• di Ilide Carmignani
  • Storie/Idee
  • Mercoledì 27 settembre 2023

In morte di Lorenzo Appiani

«È difficile immaginare davvero cosa significhi perdere un figlio, la mente rigetta l’idea. La lingua stessa sembra rifiutarsi di esprimere il concetto: abbiamo “orfano” per chi perde i genitori ma non c’è parola, in italiano, per il contrario. So che esiste un termine in ebraico e in arabo, ma non voglio cercarlo, mi fermo al sanscrito che prende a prestito la parola "vilomah", “contro l’ordine naturale”. Sul dopo c’è una pausa di silenzio. Poi Alberta mi racconta che ad affrontare il lutto l’ha aiutata un libro di Thornton Wilder, "Il ponte di San Luis Rey"»

La Torre degli Appiani a Rio Marina all'isola d'Elba (Twice25 & Rinina25 via Wikimedia)
La Torre degli Appiani a Rio Marina all'isola d'Elba (Twice25 & Rinina25 via Wikimedia)
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Giovedì 20 luglio 2023, mezzogiorno, sono seduta con Alberta e Aldo Appiani ai tavoli di un bar affacciato sul porticciolo di Rio Marina. Siamo all’isola d’Elba e sopra gli scogli alle nostre spalle si leva la cinquecentesca Torre Appiani, perché lì affondano le radici della famiglia. Alberta e Aldo abitano a Milano ma con l’età passano sempre più tempo sull’isola. Lei era avvocata e lavorava nello studio di famiglia insieme al fratello; lui era medico ma ormai si dedica a produrre vino fra i boschi di sughere che crescono dietro la torre, sul Monte Fico: Aleatico, Procanico, Vermentino, Ansonica per il passito. Ancora più in alto, a Rio Nell’elba, il borgo antico, è in corso l’Elba Book Festival, che ogni anno raccoglie nella piazzetta del paese gli stand di un gruppo di case editrici indipendenti e la sera offre presentazioni e tavole rotonde sul sagrato della chiesa. Fra questi incontri, da otto anni, c’è la cerimonia di consegna di un Premio alla traduzione letteraria intitolato al figlio di Alberta e Aldo: Lorenzo Claris Appiani.

Per questo sono sull’isola, come giurata, e per conoscere tutta la storia di Lorenzo e del premio, dall’inizio, nei dettagli, anche se adesso che sono qui non riesco a domandare nulla e li lascio parlare. Alberta e Aldo spiegano e commentano a turno seguendo tempi noti solo a loro, nel contrappunto perfetto di chi sta insieme da una vita, oltre cinquant’anni, da quando erano compagni di scuola. Si intuisce che quella storia l’hanno raccontata infinite volte e ogni volta le loro voci si affievoliscono – immagino – negli stessi punti. Allora guardo da un’altra parte.

Il panorama è bellissimo, da Rio si vedono in cerchio Piombino, la Sterpaia e Follonica, poi Punta Ala con lo scoglio dello Sparviero e come un’isola in mezzo al mare l’Argentario, e dopo un’isola vera, il Giglio. Sembra quasi che la costa toscana e l’Elba si vogliano abbracciare chiudendo fra loro un pezzo luccicante di Tirreno, uno specchio rotondo di mare blu, sabbia nera di ferro con pagliuzze dorate, dove ottanta generazioni fa, che non sono poi molte, facevano il bagno gli etruschi. Mi viene voglia di buttarmi in mare, siamo all’ombra e c’è vento ma non si respira: forse è la canicola di luglio, forse è la storia che stanno raccontando.

Giovedì 9 aprile 2015, al mattino, – mi dice Aldo – Lorenzo esce di casa per andare al tribunale di Milano dove è stato convocato come testimone nel processo per bancarotta fraudolenta a carico di un immobiliarista fallito, Claudio Giardiello. Lorenzo lavora nello studio con la madre e ha una vera vocazione per l’avvocatura – Alberta sorride – tutti i colleghi lo stimano per le sue analisi del diritto. Per il resto è un ragazzo abbastanza timido che ha scelto di abitare a trenta metri da loro, nello stesso palazzo della sorella. È attaccatissimo alla nonna, tanto che la settimana precedente ha rinunciato a trascorrere le vacanze di Pasqua all’Elba per non lasciarla sola a Milano. Lorenzo è stato convocato perché per qualche tempo aveva avuto Giardiello fra i suoi clienti – mi spiega Aldo – ma poi ha rinunciato al mandato: l’immobiliarista, che si era presentato come amico di un’amica di famiglia, uomo d’affari molto a suo agio nel bel mondo internazionale, si era rivelato un personaggio opaco e spesso sopra le righe. Ad Alberta quella convocazione non piace, mi racconta che chiede a Lorenzo di non andare. Il figlio le risponde: «Ma mamma, cosa vuoi che mi succeda in tribunale?».

Sono le 11 quando il giovane avvocato viene chiamato a testimoniare nell’aula al terzo piano del Palazzo di Giustizia. Alberta ha ascoltato le registrazioni della seduta: la voce di Lorenzo inizia a pronunciare la formula di rito «Giuro di dire la verità, tutta la verità…» ma viene spezzata da uno scoppio d’arma da fuoco. Giardiello ha estratto dal nulla una Beretta e lo ha colpito. Forse mira al pubblico ministero Luigi Orsi, a vuoto. Subito dopo spara ai soci, imputati con lui per il crac: uccide Giorgio Erba e ferisce Davide Limongelli, che è anche suo nipote. Poi scende di corsa al secondo piano, sulle scale spara a un suo vecchio commercialista chiamato come Lorenzo a testimoniare, e infine irrompe nello studio del giudice della sezione fallimentare, Fernando Ciampi, che a dicembre andrà in pensione. Il vecchio giudice sta cercando di risolvere un problema di fotocopie con una cancelliera, Giardiello uccide anche lui con due colpi di pistola. Il tribunale di Milano, a quell’ora pieno di gente, è nel caos: gli impiegati si chiudono nei loro uffici, le forze dell’ordine cercano l’immobiliarista in ogni angolo del palazzo. Giardiello, però, è già scappato sul suo scooter e punta verso Bergamo, dove abita un altro ex socio, Massimo D’Anzuoni, per sparare anche a lui. «Volevo vendicarmi di chi mi ha rovinato» dirà poi ai giornalisti. I carabinieri lo bloccano a Vimercate. D’Anzuoni commenterà: «Devo la vita al mio avvocato, se non era per lui sarei stato in quell’aula. E probabilmente sarei morto».

I primi ad arrivare all’ospedale Fatebenefratelli, dove hanno portato Lorenzo, sono lo zio e la sorella con il marito. Alberta e Aldo stanno rientrando in fretta e furia da fuori Milano. È troppo tardi per tutti.

Giardiello viene condannato all’ergastolo. Alberta dichiara ai giornalisti: «È stata emessa una sentenza, la vendetta la lasciamo a Giardiello perché è un sentimento che non ci appartiene. La giustizia per me è un’altra cosa: è vivere e fare in modo che eventi come questo non succedano». Lo zio di Lorenzo aggiunge: «In tutta questa vicenda la cosa più assurda è che un uomo è entrato in tribunale con un’arma. Bisogna chiedersi come ha fatto Giardiello a portare dentro l’arma». Verrà condannato Roberto Piazza, la guardia giurata in servizio quel giorno all’entrata del Palazzo di Giustizia. Aldo mi spiega che Piazza ha pagato per tutti: è stato il capro espiatorio di responsabilità ad altri livelli. Il vigilante, che si è sempre proclamato innocente, muore nel 2021, distrutto a 51 anni da queste sue vicissitudini giudiziarie.

Le bare dell’avvocato Lorenzo Claris Appiani e del giudice Fernando Ciampi, uccisi il 9 aprile 2015 in tribunale, durante il funerale di stato all’interno del Duomo di Milano, 15 aprile 2015 (ANSA/DANIEL DAL ZENNARO)

Mentre ascolto gli Appiani davanti al mare, in silenzio, mi viene in mente una frase dei detective selvaggi di Roberto Bolaño: «Il nocciolo della questione è sapere se il male (o il delitto o il crimine o come vuol chiamarlo) è casuale o causale. Se è causale, possiamo lottare contro di lui, è difficile da sconfiggere ma c’è una possibilità, più o meno come per due pugili dello stesso peso. Se è casuale, al contrario, siamo fregati. Che Dio, se esiste, abbia pietà di noi. È a questo che si riduce tutto».

È difficile immaginare davvero cosa significhi perdere un figlio, la mente rigetta l’idea. La lingua stessa sembra rifiutarsi di esprimere il concetto: abbiamo “orfano” per chi perde i genitori ma non c’è parola, in italiano, per il contrario. So che esiste un termine in ebraico e in arabo, ma non voglio cercarlo, mi fermo al sanscrito che prende a prestito la parola vilomah, “contro l’ordine naturale”. Sul dopo c’è una pausa di silenzio. Poi Alberta mi racconta che ad affrontare il lutto l’ha aiutata un libro di Thornton Wilder, Il ponte di San Luis Rey, che comincia con la morte di cinque persone in un crollo improvviso:

Il venerdì 20 luglio 1714, a mezzogiorno, il più bel ponte di tutto il Perù si spezzò, precipitando cinque viaggiatori nell’abisso sottostante. Questo ponte si trovava sulla strada maestra fra Lima e Cuzco, e centinaia di persone lo attraversavano ogni giorno; era stato intessuto di giunchi dagli Incas, più di un secolo prima, e chi veniva a visitare la città era sempre condotto a vederlo. Se esiste nell’universo qualche piano, se nella vita umana v’è un disegno, certo lo si può scoprire, misteriosamente latente, in quelle vite così improvvisamente troncate. O noi siamo vivi per caso, e per caso moriamo, o viviamo secondo un piano, e secondo un piano moriamo.

In quel momento – ricorda Alberta – ha avuto un pensiero di gratitudine per il traduttore che le aveva consentito di leggere il romanzo, ha guardato il nome sul frontespizio, Lauro de Bosis, che aveva tradotto anche libri come l’Edipo re e l’Antigone di Sofocle, il Prometeo incatenato di Eschilo e Il ramo d’oro di Frazer. Ha indagato e scoperto che anche lui era morto appena trentenne come Lorenzo. Il caso a volte sembra proprio un disegno. Il 3 ottobre 1931, infatti, Lauro de Bosis era decollato da Marsiglia con Pegaso, il suo piccolo aereo «con la groppa rossa e le ali bianche», e aveva sorvolato Roma per lanciare sulla capitale 400.000 volantini antifascisti. Sulla via del ritorno, per un errore di calcolo nel rifornimento dei serbatoi, si era inabissato non lontano dall’Elba, nel mare della Corsica.

Certi dolori immensi, contro natura, come la morte di un figlio, spesso non lasciano nulla di vivo. Ci sono però alcune persone benedette (non mi viene altro aggettivo) che hanno ancora abbastanza forza, abbastanza amore, da trasformare il loro buio in una luce per gli altri. Un’amica di Lucca ha creato una scuola per bambini di strada in un paese dell’America latina. Alberta e Aldo hanno creato un premio di traduzione. Al di là di ciò che queste persone scelgono concretamente di fare, è come se in qualche modo facessero tornare un po’ di più i conti del bene e del male, regalando forse un briciolo amaro di senso ai destini del mondo.

Il ponte di San Luis Rey si chiude così:

Presto moriremo, e ogni memoria di quei cinque sarà scomparsa dalla terra, e noi stessi saremo amati per breve tempo, e poi dimenticati. Ma l’amore sarà bastato; tutti quei moti d’amore ritornano all’Amore che li ha creati. Neppure la memoria è necessaria all’amore. C’è un mondo dei viventi e un mondo dei morti, e il ponte è l’amore, la sola sopravvivenza, il solo significato.

– Leggi anche: L’introduzione alla nuova edizione italiana di “Il ponte di San Luis Rey”, pubblicata quest’anno

– Leggi anche: Il volo di Lauro de Bosis

– Leggi anche: La splendida inattualità di Lauro de Bosis

Ilide Carmignani
Ilide Carmignani

È una traduttrice laureata in Lettere all’Università di Pisa e specializzata alla Brown University e all’Università di Siena. Fra gli autori tradotti: Bolaño, Borges, Cortázar, García Márquez, Neruda, Sepúlveda e Soriano. Cura gli eventi sulla traduzione (l’AutoreInvisibile) del Salone del Libro di Torino. Collabora con TuttoLibri – La Stampa e Gli asini. Il suo ultimo libro è Storia di Luis Sepúlveda e del suo gatto Zorba, Salani 2021.

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