Cose grandi in Australia
Le cosiddette “Big Things” che si incontrano viaggiando nell'entroterra sono centinaia e spesso esteticamente discutibili

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«Una delle peculiarità più amabili degli australiani è che adorano costruire cose grandi con la forma di altre cose», scrive il giornalista statunitense Bill Bryson nel libro dedicato all’Australia In un paese bruciato dal sole: «Dategli una balla di rete metallica, un po’ di fibra di vetro e un paio di barattoli di vernice e vi realizzeranno, per dire, un gigantesco ananas o una fragolona». Bryson parla delle cosiddette “Big Things”, ovvero appariscenti installazioni a forma di frutti, animali e oggetti vari alte o lunghe anche più di dieci metri. Sono sparse in tutta l’Australia ed esteticamente discutibili, eppure continuano a esercitare un certo fascino.
Andando in giro per l’Australia ci si può imbattere in un koala alto 14 metri e in una chitarra alta quasi 12, così come in un cavallo a dondolo da 80 tonnellate e un coccodrillo in piedi sulle zampe posteriori: non è il più grande delle cinque grandi installazioni di coccodrilli australiani, ma questo indossa i guantoni da boxe. Ci sono una grande falciatrice da giardino, una grande lattina di birra e un grande cavalletto con la più grande riproduzione dei “Girasoli” di Van Gogh: alcune sono realizzate con cura, mentre altre sono molto più semplici, e proprio per questo ancora più vistose, pacchiane, cringe.
Nel suo libro Bryson le ha paragonate al «materiale di scena abbandonato di un film horror degli anni Cinquanta», qualcosa che si può andare a vedere «se avete abbastanza soldi per la benzina e un bel niente da fare». All’inizio servivano per pubblicizzare negozi o attività locali, ma nel tempo ne sono state installate anche senza un motivo specifico, fino a diventare un fenomeno pop in tutta l’Australia. «Le Big Things sono divertenti ma non pretenziose», ha scritto il New York Times: «Sono una presa in giro a cui tutti stanno al gioco».
Le prime installazioni di questo tipo furono il grande suonatore di cornamusa, messo fuori da un motel di Adelaide nel 1963, e la grande banana che dal 1964 si trova sulla costa del Nuovo Galles del Sud, nel sud-est del paese, lo stato australiano dove se ne trovano di più: all’inizio pubblicizzava una piantagione di banane e oggi un parco divertimenti. La gran parte delle Big Things comunque fu costruita tra gli anni Settanta e Ottanta, quando i lunghi viaggi in automobile da una parte all’altra del paese erano più frequenti.
«In genere questi oggetti vengono piazzati con astuzia lungo tratti stradali così sorprendentemente vuoti e monotoni che vi fermereste per qualunque cosa», ha scritto Bryson. Spesso le più grosse tra queste grosse installazioni contengono piccoli bar, negozi di souvenir o addirittura mostre, come quella a forma di pecora merino che si trova a una cinquantina di chilometri dalla capitale Canberra. L’idea era che una grande riproduzione di un mango, di un uccello colorato o dell’Uluru (il massiccio roccioso più famoso dell’Australia) potessero attirare i viaggiatori e promuovere il turismo nelle aree più remote di un paese con una superficie 25 volte quella dell’Italia e solo 26 milioni di abitanti, l’85 per cento dei quali vive vicino alle coste.
Nel tempo le Big Things australiane diventarono delle attrazioni in sé, tanto che durante i viaggi molte famiglie facevano a gara a vederne il più possibile. Ne sono state documentate alcune centinaia, ma in uno studio del 2022 la ricercatrice dell’Università della Sunshine Coast, Amy Clarke, ne cita ben 1.075: forse perché non c’è un criterio rigido sulla misura (sia il grande pinguino che si trova a Penguin, in Tasmania, sia la grande moka di Brunswick, a Melbourne, per esempio, sono alte circa 3 metri). A ogni modo queste curiose installazioni sono diventate un riferimento culturale e una specie di motivo di orgoglio nazionale.
Nel 2007 sono stati emessi cinque francobolli commemorativi con le illustrazioni di altrettante Big Things, e nel 2023 altri cinque; sempre due anni fa la zecca australiana ha emesso dieci monete celebrative da un dollaro che raffigurano dieci installazioni, e al Museo nazionale di Canberra c’è una mostra multimediale che ne parla. Nel paese sono così famose che vengono citate di frequente nella cultura pop; nel 2014 il grande mango del Queensland scomparve in quella che saltò fuori essere una trovata pubblicitaria della catena di ristoranti Nando’s.
In un articolo pubblicato qualche anno fa su The Conversation, Clarke raccontava che molte delle Big Things australiane stavano subendo i segni del tempo:oggi l’interesse nei loro confronti non è più quello di una volta e ciclicamente emergono discussioni su cosa farsene. È un problema anche per le installazioni più famose e amate come “Larry the Lobster”, l’aragosta «di larghezza spropositata, rosa rossastra, lodevolmente realistica» che Bryson aveva visto lungo la strada costiera che collega Adelaide e Melbourne.
La grande aragosta fu fatta costruire da un uomo che si era ispirato a un’attrazione simile vista negli Stati Uniti nel 1970, ma dopo una serie di vicissitudini era stata messa in vendita più volte fin dalla fine degli anni Ottanta, spiegava sempre Clarke. Nel 2015 il governo dell’Australia meridionale intervenne con un aiuto di 10mila dollari australiani e, dopo un’asta fallita, nel 2018 fu infine comprata da un imprenditore. Anche il grande Capitano Cook che si trovava nel Queensland è stato comprato nel 2022. La statua del celebre esploratore inglese che sembra fare un saluto romano (che romano comunque non era) era lì dal 1972: è stata smontata per essere spostata altrove, ma non si sa ancora dove.
Un’altra delle Big Things australiane più note è “The Big Pineapple”, il grande ananas in fibra di vetro che fu inaugurato nel 1971 in una piantagione sulla Sunshine Coast, a nord di Brisbane. È stato stimato che all’apice della popolarità attirasse fino a un milione di persone all’anno, e nel 1983 fu visitato anche dal principe Carlo del Regno Unito e dalla principessa Diana durante un viaggio ufficiale. Dal 1996 è stato messo in vendita varie volte e nel 2009 è stato inserito nel registro del patrimonio culturale del Queensland: c’è chi sostiene che debba essere proprio l’ananas la mascotte dei Giochi Olimpici di Brisbane nel 2032.
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