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  • Giovedì 6 giugno 2024

La normalizzazione di Kyrie Irving

Dopo anni in cui si è fatto notare per problemi fuori dal campo, il talentuoso ma controverso giocatore di basket NBA è tornato decisivo: con i Dallas Mavericks è arrivato alle finali del torneo, che iniziano stanotte

Kyrie Irving, al centro, con Luka Doncic e Dereck Lively II (AP Photo/Nate Billings)
Kyrie Irving, al centro, con Luka Doncic e Dereck Lively II (AP Photo/Nate Billings)
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Nella notte fra giovedì e venerdì cominciano a Boston le finali dei playoff NBA, il campionato di basket nordamericano e il più importante al mondo. I Boston Celtics e i Dallas Mavericks giocheranno al meglio di sette partite (diventa campione chi ne vince quattro): Boston è stata la miglior squadra per tutta la stagione, Dallas è arrivata alla finale un po’ a sorpresa, avendo vinto i tre precedenti turni di playoff da sfavorita. In quelle partite, così come nella stagione regolare, i migliori giocatori per i Mavs sono stati Luka Doncic e Kyrie Irving.

Doncic è fra i migliori giocatori della NBA da alcuni anni, Irving è stata un’aggiunta alla squadra di un anno e mezzo fa: quando arrivò a Dallas, veniva da anni molto complessi, in cui si era fatto notare più per i comportamenti fuori dal campo e per le conseguenti squalifiche che per l’enorme talento mostrato in passato. Dallas lo ottenne in uno scambio mandando via giocatori non di primo piano, perché la maggior parte delle squadre NBA riteneva Irving ormai una “causa persa” e un giocatore quasi dannoso.

A Dallas invece Irving è molto cambiato: fuori dal campo non si è fatto coinvolgere in nessuna polemica, mentre in campo ha avuto un rendimento decisivo e costante. I compagni di Dallas negli ultimi tempi hanno iniziato a raccontarne anche le doti di “leader”, cioè la capacità di far crescere e rendere al meglio chi gioca con lui. È qualcosa di decisamente inatteso: fino a un paio di anni fa Irving veniva invece indicato come qualcuno capace di «distruggere una squadra, e anche una supersquadra».

Kyrie Irving contro i Minnesota Timberwolves il 26 maggio 2024 (AP Photo/Gareth Patterson)

Nato a Melbourne, in Australia, ma cresciuto nel New Jersey e con cittadinanza statunitense, oggi Irving ha 32 anni e gioca nell’NBA dal 2011, quando fu la prima scelta al draft, il momento in cui le trenta squadre del campionato scelgono i loro nuovi giocatori.

Sin dai primi anni fu considerato uno dei migliori giocatori della sua generazione: i Cleveland Cavaliers impostarono su di lui la “ricostruzione” dopo la partenza di LeBron James. Anni dopo, quando James tornò ai Cavaliers, la squadra formata da lui e Irving divenne “da titolo”, come vengono definite quelle in grado di competere per la vittoria finale. Nel 2016 Irving vinse il campionato NBA con Cleveland in rimonta sui Golden State Warriors, segnando un canestro decisivo negli ultimi secondi della settima e ultima partita (quello è finora l’unico titolo vinto da Irving in NBA).

L’anno dopo tornò in finale, perse e chiese di essere ceduto: fu una scelta piuttosto strana, giustificata con la volontà di essere la superstar della sua squadra successiva, e non il secondo miglior giocatore, dopo James, con cui ruppe anche i rapporti. Iniziò un periodo molto complesso: ripartì da Boston, dove doveva essere l’aggiunta decisiva a una squadra già forte e che aveva come obiettivo vincere il titolo. Non funzionò e Irving criticò spesso i compagni, considerati inesperti: nelle attuali finali ne ritroverà alcuni, fra cui i due migliori giocatori di Boston, Jayson Tatum e Jaylen Brown.

Alla scadenza di quel contratto lasciò la squadra e firmò con i Brooklyn Nets. I rapporti con i tifosi dei Celtics sono rimasti piuttosto tesi: viene fischiato ogni volta che gioca a Boston, in un’occasione pestò platealmente il logo della squadra disegnato sul parquet e uno spettatore gli lanciò una bottiglietta d’acqua.

Kyrie Irving con i Boston Celtics nel 2019 (AP Photo/Winslow Townson)

In quegli anni emerse anche una certa tendenza di Irving a credere a varie teorie complottiste, che condivideva online attraverso i social. Fra il 2017 e il 2018 parlò più volte dei suoi ragionamenti sul fatto che la Terra potesse essere piatta, poi disse che stava scherzando, poi ribadì che non poteva essere certo che fosse sferica, e infine che la «gente avrebbe dovuto informarsi online da sola e farsi un’idea».

Gli anni a Brooklyn furono anche peggiori, sotto vari punti di vista. I Nets avevano costruito un cosiddetto superteam con tre fra i migliori giocatori del campionato: Irving, Kevin Durant e James Harden. Restò “super” solo sulla carta, fra infortuni, pessimo rendimento in campo e un solo turno di playoff passato in tre stagioni.

Irving ci mise molto del suo, per non far funzionare quel progetto: dopo essere rientrato da un lungo infortunio, nella stagione 2021-22 non giocò gran parte del campionato per il rifiuto a vaccinarsi. Durante la pandemia diffuse varie teorie complottiste sui vaccini, e persino sparì per una settimana, non presentandosi a partite e allenamenti, mentre emergeva un video in cui violava i protocolli sanitari anticovid.

A gennaio 2022 tornò a giocare, ma solo in trasferta (nello stato di New York non poteva perché non vaccinato), nei mesi successivi si fece notare soprattutto per aver condiviso online video di complottisti di estrema destra e poi (a novembre 2022) un documentario che citava teorie antisemite di vario genere, alcune riguardanti la tratta degli schiavi, e avanzava addirittura ipotesi negazioniste sull’Olocausto. Dopo un iniziale rifiuto di scusarsi, i Nets lo sospesero per cinque partite senza stipendio. Qualche mese dopo chiese ancora di essere ceduto, e fu accontentato, passando a Dallas.

Kyrie Irving con James Harden (e sullo sfondo Kevin Durant) a Brooklyn (AP Photo/Darron Cummings)

Oggi Irving definisce quella in Texas la «parte migliore della mia carriera»: nella scorsa stagione Dallas non si qualificò ai playoff, ma in estate rimodellò sul mercato la squadra intorno alla coppia Doncic-Irving. Sono due giocatori “piccoli”, che giocano cioè lontano dal canestro e che sono abituati a tenere molto il pallone in mano. Irving accanto a Doncic ha dovuto e saputo adattarsi e nell’ultima annata ha realizzato una media di 25,6 punti a partita, una fra le più alte in carriera, tirando con quasi il 50 per cento di realizzazione (segna cioè quasi la metà dei tiri provati, risultato molto positivo per chi come lui tira anche da lontano o da tre punti).

Al rendimento eccellente in campo si aggiunge un comportamento sorprendentemente tranquillo. L’allenatore Jason Kidd ha detto: «Guardando Kyrie oggi non si ha la percezione che in passato potesse essere come è stato raccontato. Probabilmente sta riscrivendo la sua storia». Negli ultimi tempi Irving ha amato descriversi come un giocatore maturo, «in grado di distribuire saggezza e parlare basandosi sull’esperienza». Sembra aver abbracciato questo ruolo di “guida”, tanto che a Dallas raccontano come si sia molto impegnato per dare consigli e incoraggiamenti ai giocatori più giovani, come Jaden Hardy, di fatto la sua riserva nel ruolo di guardia, P.J. Washington, Daniel Gafford e Dereck Lively II.

Nessuno nel mondo della NBA sembra ancora essere pronto a definire il cambio di atteggiamento di Irving come definitivo e irreversibile, né a dirsi certo della sua effettiva maturazione: in passato ha mostrato più volte comportamenti contraddittori, con dichiarazioni che mostravano un certo distacco dalla realtà.

Le finali NBA dureranno potenzialmente fino al 23 giugno e Irving tornerà ad essere al centro delle attenzioni, contro una sua ex squadra. Saranno le prime finali che gioca dal 2017 e le prime in assoluto per Doncic: Dallas parte ancora da sfavorita.

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