Figli che non parlano più coi genitori

È una scelta di vita drastica su cui oggi c'è meno stigma, e a cui è stato dato un nome: "no contact"

David Beckham col figlio Brooklyn nel 2019 (EPA/NEIL HALL)
David Beckham col figlio Brooklyn nel 2019 (EPA/NEIL HALL)
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Da dieci giorni sui social network si discute di Brooklyn Beckham, che di recente ha detto pubblicamente di essersi allontanato dai genitori, David e Victoria Beckham, e di non volersi riconciliare con loro. La sua dichiarazione ha suscitato molto interesse perché riguarda una famiglia di celebrità, ma anche perché le storie di estraniamento familiare attirano da sempre attenzione e critiche.

Molti commentatori, online e sui media tradizionali, hanno preso le parti di Victoria e David Beckham, accusando il figlio di essere viziato, ingrato e bugiardo. Brooklyn ha però ricevuto anche molti messaggi di sostegno da chi ritiene legittimo, e persino sano, interrompere ogni contatto con genitori incapaci di riconoscere l’impatto doloroso delle loro azioni sui figli e di riparare la relazione.

I figli che interrompono i rapporti coi genitori ci sono sempre stati, ma questo era considerato un tabù, soprattutto in paesi come l’Italia dove la coesione familiare è considerata un valore fondamentale. Negli ultimi anni lo stigma è diminuito, soprattutto per via di una cultura più attenta alla salute mentale e ai confini relazionali, veicolata spesso anche sui social network. Si è diffuso anche un termine per descrivere il fenomeno: “no contact” (“nessun contatto”).

Su internet ci sono ormai molti spazi – forum, gruppi Facebook, subreddit, account TikTok – dove le persone che hanno smesso di avere rapporti con i propri genitori condividono esperienze, cercano sostegno e contribuiscono a normalizzare una scelta che molti considerano impensabile. Ma ci sono anche tantissimi altri, soprattutto nelle generazioni più vecchie, che vedono il “no contact” come l’effetto di un iperindividualismo e di un narcisismo tipico delle giovani generazioni, che scelgono la via più facile per non dover affrontare situazioni scomode ma più concilianti. Su RejectedParents.net, un gruppo di supporto online per genitori estraniati, il no contact è definito «abuso da parte dei figli».

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Il tema è più dibattuto di un tempo anche fuori dai social network. L’anniversario di Andrea Bajani, il libro che l’anno scorso ha vinto il premio Strega, parla di un uomo che ha interrotto ogni contatto con i genitori. Tocca lo stesso tema anche il bestseller Sono contenta che mia mamma è morta, della statunitense Jennette McCurdy. Negli ultimi anni molte celebrità hanno cominciato a parlare pubblicamente del proprio allontanamento dai genitori: forse il caso più famoso è quello del principe Harry del Regno Unito, che si è allontanato dalla famiglia reale dopo aver sposato Meghan Markle. Di recente, l’attore Anthony Hopkins ha raccontato che la sua unica figlia non gli parla da vent’anni in un’intervista che è circolata molto.

Non esistono dati esaustivi sulla diffusione del fenomeno, ma quelli disponibili sono significativi, soprattutto per i paesi anglosassoni. Una ricerca dell’ong Stand Alone, per esempio, segnalava nel 2014 che in Regno Unito c’era una situazione di no contact in una famiglia su quattro. E nel 2019 Karl Pillemer, tra i massimi esperti americani di estraniamento familiare, ha rilevato che il 27 per cento degli statunitensi maggiorenni era estraniato da almeno un membro della famiglia. Secondo lui, la percentuale effettiva potrebbe essere più alta, dato che molti sono riluttanti ad ammetterlo.

Pillemer ritiene che i tassi di estraniamento siano in aumento in molti paesi occidentali, soprattutto nelle famiglie bianche con figli sotto i 35 anni. In Italia non ci sono dati precisi, ma la psicologa Anna De Simone, autrice del manuale di educazione emotiva Lascia che la felicità accada, dice che nella sua esperienza non c’è stato un aumento: «è una cosa sempre successa, ma oggi se ne riesce a parlare di più, anche perché abbiamo più parole per farlo».

Le motivazioni per scegliere di interrompere i contatti con i propri genitori possono essere molto diverse: si va dall’accumulo progressivo di incomprensioni e risentimenti, a eventi specifici e traumatici, come un genitore che rifiuta un figlio quando fa coming out, o situazioni di abuso fisico, sessuale o psicologico che non vengono riconosciute o elaborate.

Sono tutte situazioni che avvenivano di frequente anche in passato, ma il contesto culturale è molto cambiato. Se in passato prevaleva un senso del dovere nei confronti della famiglia, oggi, soprattutto tra i giovani, prevale l’idea che si debbano coltivare relazioni sane e che non arrecano costante dolore, a prescindere dalle imposizioni culturali.

Raramente si tratta di scelte improvvise o prese a cuor leggero. «Il no contact è l’atto più estremo: normalmente arriva dopo tantissimi tentativi da parte dei figli di costruire una relazione più equilibrata con i genitori e di parlare con loro del problema», dice De Simone. Quasi sempre è una decisione che arriva dopo aver seguito un percorso di terapia che porta il figlio a rendersi conto che le dinamiche familiari in cui è inserito da tutta la vita lo rendono sistematicamente infelice.

De Simone dice di aver notato che, parlando con genitori e figli di una stessa situazione, appare «una grande discrepanza narrativa». I figli dicono di aver sollevato la questione molte volte prima di prendere una decisione dolorosa e di essersi sentiti sminuiti e poco ascoltati, oppure di aver notato che i genitori non avevano la minima intenzione di riconoscere che un loro comportamento potesse averli feriti e ricorrevano piuttosto a frasi come «dopo tutto quello che ho fatto per te…».

Molti genitori che si trovano in queste situazioni, invece, «cascano dal pero», e si rifiutano di credere che la decisione provenga effettivamente da una lunga riflessione: «ti dicono “no, mio figlio è stato influenzato dal terapeuta o dalla compagna”. Anche in questo continuano a invalidare la sua esperienza».

Joshua Coleman, psicologo californiano che da anni lavora con genitori estraniati dai figli che vogliono riavvicinarsi a loro, ha raccontato di trovarsi spesso davanti persone confuse e smarrite, che non riescono ad accettare il modo in cui i figli raccontano il rapporto tra loro. Molti genitori con cui ha a che fare considerano il “no contact” crudele e avventato, e non pensano che tocchi a loro fare qualcosa per riparare la relazione. «Alcuni mi dicono che dovrebbero essere i figli a scrivere loro una lettera di scuse, perché loro sono stati dei bravi genitori»

A suo avviso, uno dei problemi è che le generazioni più vecchie sono abituate a mantenere le relazioni familiari anche quando sono profondamente disfunzionali: molti genitori gli hanno raccontato di aver tollerato comportamenti peggiori dalla propria famiglia ma di non aver mai considerato di abbandonarla. Le generazioni più giovani, invece, hanno accesso a maggiori strumenti e termini per elaborare il proprio disagio, e danno maggiore importanza al proprio benessere psicologico.

«C’è questa idea diffusa tra le generazioni più vecchie secondo cui sarebbero i social ad aver traviato i giovani su questi temi», dice De Simone. «Ma i social hanno solo dato ai figli gli strumenti per capire cosa stesse succedendo loro e come mai si sentivano in quel modo».

Valentina Tridente è una delle persone che parlano più apertamente del tema in Italia, tra i social network e il suo Podcast del Disagio. Dice di ricevere quotidianamente almeno una decina di racconti di persone che stanno considerando di ridimensionare i rapporti con i genitori o altri membri della famiglia. Quasi sempre, a scriverle sono persone che si sono rese conto dopo essere state in terapia che non era necessario continuare a mantenere una relazione con la famiglia d’origine sentendosi costantemente incomprese e inascoltate.

Nella sua esperienza, però, nessuno banalizza la questione o dice che sia stato facile, né ci sono influencer che ne parlano con leggerezza. «I video su Instagram o TikTok sono utili perché ti fanno capire che non sei solo: per lo stesso motivo le comunità che si trovano nei gruppi e nei forum sono importantissime», dice. Molto spesso, infatti, i figli che decidono di non parlare più con i genitori convivono con forti sentimenti di angoscia e vergogna e faticano a parlarne perché temono il giudizio e l’incomprensione altrui. Altri, invece, dicono che è stata la decisione migliore che abbiano mai preso, o addirittura che li abbia salvati dal suicidio.

Il “no contact”, comunque, non è necessariamente per sempre. Coleman, lo psicologo che lavora con i genitori estraniati, dice che si può superare se «i genitori si dimostrano in grado di assumersi le proprie responsabilità, di mostrare compassione senza mettersi sulla difensiva, di capire perché il figlio ritiene che allontanarsi sia la cosa più sana da fare. Non possono semplicemente presentarsi a braccia conserte e dire: “Sono tuo padre, devi accettarmi così come sono”».

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