Perché si riparla di atlete trans alle Olimpiadi
Finora ogni sport ha fatto per sé, ma il Comitato olimpico internazionale potrebbe prendere una decisione più drastica

Da lunedì diversi siti e giornali hanno scritto che il CIO, il Comitato olimpico internazionale, si sta muovendo verso una decisione che impedirebbe alle atlete transgender di partecipare alle competizioni olimpiche femminili. In realtà non c’è ancora niente di deciso ed è improbabile che cambi qualcosa prima del 2026. Ci sono però diversi segnali del fatto che il CIO, il più importante ente sportivo internazionale, sta valutando un divieto di questo tipo, dopo che decisioni simili sono state prese da alcune federazioni sportive internazionali, tra cui quella di pugilato, quella di nuoto e quella di atletica leggera, che a luglio ha introdotto un test genetico per determinare il sesso biologico delle atlete.
La fonte da cui partono tutti i recenti articoli è il quotidiano inglese Times, su cui lunedì 10 novembre è stato pubblicato un articolo intitolato “Le donne transgender saranno escluse da tutti gli eventi olimpici femminili”. L’articolo menziona come prova la presentazione, a inizio novembre in un gruppo di lavoro del CIO, di alcuni studi scientifici relativi ad atlete trans (che si identificano come donne pur essendo nate di sesso maschile) e ad atlete con DSD, “differenze dello sviluppo sessuale”, cioè con cromosomi maschili o livelli di testosterone tipici dei maschi.
Il Times ha scritto che la presentazione è stata fatta da Jane Thornton, ex atleta di canottaggio e dal 2024 direttrice del Comitato medico e scientifico del CIO. Secondo fonti citate dal Times gli studi mostrerebbero «evidenze scientifiche» sui vantaggi sportivi in atlete trans così come anche in atlete con DSD.
L’articolo non linka direttamente gli studi ma parla di una generale accoglienza positiva verso quanto presentato da Thornton e scrive che quel che resta da fare sembra riguardare soprattutto la parte legale di un eventuale divieto, che secondo il Times è quasi certo e relativamente vicino. Anche altri giornali internazionali, tra cui The Athletic e il Guardian, citano fonti interne al CIO secondo cui è probabile che un divieto entri in vigore nei prossimi mesi. Un divieto che comunque non riguarderebbe le Olimpiadi di Milano Cortina, per cui valgono i regolamenti già in vigore.
Il gruppo di lavoro che si sta occupando della questione è stato creato a settembre (insieme con altri su altre questioni) con l’obiettivo di «proteggere la categoria femminile». La creazione del gruppo è di poco successiva all’elezione, nel marzo di quest’anno, di Kirsty Coventry – ex nuotatrice dello Zimbabwe – a presidente del CIO. A giugno, parlando della necessità di «proteggere la categoria femminile» aveva detto: «Dobbiamo farlo con un approccio scientifico e attraverso l’inclusione delle federazioni internazionali che hanno già lavorato molto su questo tema». Ancora prima aveva parlato a The Athletic della necessità che il CIO prendesse un ruolo di guida sul tema.

Kirsty Coventry a settembre al villaggio olimpico di Milano (Pier Marco Tacca/Getty Images)
Coventry ha quindi deciso di prendere una direzione diversa rispetto a quella avuta dal CIO negli ultimi anni, che come spiegato in un documento del 2021 – fatto dopo due anni di confronto con oltre 250 atleti, atlete e persone addette ai lavori – lasciava di fatto alle singole federazioni ampi margini per decidere da sé, perché «i fattori che impattano le performance sportive sono unici per ogni sport, disciplina o evento».
È possibile che un eventuale divieto venga ufficializzato già all’inizio del 2026 a Milano, dove il CIO si riunirà prima delle Olimpiadi invernali. Altre fonti parlano invece di una data successiva, intorno alla metà del 2026, perché ci vorranno diversi mesi per preparare e verificare le specifiche del divieto, e testarne la tenuta scientifica e legale.
Se dovesse arrivare con questi tempi, il divieto avrebbe quindi effetto sulle prossime Olimpiadi estive, nel 2028 a Los Angeles. E non sembra un caso, visto che il presidente statunitense Donald Trump ha reso molto chiara la sua opinione sul tema con un ordine esecutivo di febbraio che vieta alle atlete trans di competere nelle squadre sportive femminili. Trump ha detto che gli Stati Uniti potrebbero perfino vietare il visto d’ingresso ad atlete trans (o ritenute tali) intenzionate a gareggiare alle Olimpiadi.
La questione che riguarda le atlete trans è complessa, per via delle differenze tra sport – in genere più uno sport è prettamente fisico e più le federazioni tendono a essere restrittive – e per via delle tante specificità relative all’essere atlete trans o con DSD. La federazione internazionale di nuoto, per esempio, esclude dalle sue gare le atlete trans che hanno iniziato le terapie per la transizione dopo i 12 anni d’età; e in altri casi di atlete DSD è invece assai difficile determinare se, quando e come mettere un limite.
Negli ultimi anni i casi di cui più si è parlato sono quelli della pugile algerina Imane Khelif, vincitrice della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi, dopo che era stata invece esclusa dai Mondiali di boxe perché valutata – da parte di una federazione controversa e sulla base di parametri non chiari – non adatta a competere come donna. Prima ancora si era parlato in simili termini della sudafricana Caster Semenya, vincitrice di due ori olimpici negli 800 metri nel 2012 e nel 2016. Semenya si identifica come donna ma che – in quello che viene definito iperandrogenismo – produce naturalmente alti livelli di ormoni maschili.
La prima donna dichiaratamente trans ad aver partecipato alle Olimpiadi è stata la neozelandese Laurel Hubbard, nel 2021 nel sollevamento pesi. Hubbard aveva iniziato il percorso di transizione intorno ai trent’anni (quando già gareggiava come uomo), e a 43 anni partecipò, da donna, alle sue prime Olimpiadi, dove fu tra le prime eliminate nella sua categoria.
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