Il congelamento degli ovuli si sta diffondendo anche in Italia
Tra donne che per vari motivi vogliono rimandare eventuali gravidanze, ma c'è ancora poca consapevolezza

Pochi giorni fa l’influencer italiana Taylor Mega ha pubblicato una foto in un letto d’ospedale e nella descrizione ha raccontato di aver appena fatto un prelievo per il “congelamento degli ovuli”. È la procedura che tecnicamente si chiama crioconservazione degli ovociti, e che serve a estrarre e preservare un certo numero di cellule riproduttive femminili (gli ovociti o ovuli, appunto) in un momento in cui la loro “qualità” è ancora alta per poterli utilizzare anche anni dopo per una gravidanza.
È una procedura che esiste da decenni e che negli Stati Uniti è ormai da anni diffusissima tra donne che vorrebbero avere un figlio ma per qualche motivo sanno che non lo avranno a breve. Solo nel 2023, oltre 40mila donne statunitensi hanno fatto un ciclo di crioconservazione degli ovociti. Anche in Italia – dove dati aggregati non esistono – sta diventando più popolare, anche grazie a celebrità come la modella Bianca Balti, che ne ha parlato come di un modo per liberare le donne dall’ansia che possono avere di dover fare figli in giovane età o doverci rinunciare per sempre: «così non ci pensi più, ti fai la tua vita e quando vuoi una gravidanza hai già tutto il necessario». È comunque una pratica costosa e che richiede un trattamento ormonale e un intervento in day hospital.
In Italia è possibile farlo legalmente dal 2009. Alle donne che devono sottoporsi a chemioterapie, radioterapie, o a trattamenti che indeboliscono la riserva ovarica femminile, la crioconservazione è fortemente consigliata e può essere rimborsata dal sistema sanitario nazionale. Per le donne che vogliono congelare gli ovuli per ragioni cosiddette “sociali”, ovvero per posticipare la maternità, il costo va in media dai 3mila ai 4mila euro a cui va aggiunto qualche centinaio di euro all’anno per la conservazione. Al momento c’è una sola regione italiana, la Puglia, che occasionalmente offre un contributo economico alle donne sotto un certo reddito che vogliono crioconservare i propri ovociti.
Nonostante il costo, vari ginecologi e responsabili di centri specializzati in medicina della riproduzione in Italia dicono di aver registrato un aumento della domanda negli ultimi anni. L’anno scorso per esempio il gruppo Genera, che gestisce sette centri in tutta Italia, ha detto di aver notato un aumento del 50 per cento delle richieste tra il 2023 e il 2024, anche se «siamo comunque molto lontani da una diffusione su larga scala». La clinica Next Fertility GynePro ha detto di aver notato a sua volta un aumento tra il 2020 e il 2024 nella sua sede di Bologna: 8 crioconservazioni nel 2020 contro 28 nel 2024.
Almeno in parte, l’aumento è dato anche da una maggiore visibilità della pratica. «Capita spesso che le donne che arrivino da me con l’intenzione di crioconservare citino Bianca Balti», racconta per esempio Marina Bellavia, direttrice sanitaria della clinica Next Fertility ProCrea di Lugano, in Svizzera, che nel 2024 ha intervistato Balti sulla sua decisione in un video in diretta su Instagram. Nella sua esperienza, l’80 per cento circa delle donne che si rivolgono alla sua clinica svizzera per la crioconservazione sono italiane.
Ci sono donne che decidono di congelare gli ovuli perché scoprono da giovani di avere una riserva ovarica bassa, o perché sanno che le donne della loro famiglia sono andate precocemente in menopausa. Sempre più spesso c’è chi sceglie di farlo perché vuole raggiungere una stabilità economica e lavorativa prima di avere figli e secondo l’esperienza di varie ginecologhe intervistate dal Post, la principale ragione “sociale” per cui le donne ricorrono alla crioconservazione è il fatto di non avere un compagno con cui fare figli.
Taylor Mega, per esempio, ha 31 anni e ha scritto di aver scelto la crioconservazioni «per me stessa, per il mio futuro e si spera un domani per un/a futuro/a mini me». Varie altre celebrità, negli ultimi anni, hanno cominciato a raccontare pubblicamente di averlo fatto. Negli Stati Uniti ne hanno parlato tra le altre le attrici Kristen Stewart, Amy Schumer, Sienna Miller, Olivia Munn ed Emma Roberts, ma anche persone come Kourtney, Khloé e Kim Kardashian, la cantante Rita Ora e Paris Hilton. In Italia c’è stata l’attrice Matilde Gioli, che ha detto di averlo fatto per aumentare la probabilità di riuscire ad avere un figlio più avanti nella vita.
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Alcuni esperti sottolineano che c’è molto lavoro da fare perché le donne possano prendere delle decisioni complete e informate sul tema, consapevoli anche dei limiti. Roberta Venturella, ginecologa, ricercatrice e professoressa dell’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro, spiega che spesso i primi a saperne poco sono i ginecologi stessi.«Ci sono tanti colleghi che si specializzano in un settore diverso, e quindi magari sono ottimi professionisti per un’ecografia del primo trimestre ma se vedono delle ovaie con pochi follicoli neanche se ne accorgono», dice.
Già durante le visite di controllo a 18, 20 o 25 anni, infatti, si potrebbe determinare lo stato della riserva ovarica di una donna, che in alcuni rari casi potrebbe essere più limitata del previsto. «Quando una ragazza viene a fare una visita da me, io provo sempre ad affrontare l’argomento, soprattutto se noto dei fattori di rischio che mi fanno pensare che sul lungo periodo potrebbe incontrare delle difficoltà a concepire», dice Venturella. «Per esempio una storia familiare di una mamma andata in menopausa in anticipo, o problemi endocrinologici anche banali. Ovviamente prima mi assicuro che ci sia un desiderio riproduttivo: se c’è allora spiego cos’è il congelamento degli ovociti e come funziona».
Quando gli ovociti vengono crioconservati, vengono sospesi i loro sistemi di invecchiamento. Molti studi mostrano che l’incidenza di anomalie cromosomiche e genetiche nei feti dipende più dall’età dell’ovocita che da quella della donna. In sostanza, quindi, una donna che rimane incinta a 40 anni attraverso la procreazione medicalmente assistita e utilizzando ovociti propri congelati quando ne aveva 30, ha una minore probabilità di complicazioni come aborti spontanei o anomalie cromosomiche rispetto a una donna che dovesse rimanere incinta naturalmente alla stessa età. Al contempo, dopo i 35 la riserva di ovociti delle donne (la riserva ovarica, in gergo medico) diminuisce molto, e quindi è meno probabile riuscire a restare incinte in modo naturale.
La donna viene sottoposta a una serie di esami e poi si passa alla “stimolazione ovarica”, un trattamento ormonale che induce le ovaie a produrre più ovuli, in modo da prelevarne quanti più possibili durante la fase del “pick up”. Gli ovociti vengono poi valutati, contati e congelati entro otto ore dal prelievo. L’ideale è che durante la fase di pick-up si identifichino subito 8-10 ovociti adatti alla crioconservazione: se invece se ne identificano molti meno andrebbe considerato di sottoporsi a una seconda procedura, ricominciando dalla fase di stimolazione ormonale.
Venturella dice che «la crioconservazione è un investimento»: non è detto che poi vi si faccia ricorso, ma permette di affrontare eventuali difficoltà riproduttive future con maggiore serenità. Nella sua esperienza, però, «non più del 20 per cento delle ragazze sa che questa possibilità esiste, e tra queste non più del 70 per cento è correttamente informata sui limiti della pratica».
Bellavia, la direttrice sanitaria della clinica di Lugano, racconta che tuttora molte donne si rivolgono a loro per la crioconservazione dopo i 35 anni, il che non è affatto ideale. «Sicuramente succede perché prima di quell’età si preoccupano meno della propria fertilità: arrivate a quella soglia si pensa “voglio un figlio ma non ho un partner e sto invecchiando: è meglio che congelo”», spiega. «Ma l’ideale sarebbe porsi questa domanda qualche anno prima, quando gli ovociti sono di migliore qualità». Manca quindi, a suo avviso, una vera consapevolezza sull’età biologica entro cui approcciarsi al tema.
«Provare a congelare gli ovociti a 40 anni non ha alcun senso, da un punto di vista clinico», conferma Venturella. A quell’età, infatti, è molto difficile che una donna riesca a produrre un numero di ovociti di qualità adatta alla crioconservazione. E congelare un numero sufficiente di ovociti è importante: gli studi più recenti mostrano che, anche nel caso di ovociti prelevati prima dei 35 anni, con 24 ovociti congelati si ha un tasso di successo di procreazione del 90 per cento. Con 10-15 ovociti, la percentuale è dell’85,2 per cento. Sotto i 10 ovociti, la probabilità che venga concepito un bambino e che la gravidanza venga portata a termine con successo è del 60,5 per cento nelle donne che hanno congelato gli ovuli sotto i 35 anni, e di meno del 30 per cento per quelle che l’hanno fatto dopo i 35.
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