L’indipendenza delle banche centrali esiste per un motivo

I sistematici attacchi di Trump alla FED stanno provando a smontare il dogma più importante dell'economia moderna

di Mariasole Lisciandro

Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell, durante una conferenza stampa a maggio del 2025 (AP Photo/Jacquelyn Martin)
Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell, durante una conferenza stampa a maggio del 2025 (AP Photo/Jacquelyn Martin)
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L’ostinata persecuzione di Donald Trump nei confronti di Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, ha rimesso in discussione quello che da decenni è un caposaldo dell’economia moderna: l’indipendenza delle banche centrali dalla politica. È da cinquant’anni che tra gli economisti è ormai condivisa l’idea che in nome della stabilità dell’economia i governi debbano lasciare alla discrezionalità dei tecnici le decisioni di politica monetaria, come quelle sui tassi di interesse, dato che al contrario dei governanti hanno la libertà di introdurre anche misure impopolari, quando servono.

Decenni di studi economici dicono che i benefici sull’economia di questa scelta hanno di gran lunga sorpassato i rischi di sottrarre i banchieri centrali al controllo della politica. Eppure c’è ancora una parte di economisti e politici che la rigetta, perlopiù sovranisti e populisti: le azioni di Trump stanno dando loro nuova legittimazione.

Come dimostra il comportamento autoritario di Trump nei confronti di Powell e della FED, l’indipendenza non è un valore scontato. Da quando si è insediato per il suo secondo mandato, Trump ha minacciato di licenziare Powell e altri governatori se non avessero deciso le marcate riduzioni dei tassi di interesse che lui voleva per stimolare l’economia (generalmente molto gradite alla gente comune): la FED ha resistito, e ora Powell è stato messo sotto indagine dal dipartimento di Giustizia per motivi evidentemente pretestuosi e volti a rimuoverlo dall’incarico.

Trump con Powell nel 2017, quando lo nominò presidente della FED (AP Photo/Alex Brandon)

Le banche centrali si occupano di questioni che sono molto allettanti per i politici: stampano le banconote, coniano le monete, custodiscono le riserve di oro e valuta estera degli stati. Si occupano anche di vigilare sul funzionamento del sistema bancario, ma il compito forse più importante è quello di garantire la stabilità dei prezzi, cioè di tenere sotto controllo l’inflazione. Per farlo usano i tassi di interesse, cioè il costo dei prestiti: le banche centrali fissano e aggiornano periodicamente i tassi di riferimento, sulla base dei quali le banche comuni calcolano i tassi da offrire ai loro clienti per mutui o prestiti.

Negli ultimi anni le banche centrali di mezzo mondo hanno aumentato molto i tassi di interesse, allo scopo di fermare l’inflazione che ha colpito tutte le economie occidentali da dopo la pandemia. Aumentando i tassi di interesse le banche centrali sperano di rallentare l’attività economica quanto basta per far rallentare l’aumento dei prezzi. È evidentemente una misura impopolare, perché per esempio aumenta il costo dei mutuirischia di portare in recessione, mentre è ben più popolare quello che le banche centrali fanno quando i prezzi crescono poco, o addirittura diminuiscono: i tassi vengono solitamente abbassati per stimolare l’economia.

Da qui si capisce quanto potrebbe essere pericoloso se i tassi di interesse venissero decisi sulla base di valutazioni esclusivamente politiche, come l’obiettivo deliberato di un presidente di spingere al massimo l’economia per vincere le elezioni.

Le critiche della politica quando i banchieri centrali fanno cose impopolari non sono una novità, ma nella storia recente dei paesi democratici non ci sono molti precedenti di un attacco così grave e sistematico all’indipendenza di una banca centrale come quello di Trump. Negli ultimi anni il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ne ha licenziati diversi che non volevano fare quello che diceva, ma è anche vero che governa il paese da oltre vent’anni in modo sempre più autoritario. Negli anni Trenta Adolf Hitler minacciò il presidente della banca centrale tedesca fino a che non si decise a dare le dimissioni, e questo nonostante già allora per legge fosse un istituto indipendente.

Trump dimostra che l’indipendenza delle banche centrali non è tutto sommato un principio ideologico, dato che porta avanti questa battaglia contro Powell soprattutto a dimostrazione del suo potere. È però un impegno del sistema politico a legarsi le mani e ad accettare che l’indipendenza delle banche centrali garantisce stabilità economica nel lungo periodo, come dimostra la storia.

Il grattacielo della Banca Centrale Europea, a Francoforte (AP Photo/Michael Probst)

L’indipendenza delle banche centrali ha origine negli anni Ottanta come risposta ai problemi che al contrario aveva provocato la loro sudditanza ai governi. Ce n’erano di due tipi: l’alta inflazione e l’aumento incontrollato del debito pubblico.

L’alta inflazione era provocata dalla costante tentazione dei governi di chiedere alle banche centrali di abbassare i tassi di interesse per stimolare a oltranza la crescita economica, e così anche il loro consenso. Alle banche centrali veniva anche chiesto di finanziare le politiche del governo: il governo emetteva debito pubblico tramite i titoli di Stato, e se non c’era nessun finanziatore privato pronto a comprarli interveniva la banca centrale, che li comprava stampando moneta. Questo meccanismo si chiamava monetizzazione del debito pubblico, e di fatto dava ai governi la sicurezza di guadagnare consensi anche senza soldi. I governi italiani ne facevano ampio uso, ed è tra le ragioni per cui l’Italia ha uno dei debiti pubblici più grandi al mondo.

Un primo argomento di chi sostiene che le banche centrali non debbano essere più indipendenti è proprio legato a riottenere tutto questo: tassi di interesse sempre bassi in nome dell’eterna crescita, e di fatto soldi illimitati.

Il problema è che c’erano dei forti effetti collaterali. Stampare moneta e tenere i tassi artificialmente bassi aveva come risultato di “dopare” l’economia, e alla fine lo stimolo eccessivo portava solo a un aumento incontrollato dei prezzi. Fino agli anni Ottanta l’inflazione a doppia cifra era quasi la normalità. In quegli anni poi le cose peggiorarono ulteriormente a causa delle due crisi energetiche degli anni Settanta, che alla strutturale instabilità dei prezzi aggiunsero i rincari del petrolio.

La crisi di allora fu all’origine di un cambiamento storico. Gli economisti si resero conto che il rapporto tra politica e banche centrali era un rapporto malsano, che portava solo a una cronica instabilità. In diversi paesi si arrivò così a stabilire per legge l’indipendenza della banca centrale, in modo che i governi non avessero più la tentazione di influenzarne le politiche. Oggi nelle economie avanzate tutte le banche centrali sono ormai indipendenti, mentre sono ancora sottoposte alla politica in alcuni paesi dove il sistema di contrappesi democratici non è ancora maturo, come in Argentina, e ovviamente in quelli a guida autoritaria, come la Turchia: non a caso sono due paesi in cui l’inflazione è a doppia cifra da anni e la popolazione è sempre più povera.

Uno striscione con scritto in spagnolo “Fame”, a Buenos Aires, nel 2023 (AP Photo/Natacha Pisarenko)

In Italia la sottrazione della politica monetaria al governo iniziò con il cosiddetto «divorzio» tra Banca d’Italia e ministero del Tesoro, nel 1981. I paesi europei che poi hanno aderito all’euro, tra cui proprio l’Italia, hanno anche fatto un passaggio ulteriore: hanno ceduto la loro sovranità monetaria alla Banca Centrale Europea, che è completamente responsabile della politica monetaria dei 21 paesi che hanno l’euro. Lo statuto della BCE fu scritto negli anni Novanta con lo spirito di blindare l’indipendenza dell’istituto: è scritto chiaramente che non può più finanziare la spesa pubblica dei paesi e che le sue decisioni sui tassi sono prese dal consiglio direttivo, che raggruppa tutti i governatori delle banche centrali nazionali più sei scelti ogni otto anni dal Consiglio Europeo (compresa l’attuale presidente Christine Lagarde). Gli stessi principi si ritrovano nei trattati europei.

L’indipendenza della FED dalla politica è un po’ meno netta di quella della BCE, perché non è legata a uno statuto esplicito ma dipende più da una volontà politica. Negli Stati Uniti l’indipendenza della FED era in teoria già garantita dalla legge dal 1951, ma fu davvero rispettata solo dagli anni Ottanta.

Un tema spesso sollevato da chi critica l’indipendenza moderna delle banche centrali ha a che vedere con la cosiddetta accountability dei banchieri centrali, cioè il grado con cui devono rispondere del loro operato nei confronti della popolazione. Angelo Baglioni, professore di economia monetaria all’Università Cattolica di Milano, dice che è tipico delle ideologie sovraniste e populiste sostenere che i rappresentanti eletti dal popolo debbano avere l’ultima parola sull’operato di ogni istituzione, inclusa la banca centrale. Secondo questa visione affidare decisioni cruciali a tecnici non eletti sottrae potere alla volontà democratica.

In realtà i banchieri centrali hanno strumenti di trasparenza e accountability, tra cui audizioni periodiche in parlamento e la pubblicazione dei verbali delle riunioni in cui vengono prese le principali decisioni di politica monetaria. I banchieri vengono poi di fatto nominati dai politici, quindi non sono del tutto slegati dalla volontà popolare: Powell era stato nominato proprio da Trump nel suo primo mandato.

La presidente della BCE Christine Lagarde in audizione al Parlamento Europeo nel 2021 (AP Photo/Olivier Matthys)

Ci sono anche critiche più ideologiche e provocatorie, e riguardano il fatto che l’indipendenza delle banche centrali sarebbe stata blindata per legge dai politici neoliberisti degli anni Ottanta e Novanta proprio per sincerarsi che l’ordine neoliberista non venisse ribaltato quando non sarebbero più stati al governo. Lo hanno fatto grazie al sostegno delle istituzioni internazionali, come Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, che sono proprio i simboli di quel modello. Ne ha parlato recentemente l’economista serbo-statunitense Branko Milanovic.

Le critiche sono però smentite da decenni di ricerca economica, che hanno dimostrato che l’indipendenza, da sola, ha garantito un’era di sostanziale stabilità dei prezzi. Baglioni spiega che quando le banche centrali sono protette dalle interferenze politiche garantiscono un’inflazione più bassa e stabile senza perdite in termini di disoccupazione e crescita economica. E questo perché è l’indipendenza di per sé a renderle credibili nel perseguire il loro obiettivo agli occhi delle persone.

In economia si dice spesso che non esistono “pasti gratis”, cioè che ogni beneficio ha un costo, anche se nascosto o non immediatamente visibile. In un articolo sul New York Times l’economista statunitense Jason Furman ha definito l’indipendenza delle banche centrali «la cosa più vicina a un pasto gratis che i macroeconomisti abbiano mai identificato».

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