Come gli Stati Uniti hanno preso Maduro
Con mesi di esercitazioni, un’unità speciale molto riservata dell’esercito, una certa complicità in Venezuela e una notte di luna senza nuvole
di Daniele Raineri

La scorta cubana
Da quando a inizio agosto l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump aveva annunciato una ricompensa di 50 milioni di dollari per ottenere informazioni utili al suo arresto, il presidente venezuelano Nicolás Maduro era diventato più guardingo.
Maduro aveva cambiato abitudini e aveva cominciato a seguire alcune regole base di sicurezza, senza che la cosa diventasse troppo evidente. Aveva diminuito le sue apparizioni in pubblico. Usava telefoni usa e getta per evitare di essere intercettato e per non indicare di continuo la propria posizione. Cambiava spesso anche il luogo dove passava le sue notti: aveva a disposizione tra i sei e gli otto posti diversi per dormire e decideva dove fermarsi soltanto a fine giornata.
Aveva anche deciso di aumentare il numero di guardie del corpo cubane attorno a lui. Nella sua scorta c’erano anche militari cubani perché il governo di Cuba da tempo aveva deciso di occuparsi della sicurezza del presidente venezuelano.
Cuba lo faceva per convenienza politica: temeva che potesse esserci una rivolta dei militari contro Maduro e non voleva che il presidente venezuelano fosse cacciato. La caduta di Maduro, che è un alleato e fornitore di petrolio greggio, sarebbe stata un problema anche per il regime cubano. Così circa 15mila cubani, ma in passato sono arrivati a essere 30mila, con varie coperture e pretesti – medici, infermieri, maestri, consiglieri militari, guardie del corpo – si erano trasferiti in Venezuela, sorvegliavano da vicino gli ufficiali e proteggevano il presidente per conto del regime di Cuba.
Era una situazione anomala, per non dire altro, ma a Maduro stava bene, perché si fidava della sua scorta leale al regime di Cuba più che dei venezuelani. E aveva ragione, come vedremo più avanti.

Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores a luglio del 2024 (AP Photo/Matias Delacroix)
Gli uomini della Delta Force
La piccola residenza dove Maduro è stato localizzato dai soldati statunitensi è nel verde dentro Fuerte Tiuna, appena fuori Caracas sulle montagne dietro la città. Fuerte Tiuna è un immenso complesso militare che ospita il ministero della Difesa, lo Stato maggiore e altri centri di comando. Il presidente Trump ha definito la residenza «un bunker».
Reuters ha scritto che le forze speciali statunitensi hanno costruito una replica esatta di quella residenza per addestrarsi a fare irruzione. In particolare, si sono addestrate a far saltare in fretta le porte di acciaio che proteggono l’ingresso. È una cosa che era stata fatta anche nel 2011 durante la preparazione per uccidere il capo di al Qaida responsabile dell’attacco dell’11 settembre 2001, Osama bin Laden.
Non si tratta di una replica esatta nel senso che ci sono gli stessi vasi di fiori e lo stesso colore delle pareti. Nei poligoni d’addestramento delle forze speciali ci sono elementi e muri mobili che possono essere spostati e combinati in modo da ricreare stanze, volumetria, porte e corridoi dei luoghi dove le forze speciali faranno irruzione. I soldati provano e riprovano, contano ogni singolo passo di avvicinamento, quanto ci mettono a far cedere con l’esplosivo ogni singola porta blindata, prendono in considerazione varie situazioni e come rispondere.
Per la fase finale di questa operazione l’amministrazione Trump poteva scegliere tra due opzioni. Poteva chiamare i Navy Seal, gli incursori della marina militare che nel 2011 uccisero Bin Laden in Pakistan e poi diventarono i soggetti di innumerevoli film d’azione, romanzi, biografie, polemiche e podcast, al punto da attirarsi le ironie degli addetti ai lavori. Oppure poteva scegliere gli incursori dell’esercito, che appartengono a un’unità speciale che formalmente si chiama Combat Applications Group ma è conosciuta come Delta Force. Ha scelto questi ultimi.
I soldati della Delta Force in questi anni hanno ricevuto meno attenzioni dei colleghi della marina, forse grazie a un diverso spirito di corpo, ma hanno partecipato anche loro a operazioni di alto livello. Una fu nell’ottobre del 2019 il raid in Siria nel casolare dove si nascondeva Abu Bakr al Baghdadi, per quasi dieci anni capo dello Stato islamico. Al Baghdadi per non farsi catturare si infilò in un tunnel sotto alla casa e si fece saltare in aria assieme ai figli piccoli.

Un blackout a Fuerte Tiuna, vicino a Caracas, nella notte del 3 gennaio 2026 (REUTERS/Leonardo Fernandez Viloria)
Per questa operazione gli uomini della Delta Force si sono addestrati in Kentucky e le fonti non dicono di più, ma di solito vuol dire che si sono addestrati a Fort Campbell, un sito militare che ha la stessa estensione del comune di Venezia e che serve anche a grandi esercitazioni con gli elicotteri.
Fort Campbell è anche la base del 160esimo reggimento, un’unità speciale di equipaggi di elicotteri dell’esercito che accompagna le forze speciali durante i loro raid, anche per molti chilometri in profondità in territorio ostile. Si fanno chiamare Night Stalkers e il loro motto è “Night Stalkers don’t quit”, ossia «i Night Stalkers non mollano», che è consolante se sei un militare, devi sbarcare da un elicottero in Pakistan o in Siria o altrove e poi sperabilmente farti riprendere.
La talpa della Cia
Un pezzo fondamentale dell’operazione era conoscere in tempo reale il luogo esatto di Caracas dove dormiva Maduro. New York Times, Reuters e Wall Street Journal hanno scritto che la Cia – l’agenzia di intelligence statunitense principale – aveva una fonte tra le persone che circondano Maduro da molti mesi. Era una talpa in grado di comunicare sempre la posizione e le attività quotidiane del presidente: «Che cosa mangiava, che cosa indossava e che animali domestici aveva», come ha detto il capo di stato maggiore Dan Caine nella conferenza stampa dopo l’operazione (e forse in grado di spiegare anche come fosse fatta all’interno la residenza blindata di Maduro, che non è un’informazione desumibile dai satelliti).
Una fonte del New York Times dice che i 50 milioni di dollari potrebbero essere stati utili alla Cia nel reclutare la fonte vicina a Maduro. Il fatto che questa informazione sia stata passata alla stampa statunitense poche ore dopo la fine del raid non è normale. Fa pensare che ci sia una qualche forma di collaborazione, sebbene forzata e di malavoglia, tra membri del governo venezuelano e l’amministrazione Trump.
Il direttore della Cia, John Ratcliffe, dentro l’amministrazione Trump gode di un buon grado di autonomia e di rispetto anche da parte del presidente Trump e anche su temi delicati come il sostegno all’Ucraina. Mantiene un profilo basso.
La Cia in questi mesi aveva mandato un gruppo di agenti in Venezuela per seguire gli spostamenti e le attività di Maduro e individuare degli schemi ricorrenti nelle sue giornate e delle abitudini che favorissero l’operazione. Si trattava di un’operazione rischiosa, perché Stati Uniti e Venezuela non hanno rapporti diplomatici, non c’è un’ambasciata statunitense che possa fare da copertura e i venezuelani possono arrestare gli stranieri per capriccio e tenerli in carcere, anche persone normalissime come dimostra il caso del cooperante italiano Alberto Trentini, in prigione da più di un anno.
Alcuni droni invisibili ai radar facevano la stessa operazione di sorveglianza della squadra della Cia a terra ma dall’alto, e ieri un video da Porto Rico ha mostrato l’atterraggio su una pista militare di un RQ-170, un drone invisibile molto sofisticato usato anche in queste operazioni di sorveglianza.
Il raid a Caracas
A dicembre l’amministrazione Trump aveva già le informazioni necessarie e i soldati addestrati per l’operazione, ma tutto era fermo perché erano in corso trattative segrete con Maduro. Il presidente venezuelano, secondo Trump, è arrivato anche a offrire il petrolio del Venezuela in cambio di un accordo di non belligeranza con gli Stati Uniti. Trump però voleva che Maduro andasse via dal Venezuela e gli aveva offerto come via d’uscita un esilio in Turchia. Il 23 dicembre Maduro ha rifiutato. Il 25 dicembre Trump ha dato l’ordine di cominciare l’operazione per la sua cattura.
Al largo delle coste venezuelane il 24 dicembre si sono posizionate meglio 13 navi militari statunitensi, inclusa la portaelicotteri Iwo Jima e una nave che serve da base alle forze speciali in missione, e questa è stata la mossa finale prima dell’inizio. La Iwo Jima ha fatto da base principale per la missione a Caracas.

La nave militare Iwo Jima a St. Croix, nelle Virgin Islands, l’11 dicembre 2025 (U.S. Navy via AP)
A Natale c’era un altro raid in corso – il bombardamento di alcuni uomini dello Stato islamico in Nigeria – che ha avuto la precedenza. Poi per tre volte l’incursione in Venezuela è stata sul punto di cominciare ed è stata rimandata. Lo sappiamo perché gli specialisti che seguono le rotte degli aerei militari hanno ricostruito a ritroso i movimenti di questi giorni e hanno visto tre picchi di attività. Ma le condizioni meteo non erano abbastanza buone a causa della presenza di nuvole che abbassavano la visibilità.
A volte i raid delle forze speciali statunitensi coincidono con le notti senza luna, perché i piloti degli elicotteri e i soldati hanno i visori notturni e i loro nemici no e così il buio diventa un vantaggio da sfruttare. È successo negli anni recenti, quando si trattava di trovare i leader dello Stato islamico in Iraq e Siria. In questo caso invece i militari hanno scelto una notte con la luna e un cielo limpido perché il piano di avvicinamento a Caracas, sulla costa del Venezuela, non era basato su un’infiltrazione silenziosa.
Gli americani si sono mossi verso Caracas con circa 150 tra aerei ed elicotteri – e c’erano anche droni in volo – decollati da 20 basi militari (inclusa la Iwo Jima). Immaginate una forza aerea che vola verso la capitale del Venezuela su due strati. Nello strato inferiore, a circa 30 metri sul mare, gli elicotteri e i velivoli Osprey che portano le forze speciali – Delta Force e 160esimo reggimento, come abbiamo detto – e gli elicotteri d’attacco che fanno da scorta. Gli Osprey sono dei velivoli di nuova generazione che possono decollare in verticale come gli elicotteri ma poi volano in orizzontale più velocemente.
Tra gli elicotteri c’erano anche i cosiddetti Dap, una sigla in inglese che vuol dire: Direct Action Penetrator. Sono elicotteri modificati e carichi di armi e munizioni che hanno il compito di sparare se qualcuno da terra spara verso i soldati.
Nello strato superiore, molto più in alto, c’erano gli aerei che avevano il compito di bombardare le installazioni della difesa aerea del Venezuela, in modo che i venezuelani non abbattessero gli elicotteri. Un assortimento di tecnologia militare, che il generale Dan Caine elencherà in conferenza stampa dalla Florida qualche ora dopo: F-18, F-22, F-35, bombardieri B-1 e altro.
Gli aerei in volo nello strato superiore non potevano bombardare in anticipo per non mettere in allarme Maduro e gli elicotteri nello strato inferiore non potevano volare troppo in avanscoperta perché rischiavano di essere abbattuti. Passeranno tre minuti, secondo fonti militari statunitensi, tra la prima esplosione al suolo provocata dai bombardamenti e l’irruzione dei soldati dentro la residenza di Maduro.
All’1:30 circa gli statunitensi hanno tolto la corrente elettrica in molti quartieri di Caracas, in un modo che non hanno specificato. I bombardieri hanno fatto saltare in aria sette posizioni militari, sulla costa e nell’interno, inclusi radar e sistemi missilistici. La difesa aerea venezuelana si basa su armi fornite dalla Russia, come i missili S-300 e i missili BUK (quelli che abbatterono un aereo passeggeri in volo sul Donbas nel 2014), ma non è riuscita a rispondere.
Gli uomini della Delta Force sono scesi sulla residenza in teoria segreta di Maduro. Hanno fatto saltare la porta d’ingresso e sono entrati. In questo tipo di raid i soldati portano telecamere sugli elmetti che trasmettono in diretta e ci sono anche telecamere sugli elicotteri e sui droni, per creare una diretta composita che dovrebbe dare ai comandanti che seguono tutto un’idea di che cosa sta succedendo. Trump ha detto di avere guardato tutta l’operazione come fosse uno show televisivo e in conferenza stampa spiegherà che i soldati statunitensi sono riusciti a fermare Maduro e la moglie mentre stavano per chiudere la porta di una camera blindata, dove i due volevano rinchiudersi e aspettare che i soldati venezuelani e cubani arrivassero in loro soccorso.

Il presidente statunitense Donald Trump, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il direttore della CIA John Ratcliffe e il segretario di Stato Marco Rubio guardano da Mar-a-Lago lo svolgimento dell’operazione militare in Venezuela, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 (@realDonaldTrump/Handout via REUTERS)
Fuori dal bunker alcuni soldati venezuelani di Fuerte Tiuna hanno in effetti sparato contro gli elicotteri e contro gli statunitensi. Sappiamo che ci sono stati feriti fra i soldati dell’operazione, non gravi, che poi sono stati trasportati con un volo medico verso un ospedale militare in Texas. Una fonte del New York Times dice che nel raid gli statunitensi hanno ucciso 40 venezuelani. Le immagini dopo il raid mostrano veicoli blindati inceneriti dalle fiamme, macchie di sangue, i fori delle raffiche sparate dall’alto a poca distanza dal bunker. E in tutto questo c’è comunque da considerare la possibilità che ci fosse un qualche tipo di accordo sottobanco tra dirigenti politici o militari venezuelani e amministrazione Trump.
A questo punto gli abitanti di Caracas hanno cominciato a mettere sui social i video di quello che stava succedendo. Le esplosioni nelle basi militari. Gli elicotteri che arrivano dal mare, passano a bassa quota sopra gli edifici della città e vanno verso l’interno. Gli elicotteri che sparano verso terra. In circa 30 minuti però l’operazione a terra è finita. Maduro è stato caricato a bordo di un elicottero e trattato secondo il protocollo previsto per i cosiddetti Hvt, ossia “High Value Target”, i bersagli di alto livello: manette, una benda sugli occhi, cuffie isolanti sulle orecchie e una bottiglietta d’acqua.
Di solito in questi raid c’è anche una pratica chiamata site exploitation, che consiste nell’afferrare tutto il materiale che potrebbe essere interessante – computer, archivi, appunti – gettarlo in grossi sacchi e caricarlo sugli elicotteri. Poi se ne occuperanno gli analisti dei servizi segreti.
Con gli incursori dell’esercito c’era anche un uomo dell’Fbi, che aveva il compito di negoziare con Maduro se il presidente venezuelano si fosse barricato da qualche parte. L’amministrazione Trump ha insistito sulla presenza di forze di polizia durante l’operazione e nella prima foto di Maduro dopo la cattura si vede un agente della Dea, l’agenzia che si occupa della lotta al narcotraffico, perché vuole dare l’impressione che l’intera faccenda sia stata in fondo un’operazione di polizia appena più robusta del solito.
Alle tre del mattino l’elicottero con a bordo Maduro ha cominciato a sorvolare il mare davanti a Caracas, verso la Iwo Jima. Da lì l’ex presidente venezuelano è stato trasferito alla base statunitense di Guantanamo, a Cuba, e poi a New York. Quaranta minuti dopo il New York Times e il Washington Post, i due principali giornali americani che sapevano in anticipo del raid ma hanno deciso di non scrivere nulla per non mettere in pericolo i soldati, hanno dato anche loro la notizia.
Sono passate più di ventiquattr’ore e sui social sono uscite già molte foto di Maduro nelle mani degli americani, ma per adesso non ci sono immagini di Maduro con i soldati della Delta Force che l’hanno preso. Non è una cosa scontata.



