Cos’è stato il Rojava
I territori curdi nel nordest della Siria avevano un progetto politico spesso romanticizzato, tra molte guerre e tradimenti

Rojava in curdo significa Occidente. Era la forma abbreviata per chiamare il “Rojava Kurdistan”, il Kurdistan Occidentale, ossia la regione del nordest della Siria che i curdi hanno governato autonomamente dal 2012 fino a pochi giorni fa. Gli accordi della scorsa settimana fra il governo siriano e i combattenti delle Forze democratiche siriane (SDF nel più noto acronimo inglese) hanno messo la regione sotto il controllo delle autorità statali e segnato la fine dell’“esperimento Rojava”.
Il Kurdistan siriano è stato un tentativo di autogoverno di ispirazione socialista basato su democrazia dal basso, convivenza fra varie etnie e religioni, eguaglianza di genere ed ecologismo. Trovò sostegno in vari paesi occidentali, ma allo stesso tempo fu spesso romanticizzato: non tutte le promesse del Rojava sono state rispettate.
Per oltre 12 anni i curdi hanno vissuto costantemente in guerra: contro lo Stato Islamico (o ISIS), contro il regime del dittatore siriano Bashar al Assad, contro la Turchia e brevemente anche contro il nuovo governo siriano del presidente Ahmed al Sharaa. Con la fine del Rojava, il futuro della regione resta incerto: gli accordi dovrebbero garantire diritti civili alla minoranza curda, che rinuncia però alla sua autonomia politica all’interno dello stato siriano.

I festeggiamenti per il capodanno curdo, Nowruz, il 21 marzo 2025 (AP Photo/Baderkhan Ahmad)
Nel 2012 i curdi approfittarono delle rivolte scoppiate in tutta la Siria contro il regime di Assad per conquistare un’estesa porzione di territorio. Lo fecero inizialmente quasi senza combattere: il governo siriano aveva ritirato le truppe per spostarle verso zone considerate più pericolose e importanti. Il Rojava nacque così e si ampliò negli anni successivi, quando le milizie curde furono fondamentali nella guerra contro l’ISIS, che fra il 2013 e il 2019 occupò grandi parti della Siria e dell’Iraq.
La causa e l’esercito curdo divennero noti in tutto il mondo con la lunga battaglia combattuta contro l’ISIS a Kobane, città vicina al confine con la Turchia, che i curdi riuscirono a riconquistare all’inizio del 2015. In seguito i curdi ripresero grandi parti del territorio in mano all’ISIS, sostenuti dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale. I curdi furono i principali alleati degli Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS.
Alla creazione del Rojava si opponeva la Turchia, che vedeva nel consolidamento della loro autonomia in Siria una minaccia anche per le proprie regioni a maggioranza curda, dove operano gruppi curdi autonomisti e indipendentisti affiliati con i curdi siriani. Nel 2019, durante il primo mandato di Donald Trump, l’esercito statunitense iniziò a ritirarsi dal nordest della Siria permettendo alla Turchia di invadere la zona e creare una sorta di zona cuscinetto tra il confine turco e quello siriano. Fu un ritiro inaspettato, interpretato come un tradimento degli Stati Uniti verso i curdi: prima di ritirarsi l’esercito statunitense aveva convinto i curdi a smantellare le proprie posizioni difensive a nord, che avrebbero potuto intralciare l’invasione turca. In cambio promisero che li avrebbero protetti, senza poi farlo.
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Soldati curdi a Kobane nel 2014 (AP Photo/Jake Simkin)
Nel momento della sua massima espansione il Rojava occupava circa un terzo della Siria. Il territorio, ufficialmente chiamato Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est, era perlopiù desertico, ma comprendeva zone agricole importanti per la coltivazione dei cereali, irrigate con canali provenienti dal fiume Eufrate, e soprattutto circa il 60 per cento dei pozzi petroliferi della Siria.
L’eccezionalità del Rojava consisteva soprattutto nell’ambizioso modello politico e sociale che ispirò il suo governo. I curdi non hanno mai ufficialmente aspirato a creare uno stato indipendente, ma volevano garantirsi ampie autonomie all’interno dello stato siriano.
Il progetto si basava sulla visione politica del confederalismo democratico, teorizzata dal fondatore del partito del lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Öcalan: rifiutava l’autoritarismo, il militarismo, le ingerenze dell’autorità religiosa o lo stesso concetto di stato centrale. Il PKK è stata l’organizzazione politica e paramilitare che per oltre quarant’anni ha combattuto contro lo stato turco per ottenere l’autonomia politica e sociale della popolazione curda in Turchia.
Il Contratto sociale o Carta del Rojava descriveva la regione come un’unione di assemblee popolari confederate, che rappresentavano le comunità di curdi siriani e le minoranze etniche, linguistiche e religiose (le principali sono quelle araba, assira e cristiana).

Una assemblea popolare a Derek, nel novembre del 2015 (John Moore/Getty Images)
Il modello politico promosso dal Partito dell’Unione Democratica (PYD), la principale forza politica dei curdi siriani, era quello della democrazia dal basso: piccole assemblee cittadine aperte a tutti, sul modello delle comuni. Queste eleggevano rappresentanti ad assemblee federali che si occupavano dei temi comuni, ma il grosso del potere decisionale sarebbe dovuto rimanere agli organi locali.
Ogni incarico pubblico era assegnato sempre a due rappresentanti, un uomo e una donna, con il ruolo di co-presidenti: la parità dei sessi era uno dei princìpi fondanti del Rojava, forse uno dei più visibili e compiuti. All’estero le milizie composte da donne (YPJ) divennero simbolo di un modello di emancipazione femminile notevole soprattutto nel contesto mediorientale.
A livello economico il Kurdistan siriano puntava a creare cooperative di ispirazione socialista, ma mantenendo libertà di iniziativa privata. Altri obiettivi importanti erano il rispetto dell’ambiente e la sostenibilità ecologica.

Pozzi di petrolio nel Rojava (John Moore/Getty Images)
La realizzazione di un programma tanto ambizioso è stata parziale: il Rojava ha dovuto fare i conti con un’economia disastrata, con una guerra costante ai suoi confini e con zone di territorio ampiamente distrutte da anni di guerra civile, in cui la ricostruzione è proceduta molto a rilento.
Le autorità curde si sono trovate anche a gestire, su mandato internazionale, le prigioni e i campi in cui erano incarcerati i miliziani dello Stato Islamico e i loro familiari, principalmente mogli e i figli. Spesso non hanno ottenuto alcuna collaborazione, nemmeno dai paesi di origine dei foreign fighters (i combattenti stranieri arrivati in Siria per sostenere l’ISIS). Nei campi le condizioni sono pessime, nessun detenuto ha mai avuto un regolare processo e la popolazione all’interno è radicalizzata.
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Lunedì, quando le forze governative siriane sono entrate nella città di al Hasakah, una festante comunità araba ha accolto il convoglio: è il segno di una diffusa insoddisfazione della comunità rispetto alla gestione curda, vissuta in molti casi come un’occupazione. Nonostante i programmi di inclusione e salvaguardia delle minoranze non curde (che in realtà in alcune aree sono numericamente la maggioranza), la leadership delle SDF ha più che altro cercato di guadagnarsi il sostegno dei leader tribali. Molti esponenti della comunità araba in questi giorni hanno detto che è stato fatto poco o nulla per migliorare le condizioni di vita delle persone comuni.

Una parata militare a Qamishli, il 18 gennaio 2026 (AP Photo/Baderkhan Ahmad)
I rapporti sono stati migliori con assiri e cristiani, ma la gestione politica dal basso, attraverso le assemblee popolari, è apparsa spesso più teorica che reale. I critici sostengono che il Partito dell’Unione Democratica abbia mantenuto un controllo decisionale sulle questioni più sostanziali e che l’effettivo potere sia rimasto in mano a una leadership ristretta. La coscrizione è stata un costante elemento di tensione, la povertà e la corruzione sono diffuse, l’economia delle cooperative non ha mai funzionato (a parte alcuni rari esempi virtuosi) e in generale il Rojava si è gestito con un’economia di guerra, sfruttando le risorse petrolifere e agricole per finanziarsi.
I progetti di emancipazione femminile sono fra i più compiuti, ma spesso mal sopportati nelle zone a maggioranza araba e musulmana: a gennaio, quando le forze governative hanno preso il controllo della città di Tabqa, la popolazione locale ha abbattuto la statua di una soldata curda.

L’abbattimento di una statua di una soldata curda a Tabqa, il 18 gennaio 2026 (AP Photo/Ghaith Alsayed)
L’esperimento innovativo, condotto in condizioni estreme, è stato complicato dal progressivo disimpegno degli Stati Uniti. Gli scontri delle ultime settimane avevano molto indebolito le capacità militari curde: la firma dell’accordo è stata interpretata come una resa.



