ora le relazioni tra i due paesi sono pessime principalmente a causa di una disputa sull’accesso al mare: l’Etiopia lo perse con la separazione dall’Eritrea nel 1993, ma ha cominciato a rivendicarlo in modo sempre più insistente negli ultimi anni. Questo, almeno secondo Abiy, sarebbe un motivo sufficiente per l’Eritrea per abbandonare la storica rivalità con il Fronte di liberazione, e allearcisi allo scopo di indebolire il governo etiope e scongiurare eventuali operazioni nel proprio territorio.

Il Fronte di liberazione non è solo un’organizzazione politica e militare locale, ma anche il partito che ha governato l’Etiopia per quasi trent’anni. Prese il potere nel 1991, rovesciando il regime marxista di Menghistu Haile Mariam, e ci rimase fino al 2018, quando Abiy divenne primo ministro. Abiy è di etnia oromo, il gruppo maggioritario in Etiopia ma marginalizzato per decenni.

Per un periodo Abiy venne visto come una speranza non solo per pacificare gli scontri etnici interni all’Etiopia, ma anche per migliorare le relazioni con l’Eritrea, con cui all’epoca non c’erano rapporti. Abiy lo fece, almeno inizialmente: avviò un processo di riforme democratiche, e soprattutto fece uno storico accordo di pace tra Etiopia ed Eritrea, per cui nel 2019 vinse il Nobel per la Pace. Questa attribuzione è poi stata molto contestata, in parte perché il processo di riforme si inceppò presto, e in parte proprio perché meno di un anno dopo iniziò la guerra in Tigrè.

Abiy avrebbe dovuto organizzare elezioni nel giro di due anni, ma non lo fece: il Fronte di liberazione lo interpretò come un modo per accentrare e mantenere il potere, e come segno di protesta organizzò delle proprie elezioni regionali nel Tigrè. Per Abiy quelle elezioni furono illegali: dichiarò il Fronte di liberazione organizzazione terroristica (definizione poi ritirata nel 2023) e poco dopo un attacco del Fronte di liberazione contro una base etiope divenne il pretesto per l’inizio della guerra. Durò due anni e fu molto cruenta: vennero uccise più di 600mila persone e 5 milioni furono sfollate. Le Nazioni Unite scrissero che tutte le parti in causa commisero crimini di guerra e contro l’umanità e violenze indiscriminate contro i civili.

L’accordo che mise fine alla guerra fu per molti insoddisfacente, e non venne mai rispettato del tutto. Per esempio, non venne mai completato il disarmo del Fronte di liberazione, che mantenne un proprio esercito come forza di sicurezza regionale. Inoltre creò una scissione all’interno dello stesso Fronte, perché alcuni ritennero di aver fatto troppe concessioni al governo centrale: a marzo dell’anno scorso una fazione dissidente del Fronte di liberazione che vorrebbe maggiore autonomia aveva attaccato alcune città nel Tigrè occidentale controllate dall’altra, quella più allineata al governo. In questi giorni ci sono stati nuovi scontri interni al Fronte stesso (come mostrato nella mappa sopra).

Gli accordi lasciarono scontenta anche l’Eritrea, che non fu coinvolta nei negoziati. Il dittatore eritreo Isaias Afewerki contestava al governo di Abiy di aver negoziato con i terroristi, di avergli lasciato l’autorità politica sulla regione del Tigrè e di non aver completato il disarmo. Da allora il confine tra Eritrea e Tigrè è rimasto altamente militarizzato, perché l’Eritrea finora ha ritenuto la presenza delle milizie del Fronte di liberazione vicino ai propri confini come una minaccia.

Le cose però sono cambiate quando Abiy ha cominciato a parlare dell’accesso al mare per l’Etiopia come di una «questione esistenziale», a dire di voler liberare gli etiopi dalla loro «prigione geografica», e a parlare del mar Rosso come del «confine naturale» dell’Etiopia. Afewerki considera queste istanze delle minacce alla sovranità eritrea, e già dall’anno scorso ha inviato nuove truppe vicino al Tigrè, per tutelarsi da possibili attacchi del governo etiope.

Esperti e osservatori definiscono questa situazione una «polveriera». «Nonostante le parti sembrino caute all’idea di scatenare una nuova guerra, il fermento dei rancori, la retorica esasperata e i preparativi militari indicano che si stanno preparando a tale eventualità», ha scritto l’International Crisis Group.