Giorgia Meloni fa l’equilibrista sulla Groenlandia
Un po' per non indisporre Donald Trump, un po' per tenere a bada Matteo Salvini

Domenica Giorgia Meloni ha dichiarato pubblicamente che Donald Trump sta sbagliando. È un fatto di per sé piuttosto significativo: è assai raro che la presidente del Consiglio prenda le distanze da una decisione del presidente statunitense. La decisione era l’annuncio dell’aumento dei dazi contro gli otto stati europei che nei giorni precedenti avevano deciso l’invio di militari in Groenlandia. L’Italia, che aveva invece rifiutato di impiegare uomini e mezzi, era stata conseguentemente esclusa da questa ritorsione commerciale e politica da parte degli Stati Uniti, ma Meloni si è vista comunque costretta a dire la sua.
Come spesso le capita, però, lo ha fatto mantenendo una certa ambiguità. Ha criticato la decisione di Trump ma senza condannarla fino in fondo, anzi: ha cercato di giustificarla come una scelta causata da un «errore di comprensione e di comunicazione» e ha suggerito la necessità di favorire una riconciliazione tra Unione Europea e Stati Uniti. Meloni è del resto da sempre estremamente cauta nell’opporsi alle decisioni di Trump, anche nei confronti di quelle più ostili contro l’Europa: questo in parte perché condivide alcune di quelle iniziative, in parte perché tenta di rivendicare un ruolo di mediatrice tra Unione Europea e Stati Uniti, e in parte perché deve tenere conto delle posizioni del suo principale alleato di governo, la Lega di Matteo Salvini.
Questo atteggiamento si è visto bene anche sulla Groenlandia, l’enorme isola tra l’oceano Atlantico del Nord e l’oceano Artico che fa parte con grandi autonomie del Regno di Danimarca. Il 6 gennaio scorso, dopo le continue minacce di Trump di annetterla, Meloni è stata tra i leader firmatari di un comunicato congiunto (oltre a lei c’erano quelli di Francia, Germania, Spagna, Polonia, Regno Unito e Danimarca) in cui si ribadivano alcuni «principi universali» apparentemente ovvi per dissuadere Trump da eventuali operazioni ostili, militari e non solo, nei confronti della Groenlandia.
Tre giorni dopo però Meloni ha ridimensionato i rischi di eventuali iniziative di Trump. «Io continuo a non credere nell’ipotesi che gli Stati Uniti avviino un’azione militare per assumere il controllo della Groenlandia, opzione che chiaramente non condividerei», ha detto. Poi ha spiegato che a suo avviso l’atteggiamento e i metodi «un po’ assertivi» di Trump servono a rendere chiaro che gli Stati Uniti «non accetteranno ingerenze eccessive di altri attori stranieri in un’area così strategica per la loro sicurezza e per i loro interessi» (il riferimento era in sostanza a Cina e Russia).
Di fronte alle persistenti minacce di Trump, però, alcuni paesi europei, su iniziativa di Francia e Regno Unito, hanno deciso di reagire: hanno mandato un numero piuttosto ristretto di militari in Groenlandia approfittando di un’esercitazione militare già programmata nell’isola sotto il coordinamento della Danimarca. I paesi che hanno aderito alla fine sono stati otto: oltre a Francia e Regno Unito, e ovviamente alla Danimarca, si sono unite anche Germania, Svezia, Norvegia, Finlandia e Paesi Bassi. L’Italia ha deciso subito di non aderire.
Le ragioni di questa decisione le ha spiegate giovedi scorso il ministro della Difesa Crosetto alla Camera, dicendo che la difesa della Groenlandia deve essere affidata alla NATO, col coinvolgimento anche degli Stati Uniti, e liquidando come inconcludente l’iniziativa dei singoli paesi europei. Poco dopo ha aggiunto: «Voi immaginate quindici italiani, quindici francesi, quindici tedeschi in Groenlandia. Sembra l’inizio di una barzelletta».
Il governo italiano ha invece deciso di definire il proprio impegno in quell’area pubblicando, sempre giovedì, un documento intitolato «La politica artica italiana». Rispetto a un analogo documento del 2015, questo mette maggiormente in evidenza il coinvolgimento delle Forze armate, e il fatto che la regione è strategica non più soltanto per motivi di ricerca scientifica (settore su cui l’Italia ha sempre avuto buoni risultati), ma anche per motivi militari e di politica internazionale.
In realtà molti degli impegni indicati in quel documento sembrano già in parte superati, e minacciati dalle stesse politiche di Trump: c’è scritto per esempio che «l’azione italiana si fonda sul pieno rispetto del diritto internazionale (…) e sul riconoscimento delle prerogative sovrane degli Stati artici». Evidentemente i metodi «un po’ assertivi» di Trump, come li definisce Meloni, rischiano di compromettere completamente ogni prospettiva di cooperazione pacifica tra Unione Europea e NATO.
La decisione degli altri governi europei va interpretata in questo senso: inviare poche decine di militari ha uno scarso valore operativo, ma una certa importanza simbolica e politica nella logica della deterrenza, proprio per scoraggiare un ulteriore aumento della pressione da parte degli Stati Uniti. A quel punto c’è stata la ritorsione commerciale americana annunciata da Trump, quella dei dazi contro i paesi europei che hanno inviato i militari.
Meloni, che era impegnata in un lungo viaggio diplomatico tra Oman, Giappone e Corea del Sud, ha ritenuto più saggio tenere una via di mezzo. Non ha sottoscritto la dichiarazione congiunta in cui i leader degli otto paesi stigmatizzavano la decisione di Trump, ma per spiegare il suo punto di vista ha convocato un punto stampa in una sala del Lotte Hotel di Seoul, dove si trovava in quel momento.
Poco prima aveva sentito al telefono sia Trump sia il segretario generale della NATO Mark Rutte, e aveva avuto vari contatti con altri leader europei. È stato a quel punto che ha riferito ai cronisti presenti che a suo avviso la decisione di Trump «è un errore e ovviamente non la condivido». Ma ha anche spiegato che a suo avviso c’è stato un grosso malinteso: secondo Meloni l’iniziativa dei paesi europei era proprio finalizzata a scoraggiare gli «attori ostili», cioè Russia e Cina, e non era invece un atto di ostilità verso gli Stati Uniti, come era stata interpretata dall’amministrazione Trump.
Mentre un leader come il francese Emmanuel Macron ha invocato l’adozione di dure misure europee per rispondere alle minacce di Trump (dall’imposizione di nuovi dazi contro gli Stati Uniti all’attivazione del cosiddetto «bazooka»), Meloni ha evitato di esporsi. Ha però dato mandato ai rappresentanti diplomatici italiani di non condividere questa iniziativa e di suggerire cautela, rimandando tutto a una discussione tra i vari capi di Stato e di governo europei.
Del resto è questo il ruolo che Meloni si è attribuita da tempo: quello di mediatrice tra le due sponde dell’Atlantico. Ma c’è anche una motivazione più spicciola, a indurre Meloni a tenere questo atteggiamento, ed è una motivazione di politica interna. Salvini, infatti, tende sempre a mostrarsi come il leader più trumpiano della coalizione, anche a dispetto di un rapporto diretto col presidente statunitense piuttosto inconsistente. E come già successo in altre circostanze – dalla guerra in Ucraina alle relazioni con Elon Musk, fino al sostegno al governo israeliano di Benjamin Netanyahu – anche in questo caso la Lega ha elogiato le mosse di Trump contro gli Stati europei, anche perché questo consentiva di rafforzare la narrazione antieruopeista portata avanti dal partito.
Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell’indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali.
Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter e quindi dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e…— Guido Crosetto (@GuidoCrosetto) January 17, 2026
Il senatore leghista Claudio Borghi, uno degli esponenti più radicali della Lega e ultimamente delegato a trattare col governo su questioni di politica estera, sabato ha esultato su X alla notizia dei dazi annunciati da Trump contro Francia e Germania. Crosetto gli ha risposto, sempre sullo stesso social network: «Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell’indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali». Di fronte alla replica di Borghi, ha postato un documento che dà conto di come Germania e Francia siano i due principali paesi verso cui l’Italia esporta.
Nel frattempo la Lega giustificava la decisione di Trump, dicendo che «la smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti». Roberto Vannacci, vicesegretario del partito, suggeriva paragoni oltraggiosi tra le scelte della Germania di oggi e quelle della Germania nazista. Sollecitata a commentare queste dichiarazioni, Meloni ha detto che «non c’è un problema politico con la Lega su questo punto».



