Internet è pieno di violenza sugli animali
Il macaco Punch ha attirato grandi preoccupazioni pur essendo in buone mani, ma i veri maltrattamenti sono ovunque e portano soldi

Nell’ultima settimana i feed di milioni di utenti si sono riempiti delle immagini di Punch, un macaco nato l’estate scorsa allo zoo di Ichikawa, poco fuori da Tokyo. Abbandonato dalla madre, Punch era stato allevato dallo staff dello zoo e poi introdotto nel gruppo di macachi a gennaio. Inizialmente aveva faticato a essere accettato: molti video mostrano macachi adulti che lo allontanano quando cerca di avvicinarsi e Punch che gioca da solo con un peluche a forma di orango.
Una volta scoperta la storia, tantissime persone in giro per il mondo hanno espresso grande preoccupazione per il suo isolamento, riconoscendo nei suoi comportamenti dei chiari segni di sofferenza. Secondo i più recenti aggiornamenti, però, sembra che il suo percorso di integrazione con le altre scimmie stia migliorando velocemente, e che lo staff dello zoo si stia prendendo particolarmente cura di lui. A migliaia di altre scimmie protagoniste di video caricati sui social network però non va altrettanto bene.
Sulle principali piattaforme social esistono migliaia di video e gruppi privati dedicati agli abusi e alle violenze contro gli animali. Le scimmie, e in particolare i macachi, sono una delle specie più colpite: nel 2023 un’inchiesta della BBC ha scoperto una rete di centinaia di clienti occidentali che pagavano persone in Indonesia per torturare e uccidere macachi dalla coda lunga, anche di pochi mesi, davanti alle telecamere e condividere il risultato via Telegram. La scorsa estate sempre la BBC ha trovato un’altra serie di gruppi in cui venivano condivise foto e video di gattini soggetti allo stesso tipo di violenze.
Telegram è ampiamente noto per la scarsa applicazione delle proprie regole di condotta, ma contenuti di questo tipo si trovano anche su piattaforme più grandi e pubbliche come YouTube, Facebook, Instagram e TikTok. La Social Media Animal Cruelty Coalition (SMACC), una rete internazionale di 34 organizzazioni per la protezione degli animali, nel 2024 ha ricevuto oltre 80mila segnalazioni di contenuti che mostravano sospetti abusi e violenze contro gli animali sulle principali piattaforme: quasi l’88 per cento dei post si trovava su Facebook. Uno studio del 2023, pubblicato sulla rivista scientifica Biological Conservation, ha analizzato 411 video che contengono violenza contro gli animali condivisi su YouTube e ha calcolato che, messi insieme, avevano generato oltre 1,14 milioni di dollari di ricavi pubblicitari.
Secondo Nicola O’Brien, coordinatrice di SMACC, è difficile quantificare con precisione l’entità del fenomeno. I dati raccolti dalla rete di associazioni si basano su segnalazioni del pubblico e su ricerche manuali condotte da volontari, e tengono quindi conto di una minoranza dei contenuti effettivamente presenti online. La sua impressione, però, è che negli ultimi cinque anni la situazione sia peggiorata, e che le piattaforme non stiano facendo abbastanza per riconoscere e rimuovere i contenuti violenti che coinvolgono gli animali. Spesso, peraltro, gli algoritmi delle grandi piattaforme suggeriscono questi video proprio agli utenti più sensibili al benessere degli animali, e che quindi già seguono canili, gattili e organizzazioni che li soccorrono.
Non tutti i contenuti di abuso sugli animali sono facilmente riconoscibili. Antônio F. Carvalho, ricercatore della Wildlife Conservation Society e autore dello studio su Biological Conservation, dice che «uno dei grossi problemi è che manca una definizione condivisa su ciò che va considerato “abuso di animale”». Alcune culture trovano normali le macellazioni rituali o le ricette che includono l’ingestione di animali vivi; altri considerano crudele anche l’allevamento intensivo o la caccia.
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Nell’ambito dei video caricati online, Carvalho ha deciso di considerare “abuso di animale” ogni caso in cui un essere umano influenza il comportamento di un animale inducendolo con la forza a comportarsi in un modo diverso da come farebbe in natura. È una definizione che include, per esempio, i video in cui gli animali sono costretti a lottare tra loro, ma non quelli in cui si vedono animali andare a caccia o combattere liberamente tra loro, pubblicati regolarmente da account molto seguiti come @natureismetal, su Instagram.
Nel suo studio, per esempio, Carvalho racconta di essersi imbattuto in contenuti di combattimenti tra galli, uno sport crudele e illegale in moltissimi paesi, in cui spesso gli allevatori tagliano senza anestesia le creste dei galli e legano lame affilate alle loro zampe. Ma sono molto diffusi, specie su YouTube, i video di combattimenti tra specie diverse, in cui i content creator mettono nella stessa teca di vetro animali come coleotteri, serpenti, centopiedi e ragni e stanno a guardare per scoprire chi rimane in vita alla fine.
In molti altri casi il problema è che la violenza contro l’animale ritratto non è esplicita, ma deducibile dalle circostanze. È il caso, per esempio, dei contenuti fake rescue, in cui gli animali vengono deliberatamente feriti o messi in condizioni di pericolo in modo che i content creator possano fingere di aiutarli e pubblicare il video del “salvataggio”. Video di questo tipo hanno quasi sempre come protagonisti gatti, cani, scimmie, serpenti o tartarughe. Gli scenari più comuni includono animali apparentemente abbandonati sul ciglio della strada o feriti – con arti rotti, o cascati in una trappola – che vengono soccorsi. In altri casi si vedono animali in situazioni potenzialmente letali, bloccati in corsi d’acqua o sotto oggetti pesanti. Un’altra variante diffusa mostra prede apparentemente attaccate da predatori che in natura non incontrerebbero mai, come gattini messi di fronte a boa constrictor.
Questi contenuti, particolarmente comuni su Facebook, Instagram e YouTube, attirano spesso moltissime visualizzazioni proprio perché le situazioni drammatiche in cui gli animali vengono ritratti suscitano forte preoccupazione negli spettatori, inducendoli a commentare e condividere. Oltre a guadagnare soldi dalla monetizzazione dei contenuti, i creator solitamente chiedono donazioni agli spettatori tramite link a piattaforme come PayPal, dicendo di aver bisogno di aiuto per continuare le proprie attività di soccorso.
I fake rescue, comunque, non sono l’unico tipo di contenuto in cui la sofferenza degli animali è nascosta o difficile da riconoscere. Sono molto diffusi, per esempio, i video di animali selvatici che vengono tenuti come animali domestici, che ballano o indossano vestitini. «Quella che può sembrare una situazione scherzosa può causare gravi disagi negli animali in cattività, specialmente quando dipendono dagli umani e non hanno modo di scappare», spiega O’Brien.
In quelle condizioni succede spesso che gli animali selvatici soffrano sintomi come stress, alterazioni comportamentali e malnutrizione, che spesso portano a morti premature. I macachi, per esempio, «sono programmati per vivere in gruppi sociali grandi e complessi con altri esemplari della loro specie, per arrampicarsi, per spostarsi e per mangiare cibi specifici», spiega O’Brien. «Nonostante le migliori intenzioni da parte di chi si prende cura di un animale, queste condizioni non possono essere ricreate nel contesto domestico».
A volte, dice O’Brien, le stesse persone che pubblicano i video – e che tengono questi animali selvatici in casa – non sono consapevoli dell’entità del danno che stanno causando all’animale. In altri casi lo sanno, ma sanno anche che contenuti di questo tipo attirano moltissime visualizzazioni, in larga parte da persone che non hanno idea che l’animale stia soffrendo. Una grossa fetta degli abusi contro gli animali diffusi online, però, viene caricata consapevolmente per soddisfare la richiesta di persone che traggono piacere dal vedere gli animali soffrire.
Su Facebook e Telegram esistono intere comunità dedicate a questo tipo di contenuti, in cui le persone che vogliono fare del male agli animali «si incoraggiano a vicenda e si scambiano link», dice O’Brien. Anche in questi casi, spesso circola denaro: alcune persone coordinano la distribuzione dei video e ricevono pagamenti dagli utenti interessati, poi comunicano con chi ha accesso fisico agli animali. Quasi sempre, le vittime sono scimmie.
Tutte le principali piattaforme social hanno regole che vietano i contenuti di abusi e crudeltà verso gli animali, ma l’applicazione è debole e inefficace. «Alcune piattaforme cercano di essere trasparenti: TikTok, per esempio, pubblica report sui contenuti dannosi rimossi, e la crudeltà sugli animali è una categoria a sé», dice O’Brien. «Ma la realtà è che ci sono tantissimi contenuti che noi consideriamo crudeltà e che non vengono rimossi».
Il problema, dice, è particolarmente grave su Facebook: «è la piattaforma che ci viene segnalata continuamente, e le percentuali di rimozione sono basse». Molti utenti raccontano di aver segnalato contenuti violenti a Meta e di essersi sentiti rispondere che non violavano le linee guida. In alcuni casi i video non vengono rimossi, ma nascosti dietro a una schermata che avverte che contengono immagini forti. Nei commenti, spesso, si trovano anche utenti che chiaramente apprezzano quello che stanno vedendo.
Anche Carvalho dice di essere tornato regolarmente a controllare i video che aveva incluso nel suo studio, e di sapere quindi per certo che molti sono ancora su YouTube. «L’intelligenza artificiale si è evoluta enormemente negli ultimi anni. Credo che potrebbero fare meglio adesso, ma non lo fanno. È redditizio per loro mantenere questo tipo di contenuti», dice. A questo si aggiunge il fatto che i creator più organizzati sanno bene come aggirare eventuali ostacoli: quando un canale viene bloccato, dice Carvalho, spesso ne nasce un altro che trasmette gli stessi video poche ore dopo. Altri, nel tempo, si sono spostati su piattaforme meno regolamentate, come Telegram.
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