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  • Lunedì 5 maggio 2025

Il piano di Israele per occupare tutta la Striscia di Gaza

Lo ha approvato il gabinetto di sicurezza, ma non si sa ancora quando sarà attuato

Carri armati israeliani in azione dentro la Striscia di Gaza, il 4 maggio
Carri armati israeliani in azione dentro la Striscia di Gaza, il 4 maggio (AP Photo/Ariel Schalit)
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Tra domenica e lunedì il gabinetto di sicurezza di Israele ha approvato all’unanimità il nuovo piano dell’esercito che prevede l’occupazione dell’intera Striscia di Gaza per un periodo di tempo non specificato. Non si sa ancora se e quando verrà messo in pratica dall’esercito, ma il primo ministro Benjamin Netanyahu lunedì ha detto in un video sui social che sarà «intensivo».

L’approvazione del piano è avvenuta poche ore dopo che, domenica, l’esercito israeliano aveva iniziato a richiamare decine di migliaia di riservisti per espandere le proprie operazioni militari nella Striscia, di cui ha significativamente aumentato l’occupazione dopo il 18 marzo, con la fine del cessate il fuoco con Hamas, controllandone fino al 70 per cento del territorio (tra la cosiddetta “zona cuscinetto” e quella sottoposta a ordini d’evacuazione).

La differenza, rispetto ai precedenti, è che il piano prevede un’occupazione militare israeliana permanente e protratta nel tempo. Lunedì infatti Netanyahu non ha specificato quanto durerebbe la nuova occupazione, ma ha detto che l’esercito avrà un obiettivo «opposto»: non più condurre operazioni di terra e poi ritirarsi, ma restare all’interno della Striscia (cosa che sul campo era già evidente).

Netanyahu ha confermato che il piano prevede anche di costringere la popolazione palestinese a tornare nel sud della Striscia, aggravando la già catastrofica situazione umanitaria. Il piano verrebbe inoltre attuato in fasi successive con l’obiettivo di mettere pressione nei negoziati con Hamas (fermi): questa tattica è stata contestata dal gruppo che riunisce le famiglie degli ostaggi (la campagna Bring Them Home Now), secondo cui il governo di estrema destra sta anteponendo le annessioni territoriali alla restituzione degli ostaggi.

Una distribuzione di cibo, il 5 maggio a Khan Yunis

Una distribuzione di cibo, il 5 maggio a Khan Yunis (AP Photo/Abdel Kareem Hana)

Il gabinetto di sicurezza avrebbe approvato – ma non all’unanimità, per via dell’opposizione del ministro di estrema destra Itamar Ben-Gvir – un piano per prendere il controllo delle consegne di medicinali, cibo e aiuti umanitari, attraverso aziende private, bloccate da più di due mesi da Israele. Ben-Gvir sostiene invece che l’esercito dovrebbe bombardare «le scorte [alimentari] di Hamas».

L’approvazione è avvenuta in previsione della visita del presidente statunitense Donald Trump in Medio Oriente della prossima settimana (comincia martedì 13 maggio). Secondo fonti militari del quotidiano Haaretz, il nuovo piano non verrà attuato prima di questa visita. A febbraio Trump, dopo che aveva incontrato alla Casa Bianca Netanyahu, aveva proposto un proprio contestatissimo piano, che prevedeva che fossero gli Stati Uniti a prendere il controllo di Gaza.

La polizia arresta un manifestante durante una protesta contro Netanyahu a Gerusalemme, il 5 maggio

La polizia arresta un manifestante durante una protesta contro Netanyahu a Gerusalemme, il 5 maggio (Saeed Qaq/ZUMA Press Wire/ZUMA Wire)

Per mobilitare i riservisti l’esercito aveva bisogno dell’approvazione del gabinetto di sicurezza: molti di loro sono già stati richiamati in combattimento cinque o sei volte dall’inizio della guerra a Gaza. La maggior parte dei riservisti andrà a sostituire dei soldati di leva attualmente mobilitati lungo il confine con il Libano e in Cisgiordania: i soldati di leva invece saranno spostati a Gaza.

Dalla ripresa degli attacchi nella Striscia di Gaza, Israele ha fatto scappare centinaia di migliaia di persone palestinesi dalle loro città. Infine, è significativo il modo in cui Netanyahu ha parlato del piano, confermandone l’esistenza dopo che la notizia era arrivata dai media e non da fonti istituzionali: un video sui social dove il primo ministro sostiene di rispondere alle «domande dei cittadini» senza «il filtro dei media», con cui si rifiuta di parlare, anche per sottrarsi al loro contraddittorio.

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