(Matt Cardy/Getty Images)

Perché i paesi dell’est Europa sono così ostili ai migranti

Da anni Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca non vogliono sentire parlare di accoglienza o quote obbligatorie: cosa c'è dietro?

(Matt Cardy/Getty Images)

Nell’estate del 2015, quando Grecia e Italia accolsero in poche settimane decine di migliaia di migranti dal Medio Oriente, la Commissione Europea attivò un meccanismo di emergenza per trasferire 160mila fra i nuovi arrivati negli altri paesi europei. Il programma doveva funzionare su base volontaria – la UE non ha strumenti legislativi per rendere vincolante uno strumento temporaneo di questo tipo – ma molti paesi fecero finta di niente, soprattutto quelli dell’est. Dal 2015 a oggi la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Polonia e la Slovacchia non hanno accolto alcun richiedente asilo dall’Italia. Zero.

Fu solo l’inizio di una serie di posizioni molto ostili prese dai paesi dell’est Europa verso l’immigrazione. Negli stessi anni, Ungheria, Bulgaria e Slovenia, solo per citarne alcuni, costruirono muri e recinzioni per impedire il passaggio dei migranti. Da qualche mese, invece, bloccano una riforma europea del sistema di accoglienza, perché si oppongono a qualsiasi tipo di meccanismo obbligatorio di redistribuzione dei richiedenti asilo. I leader politici di questi paesi hanno inoltre inasprito la retorica anti-immigrati, che evidentemente fa una certa presa sull’elettorato. Come si spiegano queste posizioni?

Per prima cosa, con la demografia. Posti come la Polonia o l’Ungheria sono fra i paesi più etnicamente omogenei dell’Unione Europea. In altre parole, negli ultimi decenni sono stati abitati quasi solo da bianchi poco abituati alla convivenza con persone straniere provenienti dall’Africa o dal Medio Oriente. Secondo i dati di Eurostat, per esempio, meno del 2 per cento delle persone che vivono in Polonia è nato altrove. In fondo alla classifica ci sono altri paesi come Romania, Bulgaria e Slovacchia. Non aiuta il fatto che molti di questi stati facessero parte della sfera di influenza sovietica, e siano quindi usciti a pezzi dalla crisi del comunismo: i flussi migratori verso l’Europa occidentale si sono ridotti solo di recente, quelli nell’altro senso sono rimasti praticamente inesistenti.

I paesi dell’est Europa non sono chiusi per definizione: è la storia che ha consegnato loro questo ruolo. Matteo Villa, ricercatore dell’ISPI che si occupa di migrazioni e Europa, ha raccontato al Post che in paesi come la Polonia «l’identità nazionale è stata forgiata dal fatto che i suoi abitanti avessero bisogno di ridefinirsi», per esempio nel momento dell’implosione dell’impero austro-ungarico, e le sue successive spartizioni. Quando è stato necessario costruire un’identità, lo si è fatto con quello che si aveva a disposizione: la popolazione autoctona, la chiesa e i suoi valori, e così via. Spiega Villa: «In parte è nazionalismo, in parte è pensiero fisso di stare a metà fra due situazioni», Oriente e Occidente.

Gl abitanti dell’est Europa compaiono, fra l’altro, agli ultimi posti della classifica di quelli che si spostano di più: il 63 per cento dei bulgari non ha mai visitato un altro paese europeo, come il 59 per cento degli ungheresi. Difficile che queste persone siano venute a contatto con etnie e culture diverse, se sono così poco abituate a viaggiare persino dentro ai confini europei.

Va messa in conto anche l’influenza tradizionalista della chiesa – che sia cattolica, ortodossa o protestante – che nell’est Europa ha una presenza capillare, e che si salda spesso con le frange più conservatrici della società. Qualche tempo fa si parlò molto, ad esempio, di una ricerca dell’istituto Pew secondo cui i paesi dell’est sarebbero i meno aperti nei confronti degli omosessuali.

La scarsa abitudine ed esposizione a culture diverse confluisce in un atteggiamento diffidente nei confronti del diverso, soprattutto del molto diverso: rispondendo a un sondaggio dell’Unione Europea sull’immigrazione, i bulgari, i polacchi e gli ungheresi sono fra gli europei meno a loro agio nello stringere amicizia con un immigrato.

La condizione di questi paesi non è granitica e contiene anche dei paradossi, spiega Villa. Negli ultimi anni, per esempio, la Polonia ha ospitato decine di migliaia di ucraini che scappavano dalla guerra senza che diventassero un grosso tema elettorale come le migrazioni dall’Africa o dal Medio Oriente. Ai cittadini polacchi, come ad altri nell’est Europa, «alcuni tipi di immigrazione fanno meno paura di altri», conclude Villa.

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