La riapertura del varco di Rafah non sta funzionando come promesso
Per i rigidi controlli di Egitto e Israele, che limitano o bloccano il passaggio di persone e merci dalla Striscia di Gaza

Lunedì ha riaperto il varco di Rafah, che si trova al confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto e prima della guerra era il principale punto di accesso o di uscita dal territorio della Striscia: è anche l’unico collegamento via terra che non passa da Israele. La riapertura però è soggetta ancora a molte limitazioni e controlli, sia da parte di Israele che da parte dell’Egitto. Lunedì solo 27 persone hanno attraversato il varco, che oltretutto resta interdetto ai camion di merci e di cibo e beni essenziali (che passano dagli altri varchi, attraverso il territorio israeliano).
Gli attraversamenti del primo giorno sono stati inferiori persino al numero, già molto contenuto, prospettato dai governi di Israele ed Egitto, che gestiscono il varco con la supervisione di una delegazione dell’Unione Europea. Il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva sostenuto che Israele avrebbe consentito l’uscita di 50 persone malate o ferite al giorno, ciascuna accompagnata da massimo due parenti. Dall’Egitto, invece, ci si aspettava tornassero una cinquantina di persone al giorno.
In tutto, dunque un massimo di 200 persone al giorno. A un ritmo così basso ci vorranno più di quattro mesi per evacuare dalla Striscia le quasi 20mila persone che hanno bisogno di cure o assistenza medica. Lunedì hanno lasciato Gaza cinque persone bisognose di cure, accompagnate da due parenti ciascuna (dunque 15 in tutto), ed è entrato un bus con 12 persone palestinesi.
I numeri così scarsi si devono al funzionamento strettamente irregimentato del varco.

Alcune ambulanze in attesa sul lato egiziano del varco di Rafah, il 2 febbraio (AP Photo/Mohamed Arafat)
L’ingresso a Gaza è consentito solo ai palestinesi andati via durante la guerra degli ultimi due anni. Devono avere ricevuto in anticipo l’approvazione delle autorità israeliane (l’Egitto fa lo stesso nell’altra direzione) e sottoporsi a rigidi controlli di sicurezza, con checkpoint anche dopo il confine. Lunedì 38 persone non hanno ricevuto l’autorizzazione di Israele e per questo ne sono tornate 12 e non 50. Le Nazioni Unite hanno messo a disposizione autobus che fanno la spola tra i checkpoint e l’ospedale di Khan Yunis, nella Striscia.
L’uscita dalla Striscia è permessa solo alle persone malate o che hanno bisogno di aiuto umanitario urgente. È una richiesta dell’Egitto, che si è sempre opposto a una completa riapertura perché teme di dover accogliere un ampio numero di profughi palestinesi: sostiene di averne accolti 107mila durante la guerra. Lunedì le ambulanze egiziane sono rimaste ferme al confine per ore, prima di riuscire ad attraversarlo. Il governo egiziano ha detto che 150 ospedali sono pronti a ricevere le persone evacuate dal varco, che però è piuttosto lontano dalle strutture: dista sei ore di macchina dal Cairo, per esempio.
Per il momento, la riapertura del varco è soprattutto una cosa simbolica. Il governo israeliano l’ha raccontata come un test, sostenendo che i numeri potranno aumentare nel tempo ma anche ricordando che ha il potere di richiuderlo arbitrariamente. L’esercito lo aveva chiuso a maggio: nonostante la riapertura fosse una delle condizioni della prima fase del cessate il fuoco, iniziata a ottobre, Israele l’aveva ritardata fino al recupero del corpo dell’ultimo ostaggio, avvenuto la settimana scorsa.
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