Come vivono in Groenlandia tutta questa attenzione
Con rabbia e insofferenza: la popolazione vuole avere voce in capitolo sul suo futuro, e non delegarlo a Stati Uniti e Danimarca
di Matteo Castellucci

Il dibattito sulle mire di Donald Trump sulla Groenlandia, un’enorme isola parte del Regno di Danimarca, si è concentrato da un lato sulle minacce e sugli interessi degli Stati Uniti, e dall’altro sulle repliche dell’Europa e in particolare della Danimarca. Molto spesso esclude cosa ne pensino i diretti interessati: la popolazione groenlandese che, in breve, non vuole saperne né dei piani di annessione degli Stati Uniti, né delle loro lusinghe economiche.
In questi giorni vari media internazionali hanno provato a raccogliere le reazioni delle persone groenlandesi, che vanno dalla preoccupazione alla rabbia. Ricorre la frase «Non siamo in vendita», che è anche la posizione del governo locale e lo è stata fin dall’inizio. Era scritta sui cartelli della manifestazione contro Trump dello scorso marzo nella capitale Nuuk, la più partecipata della storia groenlandese (un migliaio di persone, tante per un totale di 57mila abitanti, di cui un terzo a Nuuk).
Lasse Lindegaard aggiunge all’elenco una terza emozione, la stanchezza. Lindegaard è un giornalista della tv pubblica danese DR che ha passato buona parte dell’ultimo anno in Groenlandia ed è lì anche ora. «Sembra un déjà vu, ma in senso negativo: è come se adesso tutto il mondo si fosse reso conto dell’assurdità della situazione», dice al Post. Intende che in Groenlandia i piani espansionistici di Trump erano già stati presi sul serio un anno fa, quando il presidente aveva iniziato a parlarne con insistenza.
«È troppo» è la frase che Lindegaard ha sentito più spesso, in un anno di interviste. Vale per l’enormità della situazione, per l’ondata di attenzione riversata su un posto che non ne aveva mai ricevuta così tanta; per l’arrivo di moltissimi giornalisti stranieri, tutti con le stesse domande. Vale, ovviamente, per Trump. «Le persone non ne possono più di un presidente che non ha fatto niente per parlare direttamente con loro o con il governo groenlandese, ma parla di loro come di una proprietà immobiliare, come un pezzo di terra che può acquistare», dice Lindegaard.
La narrazione intorno all’ipotetica annessione della Groenlandia agli Stati Uniti è quella di una grossa acquisizione. I partiti groenlandesi hanno detto che lo considerano irrispettoso, in una rara dichiarazione congiunta che invoca il diritto all’autodeterminazione: «Non vogliamo essere americani, non vogliamo essere danesi, vogliamo essere groenlandesi».

Una veduta dall’alto di Nuuk (AP Photo/Evgeniy Maloletka)
Secondo un sondaggio l’85 per cento delle persone groenlandesi intervistate è contrario alla possibilità che il paese diventi parte degli Stati Uniti. È di inizio 2025, ma da allora l’amministrazione Trump non ha cambiato approccio, anzi: si è fatta più intimidatoria e sfrontata sulla possibilità di comprarsi la Groenlandia, sempre trascurando la volontà della popolazione, e anche nella comunicazione sui canali ufficiali della Casa Bianca.
La scorsa estate è stata scoperta una presunta operazione di spionaggio statunitense per influenzare la politica locale, quindi contro un paese in teoria alleato. Lo scorso dicembre è stato nominato un inviato speciale di Trump che ha definito la sua missione «rendere la Groenlandia parte degli Stati Uniti». Più recentemente è emerso che il governo statunitense starebbe valutando di offrire incentivi economici ai groenlandesi, con somme tra i 10mila e i 100mila dollari a persona, e di investire nell’industria mineraria locale.
In Groenlandia ha causato forte indignazione il post sui social della podcaster Katie Miller, con la mappa della Groenlandia colorata con la stampa della bandiera statunitense e la scritta «Presto». Miller è la moglie di Stephen Miller, il vice capo di gabinetto di Trump che è considerato uno dei personaggi più influenti della sua amministrazione. In risposta al post, molte persone hanno condiviso sui loro profili social la stessa cartina ma ammantata nella bandiera nazionale biancorossa (lo ha fatto anche la cantante Björk, che è islandese).
Peraltro, la reputazione degli Stati Uniti in Groenlandia storicamente è associata a un incidente aereo del 1968. Un bombardiere B-52 statunitense si schiantò in un fiordo vicino alla base aerea americana di Pituffik (ancora in funzione) con a bordo quattro bombe atomiche che in teoria non era autorizzato a trasportare sul territorio danese: un pezzo di una delle quattro non è mai stato trovato, anche se non ci sono state contaminazioni gravi.
Le ingerenze degli Stati Uniti sono iniziate in un periodo in cui la Groenlandia stava già discutendo di un altro argomento molto sentito e discusso: l’indipendenza dalla Danimarca. La maggior parte della popolazione è favorevole, come mostra il grafico del sondaggio citato sopra, e il precedente governo groenlandese ci stava provando: aveva annunciato un referendum, per poi frenare quando si è messo in mezzo Trump. Alle elezioni dello scorso marzo poi aveva vinto il partito più cauto sul tema.
L’indipendenza è indissolubilmente legata al passato coloniale della Danimarca, che fino a pochi anni fa – e di fatto fino a Trump – aveva eluso la questione. Nei secoli di dominio danese, l’identità Inuit fu oppressa e negata: anche nel Novecento ci furono casi di bambini portati via dalle famiglie e migliaia di donne a cui vennero impiantate spirali contraccettive senza consenso, per limitare la popolazione. Il governo danese si è scusato per le spirali solo nel 2025, anno in cui ha anche abrogato un test per genitori discriminatorio delle persone groenlandesi.
– Leggi anche: L’irrisolto passato coloniale danese e cosa c’entra con Trump
Per questo per il governo, e in generale per la società groenlandese, è importante che la narrazione non sia quella di una scelta binaria tra gli Stati Uniti e la Danimarca: e cioè tra un’influenza nuova e una attuale, che sta cercando di riabilitarsi o di dire in fondo non eravamo così male (anche mobilitando la monarchia). La Groenlandia ha un suo governo dal 1979 e dal 2009 ha larghe autonomie dalla Danimarca, ma metà del bilancio statale dipende dai versamenti annuali della Danimarca: circa 580 milioni di euro, a cui il governo danese si è impegnato ad aggiungere una tantum 214 milioni tra il 2026 e il 2029.

Alcuni bambini giocano a Nuuk, in una foto dello scorso febbraio
Proprio per gli abusi commessi nel passato coloniale c’è un pezzo, oggi minoritario, della politica groenlandese che non fa grosse distinzioni tra Stati Uniti e Danimarca, e vedrebbe di buon occhio un accordo economico con i primi. Di fatto coincide con Naleraq, il partito nazionalista che era arrivato secondo alle elezioni di marzo ed è l’unico all’opposizione (il governo è sostenuto da quattro dei cinque partiti entrati in parlamento, in una specie di unità nazionale). Tra l’altro è vicino alle posizioni di Naleraq anche Jørgen Boassen, il referente di Trump in Groenlandia.
I dirigenti di Naleraq considerano le ingerenze di Trump un potenziale acceleratore del processo indipendentista e propongono un pragmatismo piuttosto cinico. Aki-Matilda Høegh-Dam, deputata di Naleraq al parlamento danese (dove la Groenlandia ha due seggi), ha sostenuto in un’intervista che sia meglio trattare: «Gli Stati Uniti verranno per la Groenlandia in ogni caso, quindi dobbiamo provare a ricavarne qualcosa». Mercoledì è previsto un incontro tra il segretario di stato statunitense, Marco Rubio, e i ministri degli Esteri di Groenlandia e Danimarca.



