• Mondo
  • Domenica 7 luglio 2024

L’elezione di un riformista cambierà qualcosa in Iran?

I poteri del nuovo presidente Massoud Pezeshkian saranno limitati dalla Guida Suprema Ali Khamenei e dalle Guardie Rivoluzionarie, ma potrebbero esserci cambi di approccio in politica estera e una repressione interna meno intensa

Un religioso iraniano di fronte a un'immagine di Massoud Pezeshkian (AP Photo/Vahid Salemi)
Un religioso iraniano di fronte a un'immagine di Massoud Pezeshkian (AP Photo/Vahid Salemi)
Caricamento player

In Iran le elezioni presidenziali sono state vinte da Massoud Pezeshkian, candidato appartenente al gruppo politico dei riformisti, che in Iran si potrebbe collocare verso il centrosinistra pur senza mettere in discussione la sopravvivenza del regime teocratico. La notizia è rilevante perché i riformisti erano dati per finiti già diversi anni fa, a causa della forte repressione del regime. Da allora molti suoi elettori ed elettrici avevano iniziato a votare per il gruppo dei moderati, che invece si collocano al centro.

L’Iran non aveva un presidente riformista da vent’anni: Hassan Rouhani, eletto nel 2013 e l’unico non chiaramente conservatore, era un moderato, appunto. Dopo le grandi proteste del 2022 il governo era diventato ancora più conservatore e isolazionista, mentre gli spazi per il dissenso e per la democrazia venivano di fatto cancellati. L’elezione di Pezeshkian ha quindi suscitato speranze sia nella parte di popolazione iraniana che si augura un approccio meno radicale e autoritario, sia all’estero, fra chi vorrebbe una contrapposizione meno netta tra Iran e Occidente.

Pezeshkian in campagna elettorale ha detto di voler andare in questa direzione, ma non è detto che potrà effettivamente farlo.

La Repubblica Islamica dell’Iran è una teocrazia in cui i maggiori poteri sono della principale autorità politica e religiosa, la Guida Suprema Ali Khamenei, e in cui molte delle decisioni riguardo a questioni militari e di sicurezza sono influenzate dalle Guardie Rivoluzionarie, potente forza militare. I poteri del nuovo presidente hanno quindi dei limiti, ma la sua elezione è sicuramente un cambio di prospettiva rispetto al predecessore ultraconservatore Ebrahim Raisi (morto in un incidente in elicottero a metà maggio) e al suo avversario nel ballottaggio Saeed Jalili, che rappresentava la parte più dura e isolazionista dei conservatori.

Massoud Pezeshkian dopo l’elezione (AP Photo/Vahid Salemi)

Cardiologo, parlamentare per 16 anni e ministro della Salute fra il 2001 e il 2005 durante la presidenza del riformista Mohammad Khatami, Pezeshkian ha combattuto nella guerra fra Iraq e Iran, ha perso la moglie e un figlio in un incidente automobilistico ed è sempre accompagnato nei suoi appuntamenti politici dalla figlia. È di origini azere, una delle minoranze etniche in Iran. All’estero era poco conosciuto, la sua esperienza internazionale è nulla e la sua fedeltà alla Guida Suprema Ali Khamenei e alle strutture della Repubblica Islamica è assoluta.

Nel corso degli anni e in questa campagna elettorale si è però fatto notare per posizioni moderate, poco allineate con la tendenza iperconservatrice del regime iraniano. Secondo molti era già sorprendente che la sua candidatura alla presidenza fosse stata accettata dal Consiglio dei guardiani, un organo composto da 12 membri, sei religiosi e sei giuristi, che esaminano i candidati (in queste elezioni ne hanno eliminati 74). Pezeshkian si è espresso a favore di una maggiore apertura verso l’Occidente e ha criticato l’applicazione rigida dell’obbligo di indossare l’hijab, il velo utilizzato dalle donne musulmane per coprire la testa e il collo. Ma ha anche detto che «bisogna cambiare questa visione delle donne come cittadine di seconda classe e come persone unicamente dedicate alla cura della famiglia». Sono dichiarazioni che altrove sarebbero scontate, ma che assumono una certa rilevanza nel panorama politico iraniano.

È probabile che queste posizioni abbiano contribuito a riportare al voto almeno una parte dei molti cittadini che avevano boicottato le elezioni per non legittimare il regime: fra il primo turno e il ballottaggio contro il conservatore Jalili l’affluenza è salita dal 40 a quasi il 50 per cento, secondo l’autorità elettorale del paese.

Persone in attesa dell’arrivo del nuovo presidente a Teheran (AP Photo/Vahid Salemi)

Dopo le elezioni la Guida Suprema Khamenei ha diffuso un messaggio in cui invitava all’unità e alla continuità rispetto alla politiche del predecessore Raisi. Il presidente in Iran ha poteri piuttosto consolidati riguardo alle politiche economiche, e nomina un governo che ufficialmente può prendere decisioni su ogni argomento. Le iniziative del governo possono però essere bloccate dal parlamento, ad ampia maggioranza conservatrice, e dalla Guida Suprema.

Per quel che riguarda le questioni di sicurezza nazionale, che possono comprendere anche il programma nucleare del paese, si riunisce un Consiglio supremo di sicurezza nazionale, dove sono presenti esponenti del governo, delle forze armate e del parlamento, oltre a Khamenei. Le questioni strettamente militari sono gestite dalle Guardie Rivoluzionarie, che mantengono anche i rapporti con i vari gruppi radicali sciiti finanziati dall’Iran in Iraq, Siria, Libano, Yemen e Palestina.

Mostafa Khoshcheshm, professore alla Fars Media Faculty di Teheran, ha detto ad Al Jazeera: «Dal punto di vista strategico la politica estera dell’Iran rimarrà la stessa, ma dal punto di vista tattico potrebbe essere diversa. Andrà nella stessa direzione, ma con un’intensità e un ritmo che potrebbero essere diversi». In altre parole, gli obiettivi generali del paese difficilmente cambieranno, ma le modalità con cui raggiungerli potrebbero cambiare.

Anche per far fronte alla grave crisi economica, l’Iran potrebbe aver bisogno di un atteggiamento più pragmatico, di minor contrapposizione con il mondo occidentale, nel tentativo di rimettere in discussione alcune delle sanzioni internazionali di cui è oggetto. Per questo secondo il New York Times la presidenza Pezeshkian potrebbe portare a qualche apertura diplomatica.

Durante la campagna elettorale il principale consigliere di politica estera del nuovo presidente è stato Mohammad Javad Zarif, ex ministro degli Esteri che mediò l’accordo sul nucleare nel 2015. Quell’accordo, firmato con Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina e Germania, prevedeva una significativa riduzione della possibilità dell’Iran di arricchire l’uranio (un passaggio fondamentale per la produzione di un’arma nucleare) e la rimozione di alcune delle sanzioni imposte all’economia iraniana negli anni precedenti. Nel 2018 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump si ritirò unilateralmente dall’accordo, ritenendolo inefficace e dannoso. L’Iran nega ufficialmente di portare avanti un programma militare nucleare, ma vari rapporti di servizi di intelligence internazionali sostengono il contrario. Al momento risulta prematuro ipotizzare che possano riprendere le trattative per ristabilire quell’accordo, anche perché la possibile rielezione di Trump negli Stati Uniti complicherebbe notevolmente questo scenario.

Nella gestione interna Pezeshkian avrà maggiori margini di manovra, pur mantenendo le attuali leggi. Diversi presidenti hanno infatti interpretato in modo differente l’obbligo di indossare il velo, il rispetto delle prescrizioni religiose e i limiti dell’opposizione politica, con differenze sostanziali per la popolazione. Una riduzione delle politiche di controllo e repressione potrebbe cambiare di molto la vita degli iraniani e delle iraniane.