Apple vuole spostarsi dalla Cina all’India, ma non è facile

Il sistema costruito dal governo cinese negli ultimi vent'anni non ha eguali, nonostante gli investimenti voluti da Narendra Modi

Il CEO di Apple Tim Cook all'inaugurazione di un Apple Store a Mumbai, il 18 aprile 2023. (AP Photo/Rafiq Maqbool)
Il CEO di Apple Tim Cook all'inaugurazione di un Apple Store a Mumbai, il 18 aprile 2023. (AP Photo/Rafiq Maqbool)
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Il 15 agosto 2014, in occasione del suo primo Giorno dell’Indipendenza da primo ministro dell’India, Narendra Modi annunciò un ambizioso piano per il rilancio del settore industriale indiano, “Make in India”, e invitò «le persone di tutto il mondo a venire a produrre in India». Da allora, secondo i dati del governo locale, gli investimenti stranieri nel paese sono raddoppiati, anche se il settore manufatturiero ha rallentato crescendo l’anno scorso solo dell’1,8%. Grazie anche a “Make in India”, comunque, in alcune regioni del paese sono aumentati soprattutto gli investimenti di grandi aziende tecnologiche come Foxconn e Samsung, alla ricerca di alternative al sistema produttivo cinese.

Questa lenta e complessa migrazione industriale dalla Cina interessa soprattutto Apple, che da tempo vuole limitare la dipendenza che ha nei confronti del sistema produttivo cinese. All’inizio dell’anno Apple ha comunicato ai suoi fornitori di «prepararsi a spostare almeno il 20% della produzione totale annua di iPhone in India nei prossimi anni», secondo l’agenzia Nikkei, secondo cui in realtà la stima più aggiornata sarebbe inferiore al 10%. Trasferire una produzione così grande e tecnologicamente avanzata non è infatti semplice, per molte ragioni.

Apple cominciò a produrre in Cina i suoi dispositivi nel 2001, l’anno stesso in cui il paese entrò nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Oggi, nonostante i tentativi di diversificare la produzione, più del 95% di iPhone, AirPods, Mac e iPad sono ancora prodotti in Cina, come scrive Business Insider. Non è solo questione di produzione o assemblaggio: la Cina rappresenta anche il mercato più grande per Apple (con il 19% delle entrate totali nell’anno scorso, pari a 74 miliardi di dollari) e in particolare per iPhone (con il 24% del totale delle vendite, più degli Stati Uniti, che ne rappresentano il 21%). Questa relazione speciale è indicata sul retro della maggior parte dei prodotti dell’azienda, che recita “Designed in California, assembled in China”, ma è anche alla base dei problemi che l’azienda sta avendo nel trasferire la propria produzione altrove.

L’India non è l’unico paese interessato da questo fenomeno: Apple mira infatti a trasferire circa il 20% della produzione di iPad e Apple Watch in Vietnam, e una parte di quella di MacBook in Thailandia. Al momento però Foxconn, ovvero l’azienda con sede in Taiwan che è il principale fornitore di Apple, sta raddoppiando gli investimenti e il numero di dipendenti in India, mentre il suo presidente, Young Liu, ha incontrato Modi tre volte negli ultimi diciotto mesi.

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La transizione non sarà facile anche perché il governo cinese ha investito miliardi di dollari per lo sviluppo della manifattura tecnologica locale: nel corso degli anni ha offerto grandi incentivi alle aziende del settore e procurato loro la forza lavoro da varie zone della Cina. Il tutto è avvenuto senza alcuna contrattazione sindacale e con scarso rispetto dei diritti umani. In India, invece, i fornitori di Apple si sono scontrati con esponenti politici, attivisti e sindacati, cosa che ha allungato i tempi di questa espansione industriale. Secondo un responsabile citato dal sito, «Apple è stata viziata in Cina» e avrà difficoltà a ricreare le comodità cinesi in India, dove «tutto è costoso tranne la forza lavoro».

Dal 2001 a oggi, infatti, la Cina ha sviluppato una filiera produttiva unica al mondo, che permette alla Foxconn di assemblare circa 225 milioni di iPhone in un solo anno (il 2022), e di distribuirli in tutto il mondo. Al centro di questo sistema produttivo c’è la città cinese di Zhengzhou, detta anche “iPhone City” per la rilevanza che la produzione industriale d’elettronica d’alto livello ha raggiunto nel corso degli anni. Come raccontato dal New York Times nel 2016, il governo cinese ha investito pesantemente per fare di Zhengzhou un punto cruciale per la logistica di Apple, con grossi incentivi per i suoi fornitori, tra cui Foxconn. Un altro distretto chiave per l’industria cinese è quello di Shenzhen, città vicina a Hong Kong attorno alla quale è sorto un sistema di aziende, laboratori e università che l’hanno resa «la Silicon Valley dell’hardware», come l’ha definita Wired.

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Fu l’attuale amministratore delegato di Apple, Tim Cook, a guidare l’espansione di Apple in Cina, quando nel 1998 fu chiamato da Steve Jobs a guidarne la distribuzione e la manifattura. Per molti anni, infatti, Jobs aveva insistito per mantenere la produzione dei dispositivi Apple negli Stati Uniti, credendo che hardware e software dovessero essere sviluppati nello stesso luogo. A partire dal 2001 l’azienda, anche in seguito all’aumento della domanda per i prodotti Apple, fece sempre più affidamento sulla Cina. Quando nel 2011 l’allora presidente statunitense Barack Obama gli chiese perché Apple non producesse iPhone negli Stati Uniti, Jobs rispose che «quei posti di lavoro erano persi per sempre», proprio per l’impossibilità di ricreare altrove la filiera produttiva tecnologica cinese.

Le cose sono cambiate a partire dal 2018, quando il presidente statunitense Donald Trump iniziò una controversa guerra commerciale con la Cina, minacciando anche di imporre una tariffa doganale del 15% su tutti i prodotti di aziende statunitensi realizzati in Cina. Cook riuscì a convincere Trump a rinunciare alla tassa, che paradossalmente avrebbe danneggiato Apple a vantaggio della sudcoreana Samsung. Fu comunque l’inizio della separazione tra Apple e Cina, con la prima che cominciò a cercare alternative; la situazione è peggiorata con la pandemia e la sua malagestione da parte del governo cinese, che ha imposto lunghi e severi lockdown, causando anche ritardi alla produzione industriale.

Nonostante oggi stia cercando di adeguarsi agli standard cinesi, anche l’India in passato ha avuto un settore tecnologico piuttosto sviluppato, che però non ha retto alla concorrenza delle aziende straniere dopo le riforme che nel 1991 liberalizzarono il mercato indiano. Secondo Rest of World, quella crisi sarebbe una delle ragioni del «persistente problema» che l’India ha avuto negli ultimi trent’anni con la bassa occupazione giovanile, e che rappresenta uno dei limiti ai piani di Foxconn.

Il piano “Make in India” di Modi mira proprio a rivitalizzare il settore. Per ora, però, aziende come Foxconn sono ancora costrette a mandare personale specializzato dalla Cina in città come Sunguvarchatram, un polo industriale nel sud-est dell’India, finito al centro di un cambiamento globale industriale. Qui Foxconn ha costruito un campus da 60 ettari in cui costruisce iPhone e altri smartphone, dove ha replicato l’organizzazione e le dinamiche dei suoi stabilimenti cinesi. Nel farlo ha però incontrato le grosse differenze culturali e religiose tra i due paesi: a lavorare a Sunguvarchatram, ad esempio, sono perlopiù donne, mentre a Zhengzhou il personale è maschile. La presenza di molte donne, spesso sposate, ha costretto Foxconn a rivedere anche le proprie procedure d’emergenza, come l’utilizzo di metal detector in entrata e in uscita, per prevenire i furti. In India, infatti, le donne sposate indossano una collana e un anello da piede (detti rispettivamente mangalsutra e metti), entrambi di metallo, che le lavoratrici devono togliersi per poi essere controllate manualmente.

Esiste anche una barriera linguistica, visto che la maggior parte dei macchinari viene dalla Cina e tutto, compreso i software, è scritto in mandarino. Gli stessi inviati di Foxconn, mandati in India per formare il personale, sono tecnici che raramente erano usciti dalla Cina, non conoscono l’hindi e sanno poche parole di inglese. Spesso sono costretti a comunicare con i gesti. Ma c’è anche chi sospetta, tra gli ingegneri intervistati da Rest of World, che siano i cinesi a non voler insegnare correttamente il lavoro agli indiani perché temono la loro crescente concorrenza.

Un altro terreno di scontro culturale e politico è rappresentato dalle condizioni di lavoro. Secondo il Financial Times, infatti, la pressione di Apple e Foxconn avrebbe spinto alcuni stati indiani ad approvare una giornata lavorativa da 12 ore, come fatto dallo stato del Karnataka, dove Foxconn ha intenzione di costruire due stabilimenti. Ciò nonostante, i colleghi cinesi criticano spesso gli indiani, accusandoli di essere lenti («camminano persino lentamente») e di non voler fare gli straordinari. La società indiana risulta ai cinesi molto meno competitiva e molto attenta alle pause per il tè e al rispetto degli orari. Nonostante questo, i turni sono sfiancanti e alcune lavoratrici sono svenute mentre lavoravano. Secondo i colleghi cinesi, però, sarebbe colpa della dieta locale, visto che l’India è il paese con la più alta percentuale di vegetariani al mondo.

Nonostante il divario culturale e religioso tra cinesi e indiani, comunque, Apple, Foxconn e altre aziende puntano sull’India e scommettono che, nel giro di qualche anno, Apple sarà in grado di affidare la produzione di iPhone al paese. Già oggi, in occasione della produzione di iPhone 15, gli stabilimenti indiani sono riusciti a limitare il numero di prodotti fallati a una percentuale simile a quella cinese, secondo Foxconn.