Il ritorno del Gruppo di Visegrád
Ungheria e Slovacchia hanno recuperato un alleato, ma nel blocco di paesi sovranisti resta una assente notevole

Durante l’ultimo Consiglio Europeo, a metà dicembre, il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha pubblicato sui social una foto con i suoi omologhi di Slovacchia e Cechia. La didascalia era «Back in business!», in inglese, cioè una cosa tipo “Siamo tornati”. Si riferiva alla ripresa della collaborazione tra i paesi del cosiddetto Gruppo di Visegrád, che sono quei tre più la Polonia. Al Consiglio Europeo il blocco di Ungheria, Slovacchia e Cechia ha poi ottenuto un grosso risultato: non dovranno partecipare al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina, da finanziare con l’emissione di debito comune da parte degli altri paesi membri.
Da qualche settimana si parlava della possibile rinascita del Gruppo, anche perché in autunno il governo di Orbán se l’era posta esplicitamente come obiettivo.
Può essere utile un veloce ripasso sugli ultimi anni: il gruppo è anche noto con l’abbreviazione V4 ed era stato influente soprattutto negli anni successivi al 2015, quelli del grande aumento dei flussi migratori e dell’arrivo di moltissimi richiedenti asilo in Europa. I suoi governi erano allineati nell’ostilità alle persone migranti e si opposero strenuamente a ogni redistribuzione tra i paesi dell’Unione Europea.
Sui migranti l’approccio dei governi non è mai cambiato del tutto, ma l’alleanza si è sfaldata dopo il 2022, a causa dell’invasione russa dell’Ucraina.
Da una parte c’erano Ungheria e Slovacchia, con i governi più filorussi dell’Unione, e dall’altra Cechia e Polonia, favorevoli all’Ucraina e alla necessità di mandarle armi. Queste divisioni avevano portato a una sospensione della collaborazione tra i governi, che si concretizzava per esempio nel coordinarsi alle riunioni del Consiglio Europeo. Sono continuate le riunioni annuali tra i capi di stato dei quattro paesi, ma con una valenza puramente cerimoniale.
Nel frattempo ci sono stati anche cambiamenti politici. Nel 2023 in Slovacchia è tornato al potere Robert Fico, con idee simili a Orbán. Intanto in Cechia e in Polonia si sono insediati rispettivamente i governi di Petr Fiala (nel 2021) e di Donald Tusk (nel 2023), conservatori ma europeisti, che si sono allontanati dagli altri due.
Ora la situazione è cambiata di nuovo. A inizio dicembre in Cechia è tornato al governo il populista di destra Andrej Babiš, un vecchio alleato di Orbán e Fico. Così si è ricomposto, almeno in parte, il Gruppo di Visegrád.
Anche se Babiš non condivide del tutto le loro posizioni sulla guerra, di fatto filorusse, i suoi alleati di governo estremisti sì. Babiš è comunque favorevole al dialogo con la Russia e critico sulle sanzioni, e ha messo in discussione l’efficace programma di acquisto congiunto di munizioni d’artiglieria per l’Ucraina coordinato dal governo ceco (che alla fine non verrà interrotto).

Andrej Babiš insieme a Orbán e ai primi ministri di Macedonia del Nord e Croazia, durante una riunione a Bruxelles del 17 dicembre (copyright European Union)
Il fatto che Babiš si sia accodato a Orban e Fico sul prestito da 90 miliardi di euro è maturato in questo contesto anche se, appena eletto, aveva sostenuto che non l’avrebbe fatto.
Peraltro i partiti di Babiš e Orbán fanno parte dello stesso gruppo al Parlamento Europeo – i Patrioti per l’Europa, di estrema destra – mentre quello di Fico sta trattando per entrarci (nonostante avesse in origine un’ispirazione socialdemocratica). I Patrioti sono il terzo gruppo per numero di seggi e l’entourage di Orbán sostiene che anche quello sia uno strumento di pressione sulle istituzioni europee, vista la disponibilità a votare insieme a loro del gruppo principale, il Partito Popolare Europeo, di centrodestra.
Le prime analisi sulla ritrovata combattività del Gruppo di Visegrád hanno individuato due grossi limiti. Il primo è l’assenza della Polonia, che era il paese membro più importante, e il secondo sono le elezioni che nel prossimo futuro potrebbero ridefinire l’orientamento dei governi.

Il presidente polacco Karol Nawrocki e quello ucraino Volodymyr Zelensky, a Varsavia il 19 dicembre (AP Photo/Czarek Sokolowski)
La Polonia, da sola, ha più abitanti degli altri tre paesi messi insieme. Ha una situazione istituzionale particolare: un primo ministro europeista di centrodestra, Donald Tusk, e un presidente sovranista, Karol Nawrocki. È un assetto simile, ma speculare, a quello della Cechia, che ha un presidente europeista, l’ex generale Petr Pavel, e il populista Babiš come primo ministro.
Peraltro il presidente polacco Nawrocki è espresso da Diritto e Giustizia (PiS), un partito di destra radicale che fu uno dei perni del Gruppo nei suoi anni d’oro, e la pensa come Orbán e Fico su quasi tutto, fuorché sull’Ucraina. Non è un discrimine da poco per un paese così esposto alle minacce della Russia. Nonostante nel suo discorso d’insediamento, a giugno, Nawrocki avesse teorizzato che «dobbiamo recuperare la fiducia e intensificare il dialogo all’interno di Visegrád», recentemente ha cancellato l’incontro con Orbán previsto prima della riunione annuale del Gruppo, a inizio dicembre.
Visto che la Polonia si è tenuta piuttosto defilata, per questa riedizione del Gruppo i media stanno usando la formula V3, invece di V4 come facevano in passato. Inoltre nei prossimi due anni sono previste elezioni parlamentari sia in Ungheria, nel 2026, che in Slovacchia, nel 2027, e né Orbán né Fico sono sicuri di vincerle.
– Leggi anche: Il caso di presunto spionaggio ungherese alla Commissione Europea



