Una bambina di origine inuit a Ilimanaq, in Groenlandia, nel 2007. (Uriel Sinai/Getty Images)
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  • mercoledì 9 Dicembre 2020

La Danimarca si è scusata con i bambini inuit che portò via dalla Groenlandia

Fu un esperimento sociale avviato negli anni Cinquanta e separò 22 bambini dalle famiglie, per “modernizzare” l'allora colonia artica

Una bambina di origine inuit a Ilimanaq, in Groenlandia, nel 2007. (Uriel Sinai/Getty Images)

Nel 1951, una nave partì da Nuuk, la capitale della Groenlandia, diretta per la Danimarca: a bordo c’erano 22 bambini tra i sei e i dieci anni, separati dalle loro famiglie inuit per essere educati in Europa, e poter facilitare da adulti una “modernizzazione” della società groenlandese, auspicata dal governo danese. Di quei 22 bambini ne tornarono in Groenlandia un anno dopo soltanto 16, che da quel momento vissero in un orfanotrofio per preservare le abitudini e la lingua imparate in Danimarca.

Quasi settant’anni dopo, la prima ministra danese Mette Frederiksen si è scusata ufficialmente: «Non possiamo cambiare quanto successo, ma possiamo assumercene la responsabilità e scusarci con chi avremmo dovuto proteggere». Da molti anni i bambini e le famiglie coinvolti nella vicenda chiedevano un riconoscimento ufficiale delle loro sofferenze e delle scuse, ma i precedenti governi danesi avevano ritenuto non fosse loro responsabilità.

Helene Thiesen, una delle bambine inuit portate in Danimarca nel 1951, ha detto all’agenzia di stampa danese Ritzau di essere sollevata che le scuse siano infine arrivate: «È molto, molto importante. Significa tutto. Mi batto per questo dal 1998». Nel 2015, Thiesen aveva raccontato la sua storia a BBC, spiegando di aver scoperto di essere stata separata dalla sua famiglia per un esperimento sociale soltanto nel 1996, quando glielo rivelò un’autrice danese che aveva fatto delle ricerche all’archivio nazionale. Fino a quel momento, Thiesen non sapeva perché sua madre l’avesse mandata per mesi in un altro paese, e non l’avesse riaccolta in casa al suo ritorno.

Un pescatore inuit nel 1930. (Hulton Archive/Getty Images)

Il progetto fu deciso dalle autorità danesi in collaborazione con la divisione locale di Save the Children, applicando una soluzione etnocentrica a quello che percepivano come un problema da risolvere: il presunto arretramento sociale e culturale degli inuit, la popolazione che abitava da secoli la Groenlandia, dove a partire dal Settecento avevano cominciato a stabilirsi sporadici colonizzatori e missionari danesi. Il suo status di colonia sarebbe stato abolito nel 1953 con la stesura della nuova costituzione della Danimarca, che ancora oggi ne amministra le questioni monetarie, diplomatiche e militari.

All’epoca buona parte della popolazione groenlandese viveva cacciando le foche e non parlava danese, e negli insediamenti era comune la tubercolosi. Per risolvere questi problemi, le autorità danesi provarono a trasformare una ventina di bambini inuit in perfetti danesi, in modo che tornati a casa potessero guidare il progresso dei loro insediamenti. Il padre di Thiesen era morto di tubercolosi da tre mesi, e la madre era rimasta sola con tre figli da crescere. Quando bussarono alla sua porta chiedendo che lasciasse andare Helene, lei rifiutò: ma dopo lunghe insistenze e promesse circa il suo futuro migliore si convinse.

La stessa cosa fecero altre 20 famiglie, i cui figli si imbarcarono senza capire esattamente perché li stessero separando dai propri genitori, fratelli e sorelle. Thiesen ha raccontato a BBC che appena arrivati a Copenhagen furono messi in quarantena, dopo la quale perfino la regina fece loro visita. Furono poi inviati ad altrettante famiglie in giro per il paese, e nel giro di qualche mese l’esperimento era già descritto come un successo sulle riviste danesi: «Lo stile di vita in Danimarca è molto diverso da quello a cui sono abituati questi bambini, ma la loro capacità di adattamento è notevole. I problemi legati alla loro reazione alla civilizzazione sono molto rari».

Nella prima famiglia adottiva Thiesen si trovò molto male: a causa di un eczema il padre, medico, le spalmava un unguento e le proibiva di entrare in soggiorno per paura che sporcasse, mentre la madre aveva problemi mentali ed era sempre a letto. La seconda famiglia fu molto più affettuosa, ha raccontato, ma l’anno successivo lei e altri 15 bambini furono rimandati a Nuuk. Gli altri furono adottati dalle famiglie che li avevano presi in affido, nonostante i loro genitori biologici fossero vivi.

Ma una volta a casa, dopo aver riabbracciato la madre, Thiesen si rese conto che ormai parlavano lingue diverse e non riuscivano a capirsi. Proprio per preservare quello che avevano imparato, i bambini furono immediatamente portati in autobus in un orfanotrofio costruito dalla Croce Rossa, per impedire che tornassero alle condizioni di vita delle loro famiglie. Ai bambini non furono fornite spiegazioni, e Thiesen non recuperò mai davvero i rapporti con la madre, per sempre risentita per il trattamento ricevuto e di cui ignorava le ragioni.

Quell’esperienza segnò profondamente la sua vita, dal punto di vista emotivo, e soltanto a 52 anni Thiesen scoprì la verità sul comportamento della madre: «È seduta? Ha partecipato a un esperimento sociale» le disse l’autrice che aveva scoperto i documenti sulla sua storia. Oggi sono ancora vivi e vivono a Nuuk sette dei 22 bambini che partirono per la Danimarca, e si incontrano saltuariamente, ha spiegato Thiesen. Alcuni sono morti giovani, senzatetto e alcolizzati, e nessuno è stato il traino per la modernizzazione auspicata dalle autorità danesi. Anzi, spiega BBC, per lo più hanno vissuto ai margini della pur piccola società groenlandese, privati delle loro radici e della loro identità, della loro lingua e dei loro legami famigliari. «Tutti pensiamo che sia stato sbagliato, abbiamo provato un senso di smarrimento e una mancanza di autostima, e queste emozioni non se ne sono mai andate».

Le prime scuse a Thiesen arrivarono nel 1998 da parte della Croce Rossa, poi nel 2009 da Save the Children Danimarca (che, si è scoperto, probabilmente ha distrutto dei documenti interni sulla vicenda) e infine quest’anno quelle del governo danese. Oggi Thiesen vive in Danimarca: aveva giurato che non avrebbe mai sposato un danese, dopo quello che le era successo, ma alla fine lo fece lo stesso. Si è laureata, ha lavorato come educatrice e ora è in pensione.