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  • Mercoledì 11 febbraio 2026

Questo casco ucraino è troppo politico per le Olimpiadi

Vladyslav Heraskevych vuole usarlo in gara per ricordare 21 atlete e atleti uccisi in guerra dalla Russia, ma rischia di venire espulso dai Giochi

Vladyslav Heraskevych durante una delle prove della gara di skeleton a Cortina, il 10 febbraio 2026 (AP Photo/Alessandra Tarantino)
Vladyslav Heraskevych durante una delle prove della gara di skeleton a Cortina, il 10 febbraio 2026 (AP Photo/Alessandra Tarantino)

L’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych, uno dei favoriti della gara di skeleton, ha indossato nelle prove dei giorni scorsi un casco che ricorda 21 atlete e atleti ucraini uccisi dopo l’invasione russa del suo paese: vuole usarlo anche per le prove ufficiali e per la gara (giovedì mattina), ma il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) gliel’ha vietato. Il casco non rispetta una regola delle Olimpiadi che proibisce «ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale». Heraskevych dice che lo userà comunque, rischiando una squalifica e l’espulsione dai Giochi. La questione ha riaperto le polemiche sulla regola 50 della Carta Olimpica, particolarmente rigida sulla neutralità politica, con poche eccezioni.

Lo skeleton è uno sport di scivolamento in cui si percorre una pista di ghiaccio a pancia in giù, su un attrezzo simile a uno slittino. Tutti gli atleti ovviamente indossano un casco, che è anche molto visibile perché percorrono la pista con la testa in avanti. In tutte le prove sulla pista olimpica Heraskevych ha usato un casco senza scritte, ma con le foto di 21 atlete e atleti ucraini che sono morti dall’inizio della guerra, al fronte o come civili. Fra loro ci sono il biatleta Yevhen Malyshev, il pattinatore Dmytro Sharpar, la sollevatrice di pesi Alina Peregudova, il giocatore di hockey Oleksiy Loginov, ma anche atlete e atleti che avevano partecipato alle Olimpiadi giovanili e due bambine (la più piccola è stata uccisa a nove anni).

Heraskevych dice che il casco non viola alcuna regola, che non contiene messaggi politici ma solo il ricordo di atleti uccisi «che in larga parte facevano parte della famiglia olimpica». Martedì la slittinista ucraina Olena Smaha dopo aver chiuso la sua gara ha mostrato una scritta sul suo guanto: «Ricordare non è una violazione». Heraskevych è sostenuto dal Comitato olimpico ucraino, che ha fatto ricorso contro il divieto, e anche dai maggiori esponenti politici del suo paese: il presidente Volodymyr Zelensky l’ha ringraziato ed elogiato.

Heraskevych è stato uno dei portabandiera ucraini alla cerimonia di apertura della scorsa settimana. Alle Olimpiadi di Pechino del 2022 aveva mostrato un cartello con la scritta «No alla guerra in Ucraina» dopo aver concluso la sua gara. Quattro giorni dopo la fine di quell’edizione la Russia invase il paese: la guerra dura da allora.

Vladyslav Heraskevych durante una discesa il 9 febbraio 2026 (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Il CIO sta provando a trattare con Heraskevych e la delegazione ucraina per trovare una soluzione che eviti squalifiche e ulteriori polemiche: ha concesso all’atleta di indossare una fascia nera al braccio in alternativa a quel casco (normalmente anche questa è vietata), ma Heraskevych non ha accettato. L’organizzazione ha detto di capire la volontà di Heraskevych e della squadra ucraina di fare un omaggio ad atleti e atlete uccisi e di voler trovare insieme un compromesso per permetterlo. Ha anche ribadito che non ci saranno limitazioni nelle conferenze stampa e nelle interviste ufficiali.

La rigida osservazione della regola 50, comma 2 («Non è consentito alcun tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale in nessun sito, sede o altra area olimpica») è stata sempre difesa con forza dal CIO. Nelle Olimpiadi del 1968 i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos furono espulsi dalle Olimpiadi (mantenendo le medaglie), dopo aver fatto il gesto del pugno chiuso, legato al movimento per i diritti civili degli afroamericani. Più recentemente a Parigi 2024 la breakdancer Manizha Talash, della Squadra Olimpica Rifugiati, fu squalificata per aver indossato durante una gara una specie di mantellina con scritto: «Free Afghan women», ossia «Donne afghane libere».

Il casco di Vladyslav Heraskevych il 10 febbraio 2026 (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Qualche limitata apertura era contenuta nelle linee guida per le Olimpiadi di Tokyo 2021: le dimostrazioni politiche restano vietate in gara, sul podio, nelle cerimonie di apertura e chiusura, ma nelle conferenze stampa e sui propri profili social c’è massima libertà, e alcuni gesti simbolici considerati non problematici sono permessi prima delle gare.

Mark Adams, portavoce del CIO, martedì ha provato a spiegare la posizione del Comitato, messa in discussione da più parti anche perché il caso del casco di Heraskevych è particolarmente al limite (un ricordo funebre è politica?). Ha detto che per quanto si possa «simpatizzare o essere d’accordo con quel messaggio, una volta che apriamo la porta a quell’espressione, è difficile fermare l’espressione di qualcuno con cui potremmo non essere d’accordo». Il rigido divieto generale evita quindi al CIO di dover decidere caso per caso, con scelte che diventerebbero molto politiche. La pretesa di neutralità politica totale è però tanto complessa quanto piena di contraddizioni, spesso evidenziate in casi simili.