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  • Venerdì 12 dicembre 2025

Quando l’Albania assediò l’ambasciata italiana di Tirana

Dove si erano rifugiati i fratelli e le sorelle Popa, causando una lunga crisi diplomatica iniziata quarant'anni fa

Poliziotti albanesi di fronte a un'ambasciata a Tirana nel 1997, qualche anno dopo la fine della crisi legata alla famiglia Popa (JEAN-PHILIPPE KSIAZEK / ANSA)
Poliziotti albanesi di fronte a un'ambasciata a Tirana nel 1997, qualche anno dopo la fine della crisi legata alla famiglia Popa (JEAN-PHILIPPE KSIAZEK / ANSA)
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Quarant’anni fa, il 12 dicembre 1985, la famiglia Popa si presentò vestita bene alla porta dell’ambasciata italiana di Tirana, in Albania. Chiacchierarono fra loro in italiano di fronte al poliziotto albanese di guardia, un po’ distratto, e con nonchalance entrarono. Quando il poliziotto si accorse di cosa stava succedendo cercò di farli uscire, ma era troppo tardi: i due fratelli e le quattro sorelle Popa fecero immediatamente domanda di asilo politico. Seguì una grande crisi diplomatica fra Italia e Albania e una specie di assedio dell’ambasciata durato quasi cinque anni: i Popa vissero lì dentro fino al 1990, quando infine il governo albanese cedette e quello italiano li portò a Roma.

Per quattro anni e mezzo i Popa furono il simbolo della resistenza e della volontà di fuga del popolo albanese dal regime comunista che governava il paese in modo repressivo e lo isolava dal resto del mondo. Pochi mesi dopo il loro arrivo in Italia, in Albania iniziarono proteste che portarono a una transizione verso la democrazia e alla liberalizzazione dei viaggi all’estero. La storia dei Popa in Italia invece non finì bene, fra mancata integrazione e povertà.

Nel dicembre del 1985 a Tirana c’era una parata militare: pochi mesi prima era morto Enver Hoxha, il dittatore che aveva governato l’Albania per quarant’anni, dalla fine della Seconda Guerra mondiale alla morte. Gli era succeduto Ramiz Alia, nuovo segretario del partito del Lavoro e primo ministro.

– Leggi anche: Enver Hoxha guidò l’ultimo paese stalinista d’Europa

Enver Hoxha a Tirana nel 1967 (Bettman/Getty Images)

In più di quarant’anni di dittatura Hoxha aveva represso con violenza ogni dissenso anche tramite una famigerata, potente e diffusissima polizia segreta, la “Sigurimi”. Aveva aderito al blocco comunista sovietico fino agli anni Sessanta, quando aveva rotto le relazioni e si era avvicinato alla Cina, ma i rapporti si erano interrotti presto. L’Albania era isolata, ed era il paese più povero d’Europa. Hoxha era paranoico (Tirana è piena di bunker, nel paese ne furono costruiti oltre 170mila in vista di una temuta invasione straniera che non si è mai concretizzata) e dagli anni Settanta era malato.

I suoi cittadini erano chiusi dentro i confini del paese, provare a uscire era pericoloso e i parenti di chi ci riusciva venivano perseguitati come ritorsione. In quarant’anni quasi 100mila albanesi furono arrestati, internati in campi di lavoro o uccisi per motivi politici.

I Popa erano due fratelli e quattro sorelle: Achille, Nicola, Ileana, Irene, Ermione e Zhaneta. Quando si presentarono all’ambasciata italiana il più vecchio, Achille, aveva 62 anni, la più giovane, Zhaneta, 45. Loro padre aveva studiato a Napoli, era diventato farmacista e tornato in Albania aveva collaborato con gli italiani durante il periodo di occupazione fascista (1939-1943). Per questo nel 1953 fu condannato a 25 anni di carcere e morì in prigione, mentre i figli furono mandati a fare un soggiorno obbligato nell’azienda agricola di Sukth, una specie di campo di lavoro, dove restarono per 18 anni. A peggiorare la loro situazione c’era stata la fuga di altri due fratelli verso il Canada, fra il 1943 e il 1945.

I fratelli e le sorelle Popa, in una foto nel sito del Ministero degli Esteri italiano

Quando si ritrovarono nel giardino dell’ambasciata, i tentativi del poliziotto albanese di portarli fuori furono bloccati da un carabiniere. Poi fu chiamato l’ambasciatore italiano in Albania, Francesco Gentile. Dopo consultazioni con il governo, l’ambasciata decise di resistere alle pressioni del governo albanese, che chiedeva che gli venissero consegnati.

La reazione del regime andò decisamente oltre le attese: centinaia di soldati circondarono l’ambasciata, che occupava un terreno piuttosto ampio, in una sorta di assedio che durò a lungo. La successione di Alia a Hoxha era stata vissuta come un momento potenzialmente pericoloso per la tenuta del regime, che non poteva accettare che i suoi cittadini potessero sfuggirgli così facilmente, né creare un precedente che avrebbe potuto portare all’assalto di varie ambasciate occidentali. Secondo fonti albanesi il governo valutò anche un intervento armato.

I soldati fuori dall’ambasciata limitavano ingressi e uscite dal palazzo, decidevano cosa e chi poteva entrare. I molti agenti del servizio di spionaggio usarono tutti i mezzi a loro disposizione per le intercettazioni. Nel museo Bunk’Art 2 di Tirana, che ricostruisce la storia del ministero dell’Interno albanese e della polizia politica Sigurimi, c’è una scopa con microspia con cui finti addetti alle pulizie dell’ambasciata sorvegliavano quotidianamente cosa accadeva all’interno, durante il soggiorno dei Popa.

Fratelli e sorelle furono ospitati nella casa del giardiniere: pensavano che avrebbero ottenuto l’uscita dal paese entro una settimana, ma ci restarono per oltre quattro anni, con crescente scoramento e molte proteste. Nell’ultimo anno dovette intervenire anche uno psichiatra dall’Italia.

In Italia non tutti, soprattutto fra i partiti di sinistra, erano convinti dell’opportunità di rompere i rapporti con uno stato vicino per via di sei cittadini albanesi di fatto sconosciuti. Prevalse comunque la linea della difesa dei diritti umani, ma per anni l’Albania non trattò per garantire una via d’uscita alla famiglia.

La situazione si sbloccò solo all’inizio del 1990: pochi mesi prima era caduto il muro di Berlino, segnando l’inizio della fine dei regimi comunisti dell’Europa orientale, e da qualche anno il segretario del partito Comunista dell’Unione Sovietica Michail Gorbaciov aveva avviato politiche di apertura e di rinnovamento che avrebbero portato alla dissoluzione definitiva dell’Unione Sovietica. In questo mutato contesto internazionale, il parlamento albanese approvò alcune timide riforme e nei primi mesi dell’anno Alia invitò nel paese il segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar.

L’allora ministro degli Esteri italiano Gianni De Michelis valutò che la visita di Pérez de Cuéllar potesse diventare l’occasione per sbloccare la situazione dei Popa. Andò di fatto così: il segretario delle Nazioni Unite visitò l’Albania il 12 e 13 maggio, il 16 i sei fratelli Popa furono trasportati su un furgone della Croce Rossa italiana all’aeroporto di Tirana. Qui firmarono una richiesta di passaporto albanese (una cosa che avevano sempre rifiutato di fare) in cambio della sicurezza della partenza: furono imbarcati su un aereo militare verso Roma.

Poco dopo, il 2 luglio, a Tirana avvenne il cosiddetto “assalto delle ambasciate”: centinaia di albanesi, perlopiù giovani, entrarono di forza nelle ambasciate di Italia, Francia, Germania, Ungheria, Polonia, Turchia, Grecia e Cecoslovacchia. Si creò una nuova crisi, risolta stavolta in un paio di settimane con la partenza dei richiedenti asilo: fu il preludio del grande esodo del 1991 e del 1992.

Cittadini albanesi arrivati a Brindisi il 7 marzo 1991 (AP Photo/Massimo Sambucetti)

L’arrivo dei fratelli e delle sorelle Popa in Italia fu trionfale. Nicola, il più combattivo, parlò di un «pugno dritto in faccia al marxismo albanese». Le attenzioni sugli esuli però si spensero in fretta e negli anni successivi le informazioni sulla famiglia Popa furono pochissime. Secondo quanto ricostruito da alcune persone che li avevano conosciuti durante il soggiorno in ambasciata finirono inizialmente in una casa di riposo in provincia di Roma, e la loro divenne una storia di mancata integrazione e di povertà.

Due delle sorelle ritornarono a Durazzo, sulla costa albanese, dove vivevano in povertà aiutate da alcune associazioni locali. Già una decina di anni fa l’unica sopravvissuta era Ermione: si parlò di lei l’ultima volta nel 2019, quando si rifiutò di lasciare la propria casa a Durazzo dopo un terremoto.